Addiopizzo: poche denunce, troppa paura

agosto 2, 2017

|Katya Maugeri|

CATANIA – Combattere la mafia, ogni giorno, con strumenti concreti, in prima persona. Si può. C’è chi è impegnato sul fronte della lotta al racket delle estorsioni, con l’obiettivo di sconfiggere il pizzo. È l’azione quotidiana portata avanti dall’associazione Addiopizzo, nata a Palermo nel 2004.

Nel 2006 nasce Addiopizzo Catania, in seguito alle esperienze del Comitato Addiopizzo, che attualmente hanno un bene confiscato di cui sono assegnatari a Picanello dove si svolgono attività di tipo sociale. Hanno realizzato i murales alla circonvallazione e lungo i muri perimetrali del carcere di piazza Lanza affinché l’esercizio della memoria storica avvenga ogni giorno. Sono tanti i volontari ma ne servono sempre più per realizzare progetti che riguardano le case famiglie, le scuole, progetti che coinvolgono anche i bimbi più piccoli. Un’azione concreta, la loro, che dovrebbe coinvolgere più gente possibile, scuotere le coscienze e informare coloro che scelgono di non denunciare i propri estortori, per paura. E Catania in che modo convive con questa realtà mafiosa? Assuefatta dall’idea che in fondo il pizzo è quasi una tradizione, cerca o no di ribellarsi, di denunciare, di liberarsi? Perché ricordiamo bene le parole di Libero Grassi, “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. “Cerchiamo sempre di diffondere l’idea che fare volontariato è un modo semplice ma efficace per essere cittadini attivi”, lo dichiara la vice presidente di Addiopizzo Catania, Chiara Barone.

Addiopizzo è un’associazione di lotta contro il fenomeno del racket, una realtà che ha lo scopo di rompere l’omertà attraverso la partecipazione delle persone alla vita collettiva. Quali sono i riscontri e i risultati ottenuti?

«Il collegamento tra lotta al fenomeno estorsivo e la partecipazione alla vita collettiva è esatto. Non può esservi alcun mutamento in tema di lotta al racket delle estorsioni se la cittadinanza non prende consapevolezza del fatto che le estorsioni non le subisce solo il singolo commerciante ma l’intera economia di un paese. Per questo, con il progetto del “consumo critico”, cerchiamo di mettere in relazione commercianti, imprenditori e liberi professionisti con i consumatori, oltre che tra loro stessi. Dal 2008  esiste una lista (c.d. pizzo free) che raccoglie tutti coloro che hanno scelto pubblicamente di non pagare il pizzo e che sono sostenuti, in primis moralmente, da quei consumatori che si sono impegnati (altrettanto pubblicamente) a preferirli nei propri consumi. Si tratta di una vera e propria rete che dimostra, da un lato, che non pagare il pizzo è possibile e, dall’altro, che l’economia sana va sostenuta a partire dai piccoli gesti di noi consumatori. Oggi a Catania e provincia il progetto del consumo critico conta su circa 130 imprenditori e commercianti “pizzo free” e quasi 6.000 consumatori “etici”. Si tratta di un progetto rivoluzionario per una città come Catania, che da oltre vent’anni conosce bene l’associazionismo antiracket (da sempre, per fortuna, molto attivo sul territorio) ma che solo di recente ha iniziato a comprendere l’importanza della condivisione pubblica della scelta di non pagare il pizzo. Si è trattato, in altre parole, di un nuovo tassello nella lotta al racket delle estorsioni. Preciso, comunque, che Addiopizzo Catania, a dispetto del nome, è un’associazione non soltanto antiracket. Più in generale, è un’associazione di volontariato che si occupa di cultura della legalità a tutto tondo, solidarietà, memoria storica e molto altro. Il lavoro che si deve fare sul territorio, infatti, deve essere complessivo e deve iniziare dai più giovani. Sul nostro sito è possibile trovare un quadro generale delle nostre attività (passate e in corso) tra cui segnalo una delle più recenti: la petizione sulla certezza della pena. Nonostante la normativa in tema di reati mafiosi sia, infatti, molto severa, il lavoro da fare per garantire pienamente la certezza della pena è ancora molto lungo».

Quali sono i dati relativi alle denunce dell’ultimo anno?

