È morto Totò Riina

novembre 17, 2017

Katya Maugeri

 PARMA – Muore a 87 anni Totò Riina, il capo dei capi, tra i boss più spietati di Cosa nostra, accanto ai suoi cari – autorizzati dal ministro Orlando – a poter condividere gli ultimi attimi di vita. Un uomo che ha comandato gli uomini delle cosche, fedeli, sempre devoti: chi per devozione, chi per timore. Ma tutti obbedivano, non potevano certo esimersi dai voleri di Totò Riina. Decine di processi raccontano le strategie, le imprese che hanno persino ispirato trame di fiction, di film. Muore nel carcere di Parma, da detenuto sottoposto al regime del 41 bis, alle 3.37.

Totò Riina, ritenuto – fino alla fine – ancora influente, un capo riconosciuto capace di dare ordini e commissionare sentenze di morte, si spegne dopo un coma farmacologico a seguito di due interventi chirurgici.

Ma chi era Totò ‘u curtu? Quell’uomo che tutti temevano per la sua ormai indiscussa crudeltà, “la belva” lo chiamavano. Perché uccideva senza pietà, senza rimorso, senza esitare.

Nato a Corleone nel 1930 iniziò la sua “carriera” dal basso, un delinquente che con una rapida ascesa – iniziata nei primi anni Settanta –  si conferma tra i capi indiscussi di Cosa nostra. La sua prima vittima porta il nome di Domenico Di Matteo, ucciso durante una rissa: il boss corleonese fu condannato a 12 anni di carcere. Il primo di una lunga serie e avviene dopo aver istaurato il legame con il mafioso Luciano Liggio. Ed è proprio insieme a lui che Riina comincia a occuparsi di macellazione clandestina di bestiame rubato. Luciano Liggio nel 1958 elimina Michele Navarra – suo capo – e ne consegue uno contro gli ex-uomini di Navarra, che furono in gran parte uccisi. Riina sostituisce spesso Liggio nel triumvirato provvisorio di cui fa parte con i boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. Coltiva collegamenti con la ‘ndrangheta e la camorra, con i fratelli Nuvoletta, camorristi napoletani affiliati a Cosa Nostra, con cui avvia un contrabbando di sigarette. Coinvolto in una retata e recluso di nuovo all’Ucciardone, Riina aspetta fiducioso: lo Stato non ha i mezzi giuridici per incastrare lui e altri esponenti di spicco della mafia come Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti: e infatti, nel 1969, vengono tutti assolti.

Dopo l’arresto di Liggio, che avviene nel 1974, diventa il reggente della cosca di Corleone. Riina “l’animale” come l’aveva soprannominato il suo amico e referente politico Vito Ciancimino, è feroce e spietato. La belva, che nel 1981 inaugura la mattanza ricordata come la “seconda guerra di mafia”. Tolti di torno Bontate, Inzerillo e Badalamenti insedia una nuova commissione. A capo della quale erge il nome di Totò Riina. Era il 1982, e più di duecento persone furono uccisi per le strade di Palermo.

Sempre al suo fianco, definito l’altro volto di Riina, Bernardo Provezano. Se il primo era a favore delle stragi, il secondo preferiva una mafia che non facesse rumore, per non avere il fiato sul collo dello Stato e continuare i suoi affari.

Su questa realtà ormai reale, sempre più sanguinaria, chiamata Cosa nostra, indagavano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, loro decisero di dare forma e nomi a questa organizzazione e istruiscono il maxi-processo. Senza mezzi termini, senza riserve. Il pool antimafia – infatti – colpì duramente l’organizzazione criminale, tanto che le indagini arrivarono fino al midollo delle cosche. Il capo dei capi non poteva accettare tale invasione di campo, non poteva sopportare tutto questo. Intanto il maxi-processo si concluse con le condanne. Ma Riina non accetta tale trattamento e si arriva all’attacco. Duro, atroce, lacerante. È il 1992 e tra il 23 maggio e il 19 luglio condanna a morte i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (ad azionare il telecomando che fece saltare in aria l’auto imbottita di tritolo sotto l’abitazione della madre del giudice, il boss Giuseppe Graviano). Colpendo il cuore dello Stato e la speranza di ogni cittadino. La mafia esisteva e non temeva di provocare esplosioni.

Gli rimangono pochi mesi di libertà: è il 15 gennaio del 1993 quando gli uomini dei Ros lo arrestano dopo una lunga latitanza durata 24 anni, a condurlo via in manette è Sergio de Caprio, il capitano ‘Ultimo’ a capo del Crimor. Dopo la cattura viene sottoposto al carcere duro, previsto per chi commette reati di mafia, il 41-bis, prima nel supercarcere dell’Asinara e poi in quello milanese di Opera.  A tradirlo furono le rivelazioni di Baldassarre “Balduccio” Di Maggio, il suo storico autista. Condannato all’ergastolo durante il “maxiprocesso” per colpa delle rivelazioni del primo vero pentito di mafia Tommaso Buscetta: ne fa uccidere 11 parenti, tra cui donne e bambini.  In uno dei processi che lo vedono protagonista – e che porteranno ad infliggergli 14 ergastoli – un giudice gli chiede se ha mai sentito parlare di Cosa Nostra. Riina nega.

Ma Totò u curtu continua a mantenere un ruolo da capo, un importante ruolo di prestigio anche dal carcere, anche al 41 bis. È il 26 ottobre 2013 e tutte le intercettazioni confluiscono proprio nel processo che si celebra nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. “Questo Di Matteo, questo disonorato … Io penso che lui la pagherà pure… lo sapete come gli finisce a questo la carriera? Come gliel’hanno fatta finire a quello palermitano, a quello il pubblico ministero palermitano… Scaglione. A questo gli finisce lo stesso”. Si riferisce al pm Nino Di Matteo. E poi ancora il 16 novembre del 2013: “Vedi, vedi, si mette là davanti, guarda così… mi guarda, guarda con gli occhi puntati così e io pure… a me non mi intimorisce… E allora organizziamola questa cosa! Facciamola grossa”.

L’avvocato della famiglia Riina – nei mesi scorsi – aveva richiesto la sospensione della pena, a causa delle gravi condizioni di salute del suo assistito. La richiesta era stata respinta dal Tribunale di sorveglianza di Bologna. Anche alla recente richiesta i giudici bolognesi hanno dato risposta negativa, essendo rimasta secondo loro intatta la pericolosità del criminale. Sarà forse che Totò Riina non ha mai manifestato nessun spiraglio di pentimento per tutti gli orrori commessi: «Io non mi pento … a me non mi piegheranno». Fino alla fine, non ha mai ceduto il capo dei capi, parole che ha pronunciato qualche mese fa parlando con la moglie nel carcere di Parma, e continuava: «Io non voglio chiedere niente a nessuno – le diceva riferendosi alle istanze che il suo legale avrebbe voluto presentare – mi posso fare anche 3000 anni no 30 anni».

Ora anche lui è morto e in tanti esultano, ma ricordiamolo: solitamente erano “loro”, i protagonisti di Cosa nostra, a festeggiare la morte dei loro condannati. Con lo champagne e risate, orgogliosi del lavoro portato a temine, in modo eccellente. Noi, non siamo loro, e non festeggiamo. Crediamo che la giustizia – quella alla quale non potrà sottrarsi – saprà agire. Noi siamo solo uomini che raccontano eventi e che ricordano le centinaia di vittime da lui condannate.

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