Come nasce la dizione?

maggio 17, 2017

“Sao ke kelle terre per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti” (“So che quelle terre per quei territori che qui sono designati, trenta anni le possedette la parte di San Benedetto”).

È questo il primo documento scritto in lingua italiana: Il Placito di Capua, risalente al 906.

Le parole riportate sono la testimonianza in volgare di una lite tra il monastero benedettino di Montecassino e un tale Roderigo D’Aquino circa il possesso di alcune terre. Invece che in latino, lingua fino ad allora usata nei documenti, i testimoni si espressero in volgare, perché ormai era l’unica lingua parlata e compresa dalla gente comune del luogo. Questo documento segna la nascita ufficiale della nostra lingua. Solo all’inizio del 1300 il dialetto fiorentino si impose sugli altri, diventando la base dell’unificazione linguistica nazionale. La definitiva consacrazione della lingua volgare avvenne quando Dante la utilizzò per la Divina Commedia al posto del latino. Nella seconda metà del 1800 il divario tra lingua scritta e lingua parlata si ricompose a opera del Manzoni che sostenne la necessità di una lingua comprensibile a tutti. Il linguaggio letterario della prosa e della poesia si avvicinò sempre di più alla lingua parlata e, partendo dal fiorentino, si arrivò alla pronuncia di oggi, che privilegia il suono, la musicalità e la dolcezza della lingua. Via via nacquero delle regole che  resero la parola più bella, più armoniosa, in sostanza pronunciata con la giusta dizione.
Per pronunciare bene le parole bisogna stare attenti alle giuste sonorità delle vocali e delle consonanti.

Se domandassimo a un bimbo di sei anni:

– Quante sono le vocali?

– Cinque! – ci risponderebbe trionfante. E rimarrebbe sbigottito se noi gli rivelassimo che, invece, le vocali sono sette. Sette, appunto: “a”, “e aperta”, “e chiusa”, “o aperta”, “o chiusa”, “i”, “u”.

Sette suoni ben diversi l’uno dall’altro.

E non basta. Non dobbiamo far torto alle consonanti. Anche il loro drappello va ingrossato. Ci sono, infatti, due “s” e non una, due “z” e non una.

Ecco i segni fonetici che ci fanno riconoscere questi diversi suoni

Accento grave:        Per la “e” aperta (cèlla) Per la “o” aperta: ò (òro)

Accento acuto:        Per la “e” chiusa: è (féde) Per la “o” chiusa: ó (dolóre)

“s” per la “s” sorda (sasso)

“ʃ” per la “s” sonora (aʃma)

“z” per la “z” sorda (amicizia)

“Ʒ” per la “z” sonora di (ƷanƷara)

A tal proposito propongo un quiz.

Si dice io sóno oppure io sòno?

Si dice pósto oppure pòsto?

Si dice cuóre oppure cuòre?

Si dice zio oppure Ʒio?

Si dice frizzante oppure friƷƷante?

Si dice rósa oppure ròʃa?

Si dice giovinézza oppure giovinèƷƷa?

Si dice béne oppure bène?

Si dice probléma oppure problèma?

Un bel problema, c’è da giurarlo, per più di qualche lettore.

Intanto vi lascio sperimentare e giocare con questi suoni, le soluzioni arriveranno la prossima volta.

Buona pronuncia!

Virginia Scarfili

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