Etna, la montagna e il topolino

settembre 10, 2017

| Saro Faraci |

“Parturient montes, nascetur ridiculus mus”, diceva il poeta latino Orazio, rievocando una favola di Esopo, a proposito di chi promette mari e monti, ma non riesce poi a mantenere le promesse fatte. Da qui la frase proverbiale della montagna che partorisce un topolino quando ci si riferisce a quegli eventi che sono stati, o finiranno con l’essere, di gran lunga inferiori alle aspettative. Sembra così ogni volta che si riaccendono i riflettori sull’Etna e puntualmente spuntano fuori solo topolini. Magari, non è solo questione di promesse; è forse motivo di aspettative molto alte.

E’ stata sufficiente una mezza giornata di studio al Parco dell’Etna (giovedì 7 settembre, vedi l’articolo di Sicilia Network, n.d.r) per riaprire il dibattito, anche mediatico, sul futuro della “Muntagna”, sulle sue prospettive di sviluppo, sulle sue attuali criticità, e così via. Mezza giornata di studio per presentare i primi risultati di un lavoro sperimentale svolto da Alfredo Pasqualino durante il proprio corso di studi in occasione di uno stage nato dalla proficua collaborazione fra l’Università di Catania e il Parco dell’Etna. Mezza giornata per capire cosa possono fare di più il Parco, l’Università, i Comuni e gli altri soggetti pubblici, ma anche operatori, imprenditori, albergatori e guide turistiche, nonché i fruitori, al fine di rendere ancora più attrattivo il vulcano più alto d’Europa, uno dei più belli al mondo, il più importante in tutto il pianeta come “strato-vulcano”.

Il dibattito è sempre positivo e salutare, anche quando genera qualche strascico di polemica che coinvolge sostenitori, detrattori, agnostici e non pervenuti nella discussione di una tesi e delle relative antitesi; è più assordante invece il silenzio che anestetizza sentimenti e atteggiamenti, specie quando il silenzio tende a coprire comportamenti omissivi, o peggio ancora complici. L’auspicio, però, è che la montagna possa generare qualcosa in più del topolino!

Grazie all’autonomo percorso di ricerca di uno stagista, fino a qualche tempo fa studente universitario iscritto a uno dei tanti corsi di laurea dell’Ateneo catanese, si è venuto a conoscenza che da quando l’Etna ha ottenuto il riconoscimento Unesco (il 21 giugno del 2013), tutto il territorio coincidente con i venti comuni ricadenti sotto l’egida del Parco dell’Etna ha incrementato i flussi turistici. Nel biennio 2014-16 arrivi e presenze in quel territorio sono aumentati rispettivamente del 49,55% e del 16,43%; prima del riconoscimento Unesco, gli stessi valori registravano una contrazione del 16,13% e del 26,56%. Da quel dato, a partire dagli articoli di stampa, sono emersi una serie di interrogativi. Si è trattato di un colpo di fortuna? E’ stata una casualità? Una illusione? Il risultato è sovrastimato? Tale performance positiva durerà a lungo oppure è solo una bolla? Sono sbagliati i dati di partenza? E’ stato un bene che siano aumentati i flussi turistici? Arrivi e presenze in aumento portano ricchezza diffusa o a beneficiarne sono solo alcuni? E così via.

Naturalmente, non sono sufficienti poche righe di sintesi di un comunicato stampa o di un articolo di cronaca per approfondire un tema così complesso e delicato. L’altro giorno, in occasione dell’incontro promosso dal Parco dell’Etna, si è abbozzata una prima analisi, ma nemmeno una mezza giornata è stata sufficiente. I dati su arrivi e presenze sono quelli ufficiali dell’Osservatorio turistico regionale, incrociati con le informazioni rese disponibili dalla Città metropolitana di Catania, e si limitano a registrare il numero e la nazionalità delle persone che, regolarmente registrate, soggiornano in una delle strutture ricettive dei venti comuni del Parco dell’Etna. A seconda della durata del soggiorno, è possibile poi calcolare i giorni di permanenza media che, nel caso in questione, sono pari a 2,18 (e che, per inciso, erano pari a a 2,8 nel 2014!). Finiscono qui i dati sui flussi turistici. Si possono comparare ad altre aree, al fine di vedere come, nello stesso periodo, sono andati altri territori. Ad esempio, dopo il riconoscimento dell’Unesco l’intero territorio della provincia di Catania ha registrato una contrazione del 4,20% negli arrivi e del 12,21% nelle presenze (con una permanenza media, al 2016, pari a 2,1 giorni).

