Alfonso Sabella racconta la vera mafia

giugno 6, 2017

| Katya Maugeri |

CATANIA – La memoria non custodisce solo il ricordo dei nomi di eroi, di coloro che hanno lottato e pagato con la vita la propria sete di legalità, ricorda anche i nomi degli infami, poiché rappresentano le più tragiche stragi che Cosa nostra abbia mai firmato. Come si riesce a catturare un boss latitante? Nascosto tra le ombre di una Sicilia omertosa, tra segnali da captare e intuizioni da seguire. C’è chi è riuscito a catturarne i più feroci e dal suo libro, “Cacciatori di mafiosi”, la Cross Productions per Rai Fiction ne realizzerà una serie, “Il Cacciatore”, della quale sono già iniziate le riprese, nei giorni scorsi, a Palermo.
“Si tratta di storie vere, indagini realmente condotte, ho accettato di collaborare e condividere la mia esperienza a un patto: che si raccontasse il male per quello che è, senza lasciare spazio alcuno all’ipotesi di emulazione, da evitare, assolutamente. Il male va raccontato nella sua crudeltà” dichiara Alfonso Sabella durante l’intervista rilasciata alla redazione di Sicilia Network. Uomo coraggioso, spinto da una profonda vocazione alla legalità, è stato per anni sostituto procuratore del Pool antimafia diretto da Gian Carlo Caselli presso la Procura della Repubblica di Palermo. La serie, in più puntate, racconta la storia del magistrato – “anche se la vita del protagonista è a tratti romanzata” – che, durante gli anni trascorsi alla Procura palermitana, decretò la cattura e la carcerazione di alcuni dei boss più feroci delle famiglie siciliane tra cui Leoluca Bagarella, Giovanni ed Enzo Brusca, Vito Vitale, Cosimo Lo Nigro, Pasquale Cuntrera, Nino Mangano, Pietro Aglieri. In un periodo storico in cui le fiction televisive alimentano in maniera dannosa gli stereotipi della realtà mafiosa, è importante saper raccontare questo fenomeno della reale sostanza, senza dover creare confusione tra il bene e il male perché “l’emulazione crea dei cloni – continua Sabella -:
  a Napoli sembrano tutti seguire il modello di Gomorra”, un bisogno chiaramente legato alla carenza di valori e alla necessità di ricercare il fascino del male”.

Raccontare la mafia nella sua più viscida natura, senza giri di parole, nel modo reale, crudo e crudele, esattamente come accade nel film di Salvo Cuccia, “Lo scambio”, in cui Alfonso Sabella ha collaborato alla sceneggiatura “Ne Lo scambio si evince la cattiveria, Cuccia ha realizzato un prodotto di qualità raccontando l’orrore, ed è riuscito a narrare il volto del male”, lui che la mafia e le dinamiche mafiose le conosce bene, gli chiediamo com’è cambiata l’antimafia dai giorni caldi delle stragi ad oggi, “Quella di oggi è un’antimafia meno istintiva, noi avevamo l’esigenza di intervenire sull’immediatezza e l’obiettivo principale era quello di interrompere le catene di morti che si verificavano. Sicuramente, in quegli anni, abbiamo dato la risposta più importante che lo Stato ha mai dato alla lotta contro Cosa nostra: sono stati arrestati i latitanti, sequestrati i loro beni, montagne di ergastoli, e tutto questo perché lavoravamo agli omicidi in tempo reale. Era un’antimafia più da azione – continua Sabella – ora è un’antimafia di pensiero”. Storie di latitanti, di mosaici da comporre per comprendere linguaggi criptati, dialoghi con i pentiti, “ogni indagine ha la sua storia. Ci sono investigazioni basate su intercettazioni ambientali, altre su pedinamenti o sofisticate tecnologie. Alcune partono da una soffiata e altre sono invece il frutto di un’idea originale, di un guizzo, di un’intuizione. La cosa fondamentale è capire il modo in cui il latitante si muove, quali sono i suoi legami, i suoi contatti, pensare come lui, saper parlare la sua lingua e quella delle persone che gli stanno vicino”.
E Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993, è ancora un uomo libero, “I latitanti di cui mi sono occupato io, da Bagarella a Brusca, erano attivi sul territorio, si muovevano moltissimo, facevano accordi, molti omicidi, quindi il metodo da me utilizzato, “terra bruciata”, ovvero lasciare loro un unico canale era il modo con il quale riuscivo a portare a buon fine la cattura. Un latitante come Provenzano, ad esempio, era ben lontano dal territorio poiché rifiutò la tecnologia, viveva dove non c’era energia elettrica, non possedeva cellulare – quindi da escludere la pista delle intercettazioni – non era in prima linea, a un latitante che sceglie questa scia è davvero difficile ogni intuizione. Io credo che Matteo Messina Denaro – dopo gli errori commessi dai suoi più stretti amici – abbia utilizzato il metodo Provenzano”.

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