Sanremo è siciliano

febbraio 13, 2018

 

 

Concetto Ferrarotto

Un paio di baffi ed una tromba, un suono che raccoglie tutto il sud del mondo in un sussurro di emozioni. Si affaccia così il primo siciliano in gara al festival, con il sorriso simpatico di Roy Paci in coppia con Diodato. C’era tanta Sicilia a Sanremo e se con i film di Montalbano l’Italia parla siciliano, con i cantanti, i comici, i presentatori, la Sicilia parla italiano. Ad elencarli tutti ci si sorprende, perché sono volti ormai familiari e quasi non ci fa più caso. La novità è forse proprio questa: se prima, per ogni siciliano che aveva successo fuori dall’Isola, stavamo lì a celebrarne le origini regionali con un certo ingenuo orgoglio, oggi sembra normale avere un Fiorello che apre il festival sovrapponendosi a Baglioni. Ed è normale applaudire Pippo Baudo come il gran cerimoniere del concorso canoro, ascoltare la canzone di Giovanni Caccamo, l’eleganza vocale di Mario Biondi, il meno sanremese di tutti, e le gags di Frassica. Per concludere con qualcun altro che in qualche modo ci ricorda pubblicamente di essere stato scoperto musicalmente da Franco Battiato.

A metterli insieme si spazia tra le varie arti dell’intrattenimento e non si preoccupano di nascondere le loro origini ma nemmeno di esaltare la sicilianità che portano dentro, sono artisti italiani, per successo e per gradimento. Catania ha un suo certo primeggiare ma poco importa, non è questione di campanilismo. Il fenomeno è più importante di quanto vorrebbe una piccola disputa tra città. L’energia da improvvisatore di Fiorello, per esempio, o la nobiltà artistica di Baudo, sono il segno evidente di una cultura siciliana che non si è mai fermata, semmai ha dismesso gli abiti della regionalità, depurandosi dagli eccessi, raffinandosi nel confronto con le altre scuole artistiche e sotto sotto, silenziosamente ma neanche tanto, riuscendo a permeare di sé la cultura nazionale. Un po’ come il nostro vino, che prima era forte e grezzo ed oggi lo trovi nei più eleganti negozi londinesi o americani.

L’Italia ha voluto dimenticare per qualche tempo che esistesse un sud artistico ma in realtà non può farne a meno perché resterebbe monca di quel filosofeggiare indolente che ha la capacità dirompente di trasfigurare in comicità e poesia ogni contraddizione.

C’è poi tutto un movimento di giovani attori di teatro, ballerini, musicisti classici, tecnici del suono, giornalisti, che si muove dietro i nomi più famosi. E’ il momento di venir fuori dall’idea abusata dell’artista siciliano come banale caratterista, buono al più per fare da contorno a film grotteschi o di criminalità. La Sicilia artistica c’è, esiste, al di fuori di ogni sua riduttiva rappresentazione di comodo e al di là di ogni vittimismo. Semplicemente, abita altrove. Le strade bianche e assolate delle colline del sud est, il dialetto italianizzato del Commissario, i paradossi non-sense del maresciallo Frassica, la tanta musica scritta, suonata o interpretata dai siciliani, abitano ormai l’immaginario di ogni italiano. E l’italiano, nelle sue fantasie, spesso vorrebbe abitare qui, per incontrare il sogno.

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