I dati vanno interpretati però e non si possono commentare sbrigativamente quasi che fosse il risultato di una partita di calcio. Ha vinto il territorio etneo mentre ha perso il capoluogo di provincia, cioè Catania? Non è questa la giusta prospettiva di analisi.

Il riconoscimento che l’Unesco nel 2013 ha assegnato all’Etna inserendola nella World Heritage List non si riferisce a tutto il territorio che, partendo dai crateri sommitali, arriva fino ai piedi del vulcano in unico ideale abbraccio che unisce moltissimi comuni della provincia di Catania, fino al mare della Plaja o della costa jonica. Quello è un territorio diverso, antropologico se fa riferimento al modo in cui nel tempo l’uomo si è insediato in questa area e ne ha tratto beneficio; un territorio amministrativo, forse, che coincide con i confini ieri della provincia regionale di Catania, oggi della Città metropolitana di Catania, domani forse di nuovo della Provincia. Basta leggere le motivazioni della decisione Unesco per comprendere che il riconoscimento è stato assegnato a quella porzione di territorio, estesa per 19.237 ettari, che è un sito naturalistico, in larghissima parte inabitato, e fruibile solo a certe condizioni. Stop. Il territorio che abbraccia l’Etna e con il quale la “Muntagna” ogni giorno si abbraccia è decisamente più vasto, parliamo di 1.190 km quadrati, dieci volte di più.

Per ottenere quel riconoscimento, è stato presentato un ricco dossier a supporto della nomination e il Parco dell’Etna ha prodotto negli anni passati i documenti necessari perché la valutazione di merito dell’Unesco fosse ben supportata da elementi probanti. Alla fine di un lungo processo di valutazione, il responso è stato positivo. Dal momento dell’ammissione alla World Heritage List, non c’è alcun dubbio, tutto il territorio dell’Etna, cioè il perimetro dei mille e passa chilometri quadrati, ha conosciuto maggiore visibilità e notorietà. Anziché gioire per il risultato, da quel momento è cominciata una fitta pioggia di domande. E’ stato in effetti solo merito dell’Ente Parco dell’Etna?  Non è che si sia sottovalutata la benefica azione dei social media, dei blog e delle pagine Internet? Andrebbe assegnato un encomio alle televisioni che hanno fatto conoscere di più l’Etna? Non è che sia stato per caso l’effetto positivo delle campagne di propaganda turistica della Regione Siciliana? Vuoi vedere che ha contribuito alla notorietà la maggiore diffusione all’estero di testi e documenti in lingua inglese? No, forse che è stato un merito delle spettacolari eruzioni registratesi durante il periodo? Oppure, il solito colpo di fortuna? Anzi, ci si è dimenticati del poeta greco Omero che nell’Odissea parlò tra i primi dell’Etna, generando da quel momento “a cascata” quelle che tecnicamente gli economisti chiamano esternalità positive per tutti gli operatori?

Non dovremmo poi dimenticare il filone di quelli che stabilmente considerano che “non è tutto oro quello che luccica”. E che, così facendo, inconsapevolmente se non conoscono  o deliberatamente se sanno e invece provano a sparigliare le carte, stanno finendo per confondere i piani di analisi. Perché se ci sono problemi alla viabilità, di fruizione ai crateri sommitali, di assenza di strutture alberghiere alle quote superiori, di malfunzionamento dei servizi a Piano Provenzana, di spazzatura lungo le strade, e cosi via; insomma se ci sono tutti questi problemi, non è mica colpa dell’Unesco o è tutto demerito di chi ha lavorato per far rientrare l’Etna nella World Heritage List. Queste criticità, invece, appartengono a tutta la gente che vive nel vasto territorio che abbraccia l’Etna (i mille e passa chilometri quadrati) e che, alla lunga, se non risolte, potrebbero mettere a repentaglio lo stesso riconoscimento Unesco limitato alla unicità di quei 19.237 ettari di incontaminata e spettacolare natura. Non subito, beninteso. Ma alla lunga, perché sarà l’habitat del Vulcano ad esserne compromesso se a rimuovere queste criticità non si lavorerà presto.

