Albicocche e segreti

luglio 9, 2017

 

|Salvo Reitano |

Il bigliettino scritto in bella calligrafia lo trovo attaccato alla bacheca di cucina. C’è da comprare la frutta al mercatino settimanale che si tiene in uno spiazzo vicino al posto dove abito.  In famiglia hanno tutti qualcosa da fare e siccome io torno a casa per scrivere tocca a me passare dal mercatino.
Allora: due chili di pesche a polpa gialla, due a polpa rossa, due chili di uva nera, due chili di albicocche, un chilo di banane, un chilo di pesche tabacchiere, due chili di pomodorino di Pachino, un mazzo di cipollina fresca, quattro finocchi. Tutti i sabato mattina, con la lista che varia ubbidendo ai cicli produttivi e alle proposte delle bancarelle ricolme di frutta e verdura di stagione. Questa volta il biglietto contiene un’aggiunta, un’eccezione con tanto di asterisco, quasi a segnalarne l’urgenza: due chili di ciliegie, perché sono le ultime e non ci si può rinunciare. Quando me li trovo davanti nei pomeriggi di calura non ho il tempo di rigirarle tra mani che finiscono subito nel palato. Non si dice che una tira l’altra? E mi viene in mente la vecchia canzone napoletana di Reginella che manco a farlo apposta “nun magnava ca pane e cerase”.
E che dire delle pesche tabacchiere da tagliare a piccoli pezzettini e gustare nel bicchiere  insieme al vino rosso come faceva papà esaltandone, con parole altisonanti e poetiche, la fragranza.Odori e sapori che contengono tutta la mia giovinezza. Ecco, mi accorgo che ogni gesto antico rivissuto, anche solo comprare la frutta alle dodici di un mattino di luglio avvolto nella calura, oppure vedere in tavola, dove sono gli occhi di tutti noi, le stesse albicocche coltivate sapientemente da mio padre mi fornisce un lieto compiacimento, una cosa da poveri e onesti, un dolcissimo struggente rimpianto di stagioni memorabili che rimangono indelebili a fondamento della mia storia di uomo e vivono e si ripetono così affettuose nel pensiero da pormi, ogni volta che se ne presenta l’occasione, in uno stato di beatitudine e serenità.
Se compro frutta godo se addento pesche o albicocche rimpatrio, con le ciliegie, poi, è tutto un godere. Mi basta un nulla per sentirmi in pace con me stesso e con tutto il mondo. E questa pace la sento dilatarsi sotto la camicia bianca di cotone leggero.
Il lettore eccepirà: rimpatri dove, amico mio? E in questo andare sui binari della memoria chi ritrovi, che cosa rivedi, con che gente stai, a quali  circostanze puoi appartarti e a quale scopo?
La risposta è semplice. Trovo, ripassando le sensazioni delle stagioni felici, non il rimpianto che sarebbe sciocco come ascoltare un disco a settantotto giri al tempo della musica digitale: ma  gli incancellabili motivi di poesia e di speranza con i quali, per quanto sconsolante e deteriore sia il tempo storico che ci tocca attraversare, ambisco di continuare a vivere.
A me non è mancato nulla da bambino, adolescente e piccolo uomo. Non intendo in beni o agi, da questo punto di vista sono stato come i più. Mi riferisco in significato delle cose, in partecipazione della natura e dei suoi corsi, in comprensione ammirata della bellezza equilibrata del creato. Sarà perché sono figlio di un contadino ma in tutti quegli anni lontani, vissuti nei recinti affabili della provincia catanese dove le campagne erano più dell’asfalto e del cemento, non c’è stata una cosa – un frutto, un fiore, un cielo, un’alba, un tramonto, la luce e il buio, un sentimento, un proposito, uno slancio, una scelta – che abbia mancato di fornirmi un magistero.
Faccio un solo esempio riferito a quell’epoca sognante e irripetibile: levarsi  una mattina di spietato e torrido vento africano e non dolersi del caldo, dei disagi, dell’uscita felice e spensierata alle quattro del mattino per controllare insieme a mio padre che le saie che portavano l’acqua agli agrumeti erano a posto, che tutto era in ordine, che i frutti potevano crescere fino a diventare maturi. Il rosso delle arance, il giallo dei limoni. E in quelle lunghe sgroppate invaghirsi di fiori e animali. E restare lì immobile, magari solo per poche decine di secondi (in realtà un tempo infinito), a considerare, stupirsi, gioire, partecipare a quanto di grande, incomparabile e perfino supremo, c’è scritto lungo una trazzera di campagna.
Mi vengono in mente Tacito, Ovidio, i lirici greci, l’Odissea, Virgilio e le sue Bucoliche e quella variegata bellezza della terra, assolutamente immortale perché conteneva la firma di Dio. Non vi posso garantire, con assoluta certezza, se allora riferissi inevitabilmente a Lui ogni meraviglia a portata di mano. Il ragionamento sarebbe lungo e tortuoso. Però so che intuivo e andavo ripetendomi: “ Salvuccio, guarda cos’è d’irraggiungibile e unico un limone fiorito di zagara che si schiude e profuma, non c’è Leonardo Da Vinci che tenga, né Renoir e nemmeno Picasso. E guarda intorno, stamane o domani, o tra una stagione o due quando tutto sarà mutato in termini di ulteriore grandezza e ogni albero, ogni coltura, ogni fragranza si riproporranno ai tuoi e a milioni di altri occhi; guarda cosa c’è di immenso perché tu possa consolarti nella convinzione incrollabile che sei parte di un’armonia”.
Sono cresciuto ma dentro non sono cambiato. Resto quello di allora. Semmai con i capelli quasi tutti bianchi, bisogna migliorare. Più che un obbligo deve essere un impegno.
Così ogni volta che io possa comprare un frutto e veda la dovizia delle mani contadine e della provvidenza sui banchi, come ogni volta che mi sia data un’albicocca profumata sul tavolo di famiglia, non posso mancare la considerazione pacificatrice che sono tuttora circondato da messaggi segreti che insistono a ripetermi quel che già suggerirono negli anni consegnati ai ricordi.
Non c’è telegiornale, giornali o internet capaci di insidiarmi quanto di eterno e di umano sta scritto dentro un’albicocca. Tutta la frutta che ho visto e addentato fanciullo, quella che ho comprato e comprerò al mercatino settimanale, portano quella firma di Dio che riconobbi bambino.
Mi basta rileggerla per avere quanto mi serve: poesia, coraggio, riconoscenza e brividi di piacere. I “padroni” del mondo passano, le albicocche ripropongono.

 

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