Hiroshima, l’esplosione nel corpo

agosto 6, 2017

|Katya Maugeri|

“(…) E mi risulta impossibile capire come si possa tentare di spiegare una guerra senza provocare dolore, empatia in chi legge”, non è semplice raccontarne il ribrezzo, la paura, l’esplosione e il silenzio che ne consegue. Descrivere l’orrore, la schiavitù, le ingiustizie e quella sete di speranza che alimenta un nuovo giorno. Sono pagine che sembrano rapire il lettore, sembra quasi di vedere gli occhi di H. colmi di dolore. È la protagonista di Yoro, il primo romanzo di Marina Perezagua (edito da La nave di Teseo), una delle voci più interessanti della letteratura spagnola contemporanea, che ci descrive con abilità, eleganza e minuziosità argomenti delicati come le atrocità delle guerre, il desiderio morboso di maternità, la diversità, la solitudine, la ricerca costante di una serenità, seppure effimera.
Marina Perezagua  racconta dell’Africa e dell’attuale dramma delle miniere di Coltan – minerale molto prezioso e impiegato nella costruzione di smartphone, sempre più richiesti sul mercato internazionale, ed è il componente principali di costruzione per l’industria aerospaziale – che in Congo sta annientando un’intera generazione, ai campi di prigionia giapponesi nei quali vennero rinchiusi e seviziati migliaia di soldati americani durante la seconda guerra mondiale, e non rinuncia nemmeno a un acceso atto d’accusa contro il comportamento dei Caschi Blu dell’ONU impegnati in Congo in una missione che avrebbe dovuto essere umanitaria

Della protagonista non conosciamo il nome. “Ho deciso di chiamare me stessa H perché mi è stata negata la voce”, la lettera H rimanda a numerosi significati: nell’alfabeto spagnolo, è una lettera muta, come mute rimangono spesso le vittime delle atrocità della storia, ma nella tavola periodica degli elementi è il simbolo dell’idrogeno, costituente della bomba atomica. H, nasce a Hiroshima qualche anno prima della seconda guerra mondiale, la sua affascinante narrazione o come la definisce lei “dichiarazione”, inizia esattamente dal 6 agosto 1945, giorno in cui sulla città si abbatte la prima bomba atomica. E da lì, pagina dopo pagina, racconta gli echi degli orrori di Hiroshima.
H è una sopravvissuta. Ha perso tutto e vaga per la città rasa al suolo con la pelle lacerata dalle ustioni. L’esplosione è devastante, nell’anima e persino sul suo corpo: la colpisce ancora bambina e la sfigura nel profondo, lì dove risiede la storia di un corpo e la promessa di una maternità. Verrà successivamente adottata da una famiglia americana conoscerà Jim, soldato americano sopravvissuto alla deportazione e alla prigionia in Giappone: vittima e allo stesso tempo carnefice – avrebbe potuto essere a bordo di Little boy, l’aereo che sganciò la bomba atomica-. Una storia d’amore lontana da ogni stereotipo, come lo è l’intero romanzo, ben distante dalle definizioni classiche di amore, “Il fatto di averlo amato non ha influito sulla mia vita, ma senza di lui non sarei arrivata a essere, e per arrivare a essere intendo quel momento in cui ho osato vedere ciò che ero sempre stata”. Il loro incontro, non avviene per caso, il lettore lo scoprirà solo alla fine. È un pugno allo stomaco, un vortice di domande che assaliranno il lettore dopo per aver letto le risposte che H. darà. I due giovani andranno alla ricerca Yoro, la figlia perduta dell’uomo affidata a Jim e cresciuta come una figlia durante la sua missione, che per la protagonista diventa la figlia che le radiazioni le hanno per sempre negato. Pagine che oscillano tra ricordi, nostalgia, prese di coscienza e quel filo sottile di solitudine che ognuno di noi riconoscerà, “Anche la rabbia era rallentata. Una rabbia sommersa, vile, incapace di azzardarsi a darmi un effimero sollievo spaccando un semplice vaso”.
La ricerca di Yoro diventa una missione vera e propria, la cercano ovunque, in un mondo intriso di dolore, di ingiustizie e l’autrice le racconta. Tutte. Senza esimersi da descrizioni crude e concrete. Il potere, l’avido dio denaro, tematiche attuali raccontate in un romanzo da leggere tutto d’un fiato, pagine avvincenti che lasciano un marchio sul cuore, che parlano sì, di dolore ma che anche di speranza, nulla è mai realmente perduto. La ricerca viscerale di risposte creano quasi una ellisse all’interno della quale identità e corpo sono divisi da fragili confini, sfocati e vulnerabili come ogni individuo che cerca il suo posto nel mondo. Le parole usate dall’autrice sono poetiche e crude, soavi e dirette, che accompagnano il lettore a un finale disarmante, inaspettato, il mistero svelato della scomparsa di Yoro, l’essenza di H e la netta sensazione di turbamento nell’apprendere che ognuno di noi cerca e percepisce Yoro dentro e fuori se stesso.

