I tacchi a spillo della Catania glam

maggio 12, 2017

 

 

 

 

CATANIA – Tacchi alti al centro della scena. Vertiginosi, rosso-sangue, rosso-passione, totem pop e trasgressivo. Punto di fuga. O di vertigine sarebbe meglio dire. Chè una vertigine è la vita di Gerry Garozzo, il protagonista di “Glam City”, l’atto unico di Domenico Trischitta con la regia di Nicola Alberto Orofino sulle scene dell’affollatissimo Teatro Piscator.

Se l’omonimo romanzo, da cui la piece è tratta, si strutturava come una narrazione “verista” – la regressione, le scelte lessicali e sintattiche, la presenza di un fato che circoscriveva gli eventi nell’orizzonte della tragedia – in questo spettacolo tutto si condensa, e dunque si moltiplica, nel grumo nero di una livida scena di plastica, altare dissacrato sul quale Gerry, unico protagonista, è travolto dalla “fiumana del progresso”, dal desiderio dell’emancipazione “dal quel covo di checche” che è la sua San Berillo e dall’affetto ossessivo della madre, “custurera” delle prostitute che lo abitano.

Si, perché Gerry è uno che sogna, lontano dal “volgare e carnevalesco travestimento dei puppi” che è quel quartiere. Perché Gerry è “puppo” in una città che odia i puppi. Una città che disprezza i sognatori e tutti coloro che vogliono sfuggire dalla propria subalterna condizione sottoproletaria e (sub)urbana: e financo le immagini di un cinegiornale che scorre sullo schermo a beatificare la città dell’Elefante, col sottofondo musicale alla Wanderley, sembrano davvero anche per Gerry, una presa per il culo.

Che poi, nell’incipit sia la vox di Pippo Fava – il suo tormentato genius loci – a guidarci nell’antropologia della catanesità è solo una parentesi perché sono soltanto l’anima e la carne di Gerry a investire tutta la scena della loro disperata voglia di vivere in una lunga, densissima anti-formazione: Gerry “arrusu do culu”, Gerry farfalla, Gerry “taddarita”, Gerry falena impazzita che vede bruciare la fiamma della sua illusione troppo velocemente. Gerry “fimminedda”, Gerry “sbintatu” dai “normali” lungo la via Etnea, Gerry e le marchette sui sedili di legno dell’Olimpia, Gerry stregato da Marc Bolan, il re del glam cui vorrebbe assomigliare, Gerry in fuga al Nord, Gerry sangue infetto, Gerry che agonizza infinitamente. Come il suo quartiere. Come l’intera città.

In questo autofagocitantedeluge, Silvio Laviano irrompe – complice una compilation musicale dolente e rabbiosa ad un tempo (seppur con qualche eccesso) – con il sangue, il sudore e le lacrime di una interpretazione magistrale. Attraverso il suo corpo le sue parole e i suoi gesti, la parabola e la rovina di Gerry Garozzo incidono la scena e diventano exemplum, memoria bruciata, lamentazione.

E forse con la sconfitta di Gerry, Catania perde l’occasione di essere la Madrid di Almodovar, la N.Y. di Andy Warhol, la Londra musicale di Bolan (pur con l’eccezione di qualche fortunata ma ormai trascorsa stagione).

Gerry è sconfitto perché è sconfitta Catania – nella quale allo sventramento dei quartieri popolari fa eco quello ferocissimo degli uomini – una città che non è mai stata la Milano del Sud ma la metropoli dell’imperituro “arrusti, ammazza e mancia” della sua eterna festa popolare.

Giuseppe Condorelli

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