«Non siamo in possesso di dati aggiornati all’ultimo anno ma rapporti recenti di Sos Impresa parlavano di una percentuale di commercianti sotto estorsione pari a circa l’80%. Purtroppo il tasso di denunce è ancora troppo basso. Prevale la paura, dettata dalla disinformazione e da una infondata sfiducia nelle istituzioni. Non siamo più negli anni 70,80 o 90. Oggi le istituzioni hanno un livello di sensibilità e preparazione investigativa eccellente in questo campo. La reazione di forze dell’ordine e magistratura è sempre immediata e tempestiva. Basta leggere la cronaca giudiziaria per accorgersi di quanto spesso avvengano arresti e operazioni anche molto importanti. Quelle che mancano, invece, sono appunto le denunce dei commercianti, che forse non sanno ancora che la normativa penale  e processuale in tema di reati mafiosi è cambiata negli anni, ed è molto severa; che forse non sanno che lo stato mette a disposizioni un fondo milionario per risarcire i commercianti che denunciano le estorsioni per ogni danno subito in termini di danno emergente e lucro cessante; che forse non sanno che non devono denunciare da soli ma possono chiedere l’aiuto e la presenza delle associazioni antiracket attive sul territorio – che mettono spesso a disposizione del commerciante l’avvocato, il commercialista e, ove necessario, anche lo psicologo. Anche informare, è uno dei compiti principali di associazioni come la nostra».

Esistono delle differenze tra giovani e anziani nella realtà legata alle regole del pizzo?

«Non direi. Esistono differenze, semmai, in base all’azienda sotto estorsione. Quanti utili produce, che impatto sul territorio ha. Il pizzo può avere, infatti, varie forme: può consistere nel pagamento di una somma di danaro oppure nell’esecuzione di un’attività imposta, ovvero ancora nella assunzione di soggetti indicati dai mafiosi oltre che nel “fare affari” con soggetti sempre imposti dai mafiosi».

Durante gli anni la mafia ha cambiato forma, ma non sostanza. Avete riscontrato delle nuove modalità di versamento del pizzo?

«Vale in parte la risposta precedente. Il pizzo resta pur sempre una forma di controllo del territorio oltre che una forma di “guadagno” minima. Non è (solo o soprattutto) con le estorsioni, infatti, che la mafia si è arricchita nei termini che, purtroppo, conosciamo bene.   Certe volte, invece, le estorsioni sono finalizzate ad appropriarsi della società (se di “interesse mafioso”). Altre volte ancora, poi, dall’estorsione si passa all’usura, e viceversa. È, comunque, pur sempre un circolo dal quale non ci si può liberare se non con la denuncia. Immediata, precisa, e rivolta agli uffici competenti, anche con l’assistenza di una associazione antiracket».

In che modo i catanesi si relazionano alla realtà mafiosa? Un’omertà che tende purtroppo a persistere?

«Sì, e l’omertà si riversa in tutti i piccoli gesti quotidiani. Non siamo ancora sempre in grado di dire no al posteggiatore abusivo, di dire no al classico cavallo di ritorno quando ci rubano il motorino. I commercianti spesso negano di essere sotto estorsione anche quando la realtà è evidente. Abbiamo troppo spesso una visione distorta della mafia, come se la mafia fosse in grado di dare posti di lavoro, per esempio. La mafia, al massimo, si arricchisce, sì, ma sulle nostre spalle, facendo passare dei diritti per favori. La mafia non è in grado di costruire nulla che possa durare sul lungo termine. Il suo potere e la sua forza economica sono fondate solo sull’illegalità e sull’omertà delle persone. Dobbiamo ancora imparare a non avere paura. E la paura si combatte solo con l’informazione, con l’amore per la propria dignità di uomini e donne, oltre che di imprenditori liberi. Dobbiamo, prima di tutto, imparare a sentirci cittadini, in grado di prendere atto degli innegabili cambiamenti avvenuti dagli anni 90 in poi, in grado di pretendere i nostri diritti e sempre pronti a fare anche il nostro dovere. Per sé e per la propria comunità che non ha bisogno di “eroi” ma di persone che sappiano e vogliano scegliere, ogni giorno, assumendosi le proprie responsabilità, senza delegare ad altri».

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