Limone dell’Etna, dopo il malsecco una spremuta di speranza

luglio 9, 2017

|Saro Faraci|

ACIREALE – Chi lavora in campagna in mezzo ai bellissimi agrumeti della zona jonico-etnea conosce bene la pericolosità del malsecco, una malattia causata dal fungo Phoma tracheiphila che colpisce i vasi linfatici delle piante di limoni e le distrugge lentamente portandole alla morte. Il malsecco è una malattia vecchia cent’anni e ancora oggi, nonostante i progressi della ricerca scientifica, non è stata completamente debellata, almeno nella zona jonico-etneo dove, probabilmente per le particolari condizioni microclimatiche, appare forte e resistente alle varie soluzioni sperimentate. Un buon 20-30 per cento della produzione annua si perde per via del malsecco. Eppure di studi e ricerche ne sono state fatti tanti, soprattutto nell’Acese. Dove da sempre opera quella che una volta si chiamava Stazione sperimentale per l’Agrumicoltura, oggi un modernissimo centro di ricerca denominato CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) che fa capo direttamente al Ministero. E poi c’è pure l’Osservatorio per le malattie delle piante, sempre ubicato ad Acireale. Senza dimenticare il ruolo dell’Università degli Studi di Catania che ha avuto e annovera ancora tanti docenti universitari acesi in prima fila nello studio della patologia vegetale, dell’arboricoltura e delle coltivazioni arboree. Ma il malsecco è resistente, aggredisce le piante e le distrugge e gli agricoltori, spesso improvvisatisi per disperazione novelli sperimentatori di rudimentali soluzioni pratiche, senza far ricorso ad esperti agronomi, spiantano vecchi e piantano nuovi alberi in continuazione, come fecero in passato per la varietà del monachello, senza rispettare del tutto la continuità delle colture e senza assecondare i tempi dell’alternanza dettati proprio dal ciclo naturale delle piante.

I cent’anni del malsecco sono stati discussi nel corso di un interessante convegno organizzato venerdì 7 luglio dal CREA (direttore Paolo Rapisarda), dall’Associazione Limone dell’Etna (presidente Renato Maugeri) e dal DI3A  il Dipartimento di Agricoltura Alimentazione e Ambiente dell’Università degli Studi di Catania (direttore Luciano Cosentino). Insieme ai tre organizzatori, sul tavolo dei relatori si sono alternati il Sindaco di Acireale Roberto Barbagallo e altri rappresentanti delle istituzioni politiche locali, regionali, nazionale ed europee nonché il Distretto Agrumi di Sicilia rappresentato dalla sua Presidente Federica Argentati. Nutrita la partecipazione di studiosi e ricercatori: i professori Giovanni Continella, Antonino Catara e Alessandra Gentile dell’Università di Catania; il primo ricercatore del CREA-Centro di ricerca Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura Giuseppe Russo. Presenti numerosi imprenditori, commercianti di agrumi, agronomi e tanti esperti del settore, tutti a raccolta per capire come sconfiggere finalmente il malsecco.

Ma non è stato solo il malsecco l’oggetto principale del simposio. Fuori dalla sala convegni “Giacomo Lanza” che ha ospitato l’incontro, sono state esposte dalle associazioni dei produttori alcune ceste di limone verdello, quasi a sottolineare la rilevanza del tema e per riportare alla mente le straordinarie proprietà del frutto che un tempo era il vero “oro verde” dell’Etna, ma che ancora adesso evoca nell’immaginario collettivo soltanto la scena di un frutto caduto dall’albero e lasciato lì per terra. Perché, lo sanno pure i bambini, i ricavi di vendita non coprono nemmeno i costi della raccolta.

Eppure non è stato così negli ultimi anni, grazie ad una impennata dei prezzi alla produzione, fino a 1,20 euro al kg. Hanno preso un po’ di respiro i produttori, sono riusciti a vendere finalmente il loro prodotto a prezzi più remunerativi; una buona quantità è stata assorbita pure dalle grandi aziende alimentari e del beverage, come le multinazionali Coca Cola e San Pellegrino, interessate ad utilizzare il succo di limone come ingrediente principale ed essenza dei prodotti dolciari e delle bibite. Attenzione alle illusioni, però.

Non si sa fin quando durerà questa manna piovuta dal cielo. I prezzi potrebbero tornare ad abbassarsi e in quel caso, per via della dura competizione sui mercati, il limone dell’Etna, che non sempre è di appealing dal punto di vista qualitativo, potrebbe rimanere invenduto come negli anni passati, nonostante gli sforzi legislativi per riconoscere a tale prodotto la tipicità che gli spetta attraverso i consorzi di tutela, e nonostante il timido tentativo di aggregazione dei limonicoltori nei distretti e nelle associazioni di produttori.

Occorre fare qualcosa di più, si è detto pure al convegno di Acireale organizzato dal CREA. Occorre fare del limone un vero e proprio strumento di marketing territoriale, come avviene ad esempio nella costiera amalfitana, e su questo fronte il Lions Club Acireale si è preso l’impegno da anni di studiare programmi ed iniziative che ad ogni occasione utile possano far conoscere il prodotto anche ai visitatori e ai turisti del comprensorio. In assenza di un consorzio di commercializzazione, occorre fare sistema, come hanno sottolineato i tanti politici intervenuti e come in fondo la stessa associazione del limone dell’Etna ha ribadito. Fare sistema significa aggregare la produzione, puntare su qualità e quantità contemporaneamente, lavorare per un marchio collettivo, comunicare al mercato l’esistenza del marchio e le caratteristiche organolettiche e le proprietà del limone e poi interloquire ad un’unica voce con i buyers della distribuzione moderna e con tutti gli altri attori rilevanti del catering, della ristorazione e degli alberghi. La strada è tutta in salita, ancora. Prima del malsecco, bisognerà vincere le resistenze dei piccoli produttori. La loro unione sarà decisiva e prodromica a qualunque possibile azione di valorizzazione del limone sostenuta da una buona politica e da un marketing aggressivo sui mercati.

Rimangono ancora tante incongruenze. E’ un vero peccato che tuttora in tanti alberghi della riviera jonico-etnea al mattino non vengano serviti a colazione prodotti e succhi a base dei nostri agrumi. E’ un vero peccato che ancora in tanti bar e ristoranti della zona, i limoni nostrani siano sostituiti con quelli dei paesi mediterranei ed africani. Ci vorrebbe un “lemon kiosk” in ogni angolo di strada e persino dentro ogni bar. Senza parlare di ciò che avviene nei supermercati, dove la zona dell’ortofrutta è piena di prodotti concorrenziali, a basso prezzo, che provengono da qualsiasi parte del mondo, tranne che dalla Sicilia. E la gente, ovviamente allettata dal prezzo basso, li compra a bizzeffe.

Ma soprattutto, in epoca di globalizzazione, è quasi una beffa vedere che a Milano, nelle vicinanze del modernissimo quartiere dove ha sede Unicredit Tower, la multinazionale San Pellegrino ha aperto il primo “concept bar” al mondo dei suoi prodotti e, guarda caso, al suo interno gli arredi, ma pure i colori e i sapori dei piatti e delle bevande hanno tutti una forte connotazione “made in Sicily”. Ovviamente con l’immancabile limonata che viene venduta come bevanda ai limoni di Sicilia. Chapeau!

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