Barcellona, barbaro rituale

agosto 20, 2017

 | Salvo Reitano |

Il furgone bianco dei terroristi dell’Isis piomba in salotto poco dopo le 17 di un caldo giovedì di agosto. Il Tg  in edizione straordinaria dice con il nodo alla gola: la folla che passeggiava tranquilla sulla Rambla, la via più famosa e turistica di Barcellona, vicino a Plaça de la Catalunya è stata colpita alle spalle da un commado di jihadisti islamici. Poi è tutto un susseguirsi in alta definizione di gente che grida, forze dell’ordine concitate, sirene di ambulanze, corpi inermi e sangue sul selciato.  Morti e feriti di 34 nazioni diverse,  tra loro anche alcuni italiani. Il solito barbaro rituale.
Resto afflitto sulla poltrona di vimini foderata di tela leggera per l’estate. Le persiane a custodire il fresco della penombra. La Tv gracchia: vi daremo altri particolari nelle successive edizioni. Non si fermeranno più fino a tarda notte. La foto del mare di Punta Braccetto arriva su WhatsApp in contemporanea al furgone che accelera e travolge. La località marinara in provincia di Ragusa ha acque cristalline, la battigia tersa, le calde sabbie ventilate. Poso lo smartphone sul tavolo e avverto in me una stanchezza profonda che risale a galla boccheggiante. Non so perché mi sentissi arbitrariamente sereno: forse in cuor mio credevo che con la caduta delle roccaforti dello stato islamico potevo meglio sperare. L’illusione del vivere le nostre città senza la paura può sprigionarsi cosi, dal nulla.
Punta Braccetto, illustrata e a colori, è subito remota e incantata. Barcellona imbrattata di sangue ripete a Roma assetata e siccitosa, con l’affanno della canicola addosso, che la devastazione terroristica continua, che la tregua era solo apparente, sotto la medicazione e le cure stagnava il pus. Ubi pus ivi evacua, insorgi, saltaci dentro, affonda nella piaga purulenta il coraggio e la determinazione affilata del bisturi. Non si può essere un continente a perdere, fare da tiro a bersaglio, i pupazzi del luna park vestiti da cittadini e turisti. Oggi ne vanno giù cento, domani altri cento, si colpisce a vista. Meglio se è estate e da un telefonino remoto ti stavano scrivendo due righe con foto da Punta Braccetto en el mar in provincia di Ragusa. La provocazione stride, ne sento il graffio fin dentro le fibre.
Il nostro vero nemico però, dobbiamo avere il coraggio di riconoscerlo, non sono questi ragazzi indottrinati dall’odio, che colpiscono alle spalle e che ormai non hanno nemmeno il “coraggio” di farsi esplodere e morire da martiri. Questi vigliacchi hanno inventato un nuovo rituale: colpire alle spalle uomini, donne e bambini che passeggiano felici e ignari sulla via di una delle nostre città. Ecco perché il nostro vero nemico è la paura, legittima per carità, ma che dobbiamo combattere con tutte le nostre forze.
La paura ci rende immobili e incapaci di vivere secondo lo stile che è classico della nostra civiltà: viaggiare, studiare, fare, progettare. Se cediamo alla paura finiremo con il regredire che è poi l’obbiettivo principale di questo sedicente stato islamico.
A domicilio la Tv informa che la rivendicazione dell’Isis non si è fatta attendere. Nessuna tregua. Barcellona è solo un’altra bandierina sulla scacchiera del terrore. Sotto a chi tocca. I terroristi avvertono: il prossimo obiettivo sarà l’Italia. Seguiranno le dichiarazioni dei leader europei, il minuto di raccoglimento negli stadi, i funerali di stato, i presidenti vestiti di scuro e le  lacrime che per i parenti e gli amici saranno impossibili da asciugare. Cosa ne facciamo di questa Europa datata agosto 2017 che incassa l’ennesimo attentato con mittente, dove perdono la vita centinaia di suoi cittadini, dove alla condanna di rito non segue un’azione concreta e definitiva?
Già stamattina, a bocce ferme,  a letto, in quei dormiveglia sudati che la calura prescrive, le lenzuola agitate, il cuscino che sprofonda, riflettevo a come noi tutti si vivesse, ormai, senza qualunque trasalimento di allegria: nulla che faccia sorridere, ogni santo giorno che Dio manda in Terra l’identico percorso di tragedie collettive, l’occhio sbarrato sui fatti nostri. Bastano e avanzano i miei problemi, si sussurra a denti stretti. E non è mai un bell’argomentare.
Un tempo l’amicizia tra i popoli era apolitica e l’estate vacanziera. Si partiva senza problemi di destinazione: Europa, Asia, Stati Uniti, Medio Oriente. Io ai mari caldi, voi ai mari freddi. Le palme, l’equatore, i fiordi, le aurore boreali, i jet, le navi da crociera. Andiamo che la facilità dell’esistere ci favorisce. E cosa importa se siamo tutti cicale.
Mi alzo e guadagno i terrazzino. Vedo una formichina attraversare la prima area assolata, instancabile anche di agosto, organizzata, lucida, determinata. Accendo lo smartphone e la indirizzo sullo schermo con la foto di Punta Braccetto. Ci passa sopra rapidissima e indifferente. Contro chiunque le insidi il formicaio e le sue regole di convivenza, però, non avrà esitazioni. Gode la grande fortuna di non essere né cristiana né musulmana, né con Dio né senza Dio. La invidio mentre sparisce nel cunicolo da dove era sortita. Preparo il caffè aspettando la successione dei Tg a mezz’asta.

 

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