L’appalto pilotato al Cara di Mineo

maggio 18, 2017

ROMA – Il presidente dell’Anac Raffaele Cantone torna sulla vicenda della mega appalto per la gestione del Cara di Mineo che aveva un importo di circa cento milioni di euro l’anno, i sospetti su una gestione poco trasparente del centro di accoglienza del Calatino sono sfociato in due indagini giudiziarie svolta dalla Procura della Repubblica di Catania e di Caltagirone. Il “regista” Luca Odevaine ha già patteggiato due condanne, gli altri imputati tra cui il sottosegretario Giuseppe Castiglione, all’epoca dei fatti “soggetto attuatore”, e Paolo Ragusa, il re delle cooperative, sono stati rinviati a giudizio e la prima udienza si terrà nei primi giorni di ottobre. “L’appalto per il Cara di Mineo era costruito in modo da escludere la concorrenza ed erano richiesti presupposti così specifici che mancava che indicassero il nome del vincitore: era un classico bando su misura” – dichiara  il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone –  in audizione alla commissione Migranti.
“Contro il nostro provvedimento – ha spiegato – ci fu un fuoco di sbarramento, il Cara si rifiutò di revocare l’atto” e “ci sono ancora problemi su come fu acquisita e utilizzata la struttura che ospita il centro: se ne occuperà la Procura. L’appalto del Cara di Mineo fu commissariato e lo è tuttora: un nuovo appalto non è stato fatto, continuano a operare i vecchi gestori con il commissario. E’ indispensabile che si faccia al più presto l’appalto”. Quanto alla “scelta se chiuderlo o no, è una scelta politica”. “Non si deve buttare via il bambino con l’acqua sporca – ha aggiunto il presidente Anac -, le cooperative sociali sono un vanto per il paese, ma c’è un rischio legato a soggetti che non hanno nulla a che vedere con le cooperative sociali e ci sono deroghe troppo significative, che sono giuste, ma non sono controllate”. E ancora: “Per esempio – ha spiegato Cantone – le cooperative possono procedere ad affidamento diretto dei servizi se hanno un certo numero di soggetti disagiati. Nessuno però è andato a verificare se questo numero sia effettivo e se quei soggetti siano stati davvero impiegati in quell’appalto: bastava dichiararlo”. Per questo Cantone ha parlato di “assenza reale di meccanismi di controllo”.

“A Castelnuovo di Porto – ha aggiunto – l’appalto era corretto, ma abbiamo mandato un controllo a sorpresa della Gdf ed è emerso che la rendicontazione dei migranti presenti era fatta su un autodichiarazione”.

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