“Yoro” racconta la bellezza che si trova anche nelle macerie del dolore, la speranza di poter raggiungere – un giorno – l’equilibrio, la serenità, se stessi. Un lungo percorso che intraprendi con il lettore. In che modo i lettori hanno accolto questo tuo primo romanzo?

«Cerco sempre di essere fedele ai personaggi, non pensando molto al lettore per dare più autenticità e energia vitale alle anime della mia scrittura, ma a volte è inevitabile pensare al modo in cui il lettore riceverà il mio lavoro. Pensavo che Yoro sarebbe stato un romanzo insopportabile per coloro che vivono delle difficoltà, pensavo che nessuno che attraversasse un brutto momento sarebbe stato interessato a un testo così complesso. Ma mi sbagliavo. Perché i lettori che conoscono la sofferenza sono coloro che l’hanno apprezzato di più. In particolare ho avuto molti lettori malati di cancro e altre gravi malattie che mi hanno scritto per ringraziarmi per avergli dato qualche sollievo. Questo è per me una sorpresa e un onore. Sembra che il dolore possa curare il dolore».

Protagonista indiscusso è il Giappone. Quel 6 agosto 1945 che sconvolge e annienta la vita e i sogni. Che legame hai con la tradizione giapponese?

«La famiglia di mio padre proviene da un villaggio con una forte connessione giapponese da quando un’ambasciata di samurai fu inviata nel XVII secolo, condotta da Hasekura Tsunenaga. Anche se sembra molto tempo fa, il cognome “Giappone” è ancora molto comune nel villaggio e gli abitanti mantengono una lunga storia e scambi con la cultura. Sono cresciuta circondata da leggende del Giappone e anni dopo mi sono specializzata in Arte Giapponese. Tutte queste vicende mi hanno portato a vivere in Giappone per un po’ di tempo con il mio fidanzato. Sentivo di appartenere a quel luogo, e questo sentimento mi ha fatto scrivere sul capitolo più difficile nella storia del paese».

“Quel filo della memoria che tiro quando ho bisogno di rievocare qualche ricordo che mi aiuti a restare impassibile”, che rapporto ha la gente con la memoria?

«Penso che il modo in cui l’Europa si occupa della memoria sia molto diverso rispetto al modo in cui Giappone si occupa di questo, ed è uno dei motivi che mi hanno portato a scrivere sul trauma di Hiroshima, il silenzio intorno a questa parola. Volevo chiedere alla famiglia del mio ragazzo e nessuno voleva rispondere. È una ferita molto aperta nelle vecchie generazioni, ma una ferita che non può essere curata perché l’unica medicina che usano per curarla è il silenzio. Forse il dolore di una bomba atomica è veramente grande per trovare le parole per esorcizzarlo, forse, non lo so».

Un romanzo che dà voce anche agli emarginati, agli esclusi dalla società, a coloro che vengono definiti “diversi”… di quanta empatia avrebbe bisogno la nostra società?

«Penso che hai usato la parola più importante che riguarda oggi la maggior parte dei problemi: l’empatia. Non siamo in grado di volervi ritrovare nella condizione dell’altro. Ci sono naturalmente persone molto preziose che lavorano per il bene degli invisibili, ma a mio parere ci sarebbe bisogno di più empatia in ogni giorno, dai gesti minimi. Vivo a New York da 14 anni e vedo i due estremi: una società assolutamente individualista e alcuni gruppi di persone che cercano veramente di prendere gli Stati Uniti fuori dall’elenco dei paesi del terzo mondo, perché un paese senza sicurezza sociale, con tortura legalizzata nelle carceri, con un razzismo atroce, un paese in cui la prossima generazione avrà meno aspettativa di vita della precedente, dove gli adolescenti portano armi, con i crimini impuniti, con la pena di morte, ed in guerra permanente è un paese del terzo mondo».

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