I giovani e la cultura del “senza”

agosto 4, 2017

 

Le nostre generazioni vivono al momento la cultura del “senza”. Quotidianamente è un continuo leggere, ascoltare, discutere del “senza”. Nell’ambito dell’alimentazione, ad esempio, leggiamo spesso di farine “senza” glutine, gelati “senza” latte o “senza” lattosio, pane “senza” lievito, birra “senza” alcol, alimenti “senza ”OGM, “senza” olio di palma. Il più ricercato in assoluto è il “senza” grassi o il “senza” zuccheri aggiunti. Il top si raggiunge con il dimagrire “senza” dieta. Nel settore degli acquisti ci propinano soluzioni di pagamento “senza” contanti, “senza” anticipi, “senza” interessi, “senza” pagare (ma solo oggi, pagherai domani). Anche gli investimenti bancari, dopo i danni provocati da diverse banche, propongono investimenti sicuri, “senza” rischi, così come “senza” pericoli sono gli acquisti con carta di credito su internet. Non mancano anche nel settore della cosmesi l’assenza di qualche componente, “senza” derivati idrocarburi o “senza” parabeni. Generazioni ossessionati dal “senza”, e la ricerca del “senza” è un impegno che spesso ci porta via molto tempo nella scelta di un prodotto. Al contrario dei nostri nonni o genitori che hanno vissuto in un periodo in cui l’aggiunta era di vitale importanza per la vendita di un prodotto: gelati con doppia panna, pasta con doppio glutine, la pastina di glutinata, o prodotti arricchiti con vitamine. Ora, escludendo tutti i soggetti che, per seri motivi di salute, non possono effettivamente mangiare alcuni prodotti, perché molte persone si sono rivolte all’acquisto dei prodotti “senza”, malgrado non ne avessero la necessità? Perché questo cambio di direzione sulla nostra alimentazione o sul nostro stile di vita? Di certo i nostri nonni e i nostri genitori hanno vissuto periodi storici dove il “senza” era totale. I racconti in famiglia parlavano di veri e propri periodi di carestia, specie durante il periodo bellico. Non vi era la pasta “senza” glutine, ma mancava proprio la pasta, o la carne. Non vi era la possibilità economica di rateizzare un prodotto, ma nemmeno di acquistarlo. La paura principale non era se un alimento alla lunga potesse fare male o meno, ma era l’assenza degli alimenti. Oggi le nostre idee sono cambiate, le nostre abitudini modificate, le nostre certezze sostituite, le nostre paure adattate. Il “senza” è un tentativo di protezione dall’avvelenamento dei cibi che sul web si proclama quotidianamente, un vaccino contro l’intossicazione alimentare, uno scudo a protezione della nostra ignoranza sull’alimentazione. Ciò che va preso molto in considerazione, non trascurando assolutamente il suo impatto nella nostra vita, è il web. Questo, entrato prepotentemente nella nostra vita, l’ha cambiata e spesso non in meglio. Infatti tante notizie che modificano il nostro pensiero non sono vere (bufale), ma create ad arte per manipolare, spesso solo ai fini pubblicitari, i nostri comportamenti. Ma la cultura del “senza” ha anche un risvolto psicologico. Viviamo nel periodo dell’abbondanza, dell’opulenza, dopo tutto diventa facile, reperibile, subito ottenibile, diversamente dai nostri nonni che desideravano e programmavano un acquisto e spesso lo si otteneva con grandi sacrifici. Oggi grazie al benessere, al pagamento “senza” acconti e “senza” interessi, riusciamo, invece, ad avere tutto e subito. Manca a noi la parte più interessante, quella che mantiene viva l’attenzione, che ti fa desiderare qualcosa, che te la fa sognare: manca l’attesa e il sacrificio. Quest’ultimo fa di un oggetto una tua conquista, una tua realizzazione. Desiderare ti da’ slancio, ottimismo, allegria, tensione emotiva. Oggi avere tutto e subito ha svuotato il nostro “io” di tutto ciò. La cultura del “senza” allora va interpretata, dal punto di vista psicologico, come il desiderio di riappropriarci dell’attesa, della ricerca di cose non facili da reperire, ma da ricercare con attenzione, anche a costo di prolungare l’attesa, che è quella che ci ridarà nuovamente lo slancio, l’ottimismo, l’allegria e la tensione emotiva, che il benessere ci ha rubato.
Consolato Cavallaro

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