Biodiversità e qualità, le carte vincenti dell’agricoltura “made in Sicily”

giugno 27, 2017

|Saro Faraci|

L’agricoltura “made in Sicily” si racconta per storie, prima ancora che con numeri e concetti. I numeri, si sa, sono sempre “ballerini”. C’è chi dice che in Sicilia il settore primario contribuisce per meno del 2% al PIL regionale; c’è chi afferma che il suo contributo all’economia regionale è vicino all’8%. Bisogna interpretare bene gli aggregati economici di base – ammonisce giustamente la professoressa Marcella Rizzo, docente di Economia e Politica Agraria all’Università di Catania, che ha aperto questo pomeriggio il quarto seminario su “made in Sicily” organizzato dal corso di laurea in Economia Aziendale e dalla Camera di Commercio di Catania. Dal canto loro, i concetti sono importanti ed essenziali, ma spesso difficili da far comprendere a chi di dovere nelle sedi istituzionali, come all’Unione Europea dove la “qualità”, perno portante delle produzioni tipiche siciliane, non è riconosciuta se non nel perimetro delle regolamentazioni su IGP, DOP, e altre certificazioni le quali, difficili da ottenere, non sempre risultano premianti nei mercati trainati dalla distribuzione moderna. E allora, cosa fare? Meglio ripartire da Madre Terra, dal modo in cui gli agricoltori sperimentano innovazioni frugali, assecondano i ritmi delle stagioni, riversano amore, e una grande quantità di tempo, al lavoro che svolgono con grande dedizione. E fra i nuovi agricoltori ci sono molti giovani che, con caparbia ma anche tanta competenza, hanno deciso di recuperare antiche tradizioni, di preservare la bio e la geodiversità della Sicilia, di puntare alla qualità del prodotto e provare ad aprire nuove nicchie di mercato, anche all’estero – come ha sottolineato il dottor Corrado Vigo, presidente dell’Ordine degli Agronomi di Catania e profondo conoscitore del settore primario.

Sono le storie quelle che legano le persone alla Madre Terra. Come nel caso dei produttori, confezionatori e trasformatori che si sono aggregati nel consorzio di tutela Arancia Rossa IGP per la valorizzazione di un prodotto dalle caratteristiche organolettiche e dalle proprietà salutistiche uniche che oggi – come ha sottolineato la giornalista Giuliana Avila Di Stefano, responsabile marketing consorzio – vanno comunicate correttamente al mercato, per guadagnarsi quegli spazi che le produzioni concorrenti dei Paesi mediterranei hanno sottratto nei banchi dei supermercati agli agrumi siciliani. Ma c’è anche la storia di qualche coraggioso, come Francesco Ancona dell’O.P. Terraviva Agrinova Bio 2000, che trent’anni fa ha sfidato apertamente la diffidenza di chi, negli ambienti istituzionali ed accademici, non credeva ci fosse un futuro per il biologico in Sicilia. Ed invece oggi la Sicilia è una delle aree a più forte vocazione di prodotti dell’agricoltura biologica in tutto il Paese (in primis nel settore dei cereali, dove è ritornata la produzione degli antichi grani isolani); inoltre la pionieristica esperienza di Agrinova si è consolidata espandendosi all’estero, grazie all’aggregazione di una settantina di produttori biologici sparsi per tutta la Sicilia. Poi ci sono le storie familiari, come quella di Luciano Privitera, che agli inizi degli anni ’90 prese le redini dell’azienda del padre che era specializzata nella commercializzazione di limoni ed arance e, in piena crisi del settore, decise di convertire l’attività verso la produzione, il confezionamento e la commercializzazione dei prodotti di quarta gamma, ovvero frutta ed ortaggi sbucciati, tagliati e pronti all’uso. Un genere di prodotto che nella distribuzione moderna ha incontrato il favore della clientela anche isolana, per gusto, salubrità e sostenibilità delle produzioni.

Al seminario tenutosi al Palazzo delle Scienze, c’è stato spazio per raccontare pure qualche storia che all’agricoltura è legata indirettamente, nella trasformazione e nella lavorazione dei prodotti della terra. Come nel caso di Mastri Acetai, raccontato da Giacomo Amodeo che con Senia, una vera e propria start up nel settore agroalimentare, sta provando a rilanciare la produzione di aceti nel rispetto delle nobili tradizioni dei vinaioli siciliani. Oppure ancora nel caso di Cigni di Bellini, il marchio registrato dal prof. Luigi De Giorgi, musicista del Teatro Bellini di Catania, ed abbinato alla produzione di raffinatissime praline di cioccolato modicano realizzate dall’Antica Dolceria Rizza in dodici versioni diverse, quante sono le opere di Vincenzo Bellini. Un’opera d’arte “musicale” sia per il palato che per le orecchie, dato che il Maestro De Giorgi ha deciso di apporre sulla confezione dei cioccolatini un QR code che, letto dallo smartphone, permette l’ascolto di una o più arie dei brani del Cigno catanese. Una “genialata” che si è subito guadagnata una menzione ad Expo 2015 e naturalmente l’apprezzamento della clientela straniera. Insomma, “made in Sicily” anche in agricoltura, strizzando l’occhio ai canali esteri dove qualità e biodiversità si apprezzano e hanno buon mercato.

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