Ma torniamo ai flussi turistici. Come per magia, il solo riconoscimento Unesco ha prodotto risultati positivi dal punto di vista turistico? Le performance positive sono state all’altezza delle aspettative? In linea con gli standard dell’Unesco? Si poteva forse fare di più oppure non era forse necessario fare così tanto? Come al solito, le tante domande cui si vuole dare risposta spostano l’attenzione su altri piani di analisi.

Facciamo un esempio. Quando, a sei mesi dall’avvenuto riconoscimento Unesco, nel solo periodo 2014, gli arrivi e le presenze a Zafferana Etnea, uno dei centri ricadenti nel territorio del Parco dell’Etna, sono stati rispettivamente di 16.042 e 42.345 unità, ciò vuol dire che ci sono state più persone che hanno soggiornato in quel centro. E ciò significa che l’occupazione delle camere delle strutture esistenti è migliorata ed ancora che nuovi posti letto si sono generati a seguito dell’apertura di nuove strutture, soprattutto nel campo dell’ospitalità familiare (bed & breakfast, agriturismi, case vacanze, etc..). Fin qui i dati ufficiali, perché evidentemente alle rilevazioni sfuggono i dati relativi a tutte le altre forme di turismo che appartengono alla “economia sommersa”: non solo per Zafferana, ma anche per tutti gli altri centri, non si possono conteggiare le presenze nelle strutture affiliate ad Airbnb, ad esempio, oppure tutte le persone che, equiparate ai turisti, soggiornano per lunghi periodi nella zona etnea, ma alloggiano presso le abitazioni dei parenti o degli amici, messe a disposizione.

C’è un legame diretto fra questi risultati positivi a Zafferana Etnea e il riconoscimento Unesco? Evidentemente no. Ma che il riconoscimento Unesco abbia contribuito a stimolare l’offerta di posti letto, utilizzando al meglio l’esistente, oppure a creare una offerta aggiuntiva e, nel contempo, ad accrescere l’interesse di potenziali nuovi visitatori verso l’Etna, su questo non c’è molto da discutere. Come non si può discutere il fatto che, pian piano, aumenta l’interesse di non siciliani ad investire nelle zone etnee. E se questi risultati, oltre a Zafferana e Nicolosi, dovessero crescere anche in tutti gli altri centri, sia quelli ricadenti nel territorio del Parco dell’Etna, sia al di fuori di questi perimetri amministrativi, non c’è altrettanto dubbio che a respirare sarebbe un po’ tutta l’economia etnea.

Ancora oggi però l’Etna, economicamente parlando, non genera ricchezza diffusa. Non bastano i primi risultati positivi sul piano dei flussi turistici a registrare un balzo in avanti nella crescita del PIL del territorio, ammesso che si riesca a calcolarne il valore anche su base comunale. L’escursionismo, cioè il “turismo mordi e fuggi” è un fenomeno dalla portata più ampia. Lo prova il fatto che, per fare un esempio, al Rifugio Sapienza il flusso dei visitatori è superiore a quello degli ospiti delle strutture ricettive del territorio. Ci sono anche coloro che soggiornano altrove, a Taormina, a Siracusa, a Catania che decidono di spendere una giornata sull’Etna, ma senza dormire in zona.  E poi, ci sono ancora molti “pendolari del turismo”, cioè gli stessi siciliani che si muovono da un posto all’altro dell’isola per ammirare le bellezze della Sicilia, tra cui ovviamente l’Etna.

Tutto questo con l’Unesco però non c’entra o comunque c’entra veramente poco. Fintanto che la parte autorizzata dall’Unesco rimarrà un sito naturalistico, preservato e tutelato nel rispetto di determinati standard, quel riconoscimento verrà mantenuto. Ma che il brand Unesco possa essere foriero di risultati ancora più positivi per il turismo, l’escursionismo e l’economia locale, compresi i settori dell’agroalimentare e dell’artigianato che vanno a trazione etnea, su tutto ciò non c’è dubbio.

Ci sarà però ancora modo di approfondire.

Foto tratta dal web

foto di Patrizia Strino relativa all’incontro del 7 settembre al Parco dell’Etna

 

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