La lezione di Cirillo gatto filosofo

febbraio 11, 2018

Salvo Reitano

Viene avanti il pomeriggio per striature grigie che anticipano una sera stinta dai piovaschi. La stagione arranca e quanto dovrebbe spettarci, di acqua e neve, sembra rimosso dalle occasioni. Solo poca roba in questo inverno che declina in attesa di tiepide affabilità, della prorompensa chiara dei boccioli di rosa, dei tramonti inclini alla dolcezza e dunque graditissimi a chi sappia vivere lo spazio nella sospensione arancione dell’ora. Per ora niente. Piove senza costrutto. Smette e ricomincia.
Così ogni giorno, dopo il pranzo, quando la casa si dedica ad una pausa di quiete e nessuno ancora studia, ascolta musica o guarda la televisione, guadagno il terrazzino nel lato della parte a vetro che si affaccia su un giardinetto padronale. Emigro lì, anche quando il freddo punge, per rimettere a posto i pensieri e intanto guardo fuori il senso del pomeriggio.
Ho davanti un grande albero di castagno e il viottolo di pietra lavica che le si stringe appresso. Intorno alberi da frutto ancora doverosamente spogli.
Più oltre, ci sono muri di altri verdi interni, due cedri del libano dove i merli hanno fatto il nido, palme, buganvillee,  un giro di finestre e ballatoi e antenne televisive con parabole puntate al cielo a carpire segnali lontani.
Si sente solo il frusciare lieve del vento. Tutto intorno rimane paesaggio fin quando, dopo qualche minuto arriva, con passo felpato e indifferente ai contorni, il signor gatto Cirillo. Mi si posa davanti di là dal vetro e lo percorre come in un maxi schermo.
L’amico felino è bianco e nero, con una svogliata ripartizione dei colori, la coda in un ricurvo del miglior barocco, la testa da filosofo di tutti i cortili circostanti e le gambe anteriori così scostate l’una dall’altra, per meglio mostrare l’imperiosità del petto, da aver fatto pensare alla nonnina della  casa all’angolo della strada che un tal gattone camminasse di proposito così per evidenziarne il portamento.
Per farla breve: non furono tanto la silenziosità del passo o la cautela delle movenze a garantirgli il rispetto del vicinato, ma una splendida evidenza di forza mai ostentata.
Ci sono giganti d’uomini, buoni e vigorosi, che vivono mitemente, talora sono perfino dei solitari invaghiti dal canto degli uccellini, sembrano scusarsi della prorompenza fisica e si dedicano, parsimoniosi, a una larga mitezza di modi e di parole.
Così Cirillo, il gattone ormai avanti con gli anni. Stessa vicenda. Si tratta di un gatto saggio. Non ha casa privata perché s’è considerato ospite di tutti che abitassero la nostra area di giardinetti. Salta sui muri con guizzo elegante, si sdraia al sole da libero pensatore, si protegge dalla pioggia negli anfratti e nei sottoscala, mangia se ce n’è, non implora mai con miagolii, che ovviamente  sarebbero discordanti con la sua potenza di fisico e di carattere, e nemmeno ringrazia platealmente se qualcuno si china a beneficarlo.
Alza soltanto la coda, come a dire: “Amicizia ricevuta, a buon rendere, sempre nei termini di un gatto svincolato dai tempi”. Eppure, sarà un caso, ma da quando Cirillo è di ronda di topi nel circondario si è persa la memoria.
Il vetro della veranda tende ad appannarsi, l’occhio resta su Cirillo che ha guardato verso di me un momento prima di sedersi sulla pietra lavica. Il cedro del libano gli sta sopra come un ventaglio. Il pomeriggio arranca. È l’ora che il nostro gattone riceve le amiche. Arrivano dai garage, dalle recinzioni, da case e giardini vicini. Micette esili di cui c’è abbondanza nei dintorni. Sono flessuose, lisce di pelo e con gli occhi verdi, vengono a stendersi nei pressi di Cirillo che, sicuramente, una di queste notti accetterà di amarle e tutto intorno sarà un miagolare ansimante nell’irrefrenabile voglia di aversi.
Il nostro quartiere è popolato di gatti bianchi e neri. Sono tutti figli di Cirillo perché non c’è stata gatta che abbia mancato di desiderare una storia d’amore con il gattone forte e mite.
Il tempo è passato segnando le ore lente e gli anni veloci e tutto qui intorno sia gatto ha per patriarca questo felino massiccio che ha interpretato, da gran signore, la sua sorte di gatto siciliano di periferia.
Ha studiato dignità nella povertà, ha usato la sua forza per trasmettere uno stile ai gatti e sicuramente anche un patrimonio di nozioni, ha convissuto con cani, passeri, merli, uomini, donne, anziani, bambini, biciclette, motociclette e automobili senza immaginare conflitti di classe. Non si è fatto suddito ma non per questo ha aggredito il circostante. Ha ottenuto la sua parte semplicemente proponendosi e dando luogo a una larga stima per l’indole di cui è dotato.
Di lui, a sentire i vicini, sono piaciuti i modi, l’esperienza, la fermezza e anche lo stile di vita che gli ha permesso di restare parco e affidabile senza vergognarsi.
Anzi: diventando lentamente un moderatore per le intemperanze del gattismo e facendo più bene lui, alla causa dei gatti vagabondi, di quanto non sia riuscito ad altri felini predatori, violenti, vendicativi, subdoli e indottrinati.
Ci sono anche tra noi della razza umana “gatti” simili, ma sono ridotti a minoranza e piano piano se ne perde il seme. Per questo, pur non avendo mai avuto a che fare con i gatti, sento di decretare a Cirillo la stima incondizionata e il rispetto profondo che sono obbligato a dovergli.
Sarà che il pomeriggio declina. Saranno le nuvole a giro da un orizzonte all’altro. Ma sono certo che chiunque di voi, dietro un vetro come me, rifletterebbe su tante circostanze. Fuori ricomincia il crepitio delle gocce. Cirillo sembra non sentirle. Le nuvole ci separano dalle stelle.  Ci tocca vivere di riserve mentre ripiove nella sovranità del buio.
Fuor di metafora c’è da dire che, ormai, per come siamo messi, anche un gattone su un viottolo di pietra lavica può servire da lezione.

 

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