L’identità negata dei testimoni di giustizia

agosto 26, 2017

|Katya Maugeri|

CATANIA – Uomini, donne che hanno scelto di intraprendere una strada rischiosa, tutta in salita ma lontana da ogni subdolo compromesso. Oltrepassando l’omertà e rivestendo la propria vita di dignità su note di un silenzio assordante che accompagna la loro esistenza quotidiana, quelli dei testimoni di giustizia. Vicende che narrano di un coraggio attualmente non tutelato, a cominciare dai fraintendimenti che tutt’oggi animano l’opinione pubblica: tra i testimoni di giustizia e i collaboratori di giustizia.
Un confine ben delineato il loro: la posizione dei testimoni di giustizia, solitamente si tratta di semplici cittadini, imprenditori vittime di racket, che forniscono un importante contributo alle indagini della magistratura e che per questo possono essere perseguitati da gruppi criminali, è da distinguere dalla figura dei collaboratori di giustizia, ovvero coloro che fanno parte di organizzazioni criminali e che proprio per questo sono in grado di fornire informazioni utili per lo svolgimento delle indagini, ottenendo in cambio benefici di varia natura.

L’identità del testimone di giustizia a seguito della denuncia è caratterizzata da una condizione di pericolo concreta, grave e attuale da rendere inadeguate le misure di protezione ordinarie e richiederne  necessarie di speciali. Ecco che dopo aver ottenuto l’approvazione della Camera, la proposta di legge 3500, dedicata a Rita Atria, che riforma il sistema tutorio dei testimoni di giustizia, di cui Davide Mattiello è relatore in Senato dedicata a questa ottantina di italiani invisibili, resta ferma alla dogana del Senato. I testimoni di giustizia stanno vivendo l’ennesima emarginazione, un dramma caratterizzato dall’incertezza del Governo. Uno status che imprigiona i loro diritti, la loro identità, la possibilità di rivendicare la loro posizione, i loro sogni, i loro progetti. Dopo 20 anni dalla entrata in vigore della legge 45/2001 che tanto ha danneggiato la figura del testimone di giustizia, spesso confuso con la figura del “pentito”, una legge che molte volte ha distrutto le speranze e il futuro di chi da persona libera è stata esiliata lontano dalla propria terra nativa. Ed ecco che la proposta di legge 3500 garantirà a coloro che hanno denunciato e creduto alla giustizia, esponendo se stessi e le proprie famiglie a enormi rischi, le adeguate misure ordinarie di tutela, forme di sostegno sociale ed economico, in modo da non far pentire dei buoni cittadini per aver denunciato, facendoli sentire dalla parte giusta, quella nella quale sentirsi al sicuro e non essere confuso con un “collaboratore”. Attualmente la legge in vigore tutela i testimoni di giustizia riconoscendo il danno biologico, il danno aziendale anche se non ci sono delle tempistiche certe, si tratta di un percorso tortuoso, e con la proposta di legge 3500 viene restituita un’identità, una funzione ben precisa, quella del testimone di giustizia è una figura talmente nuova da non essere nemmeno contemplata. Il cittadino che decide di denunciare si ritrova in una sospensione della vita, in attesa dei processi sperando nel risarcimento dei danni per ricominciare da dove avevi lasciato il suo progetto.
Ma dalle ultime relazioni si evince che le denunce sono in diminuzione, abbiamo intervistato alcuni imprenditori ai quali è stato riconosciuto lo status di testimoni di giustizia e il denominatore comune del loro sfogo era l’amarezza nel vedere quanto la gente, vittima di mafia, stia indietreggiando “perché non ha fiducia, per timore di perdere la propria dignità, la proposta di legge 3500, invece, fotografa perfettamente la figura del testimone di giustizia e garantirebbe anche l’inserimento nel mondo del lavoro”.

Le loro sono vite in penombra fatte di momenti vissuti a metà. “Dopo la denuncia la vita cambia – continuano a dichiararci – diventi la prova in carne ed ossa dei fatti raccontati, delle loro azioni orribili, quindi eliminare la tua persona diventa il modo per evitare il processo. E improvvisamente si cade in un limbo, un limbo di emarginazione da parte degli amici, dei conoscenti, della famiglia, dei colleghi, perché nessuno vuole lasciarsi coinvolgere in situazioni ingestibili. Quando inizi questo percorso rinunci a tutto: a muoverti liberamente, alla pace in famiglia, al tuo lavoro. Inizia  così la diffidenza verso gli altri e da parte loro avverti la paura che hanno di te. Ma non possiamo delegare ad altri questo compito, dobbiamo ribellarci alla mafia, nonostante tutto”.
Il loro coraggio va tutelato da un Governo che dovrebbe lottare contro ogni mafia e ingiustizia, garantendo la dignità di ogni singolo cittadino. La legge 3500 deve rappresentare la svolta concreta contro ogni sopruso.

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