Madre Terra, l’asse portante del “made in Sicily”. Questo pomeriggio a Catania riprendono i seminari ad Economia Aziendale

giugno 27, 2017

| Saro Faraci |

La vocazione agricola della Sicilia non si discute. Con quasi 77.000 imprese attive al sistema camerale e che danno occupazione diretta a quasi 125.000 persone, il settore primario rappresenta il 21,6% di tutta la popolazione attiva di aziende. La media italiana è soltanto del 14,5%. Eppure si fa di tutto per cancellare questa identità economica e sociale così importante, per il gusto di provare a dare altre identità alla Sicilia, ad esempio nel turismo dove invece la percentuale di imprese di quel settore vale appena il 6,4% di tutte le aziende regolarmente operanti nella nostra regione. Identità e vocazioni dovrebbero procedere di pari passo solo se ci fossero adeguate strategie di marketing territoriale, in cui il soggetto pubblico, tra leggi, provvedimenti e politiche ad hoc faccia tutto il possibile per creare le condizioni più favorevoli affinchè investitori, nuovi imprenditori, operatori già esistenti siano incentivati a rimanere, ad investire di più, ad innovare.

In Sicilia, date le peculiarità di regione a statuto speciale, in agricoltura la Regione da sempre la fa da padrone. Processi di modernizzazione degli impianti, di aggregazione fra le imprese di una filiera, di riconversione dei terreni ad altre colture passano tutti per la burocrazia regionale e anziché assecondare i tempi del meteo, più congeniali per chi opera in agricoltura, sono costretti ad inseguire quelli degli uffici, con risultati non sempre in linea con le aspettative degli imprenditori. Eppure, conti alla mano, rilanciare l’agricoltura converrebbe a tutti in Sicilia. A chi opera sul campo, cioè a coloro che hanno scelto uno dei  più mestieri difficili al mondo, dove fatica e sudore non vengono risparmiati giornalmente, ma il risultato finale del lavoro svolto viene ancora ampiamente condiviso con una pluralità di soggetti ed operatori economici, alcuni dei quali impropriamente si guadagnano una importante fetta del valore aggiunto prodotto dalla terra. Converrebbe anche a chi opera nel turismo, perché quella della Sicilia è una cultura dell’ospitalità e dell’accoglienza che rimane “di radice”, proprio per i forti legami con la terra. Converrebbe anche a chi decide di investire nelle attività manifatturiere, perché quelle legate alla trasformazione industriale dei prodotti agricoli hanno un forte appeal sul mercato, soprattutto in un momento come quello attuale in cui è positivo il sentiment della gente verso il biologico, il vegano, il prodotto di qualità, dove la Sicilia può giocarsi la carta di una biodiversità che altre Regioni non hanno. E così di seguito.

Invece, si tentenna ancora. Si tende a frammentare anziché ad unire, si fa poco per incoraggiare i produttori agricoli a mettersi insieme e creare massa critica anche sui mercati ed evitare così di essere fagocitati dalla distribuzione moderna. Si fa poco, anche a livello politico, per difendere la produzione agricola locale, sempre più certificata e tracciabile, dagli assalti dei prodotti concorrenti del bacino del Mediterraneo che sovente non rispettano nemmeno le certificazioni di base, eppure si vendono nei supermercati, acquistati dagli stessi commercianti locali che poi magari, in uno spazio espositivo a parte, provano a proporre al pubblico la vetrina delle tipicità regionali.

Ha bisogno di una scossa l’agricoltura siciliana, perché rimane ancora uno degli assi portanti del “made in Sicily”, nonostante i numeri (cioè quantità prodotte e vendute all’estero) non siano ancora all’altezza delle vocazioni specifiche di questa Regione. E i numeri sono controversi, anche se qualcuno parla di un contributo al PIL regionale pari all’8%. Ha bisogno di una scossa, perché Madre Terra, così abbondantemente presente in una delle Regioni a più ampia superficie in tutto il Paese, è la fonte della sicilitudine, così ben descritta nella vasta produzione letteraria che merita ancor più di essere valorizzata e raccontata. Ha bisogno di una scossa, perché è dall’agricoltura che i padri siciliani sono partiti, anche se poi l’”ascensore sociale” l’hanno preso da qualche altra parte, finendo per occuparsi di altro.

Di agricoltura, dell’importanza della Madre Terra e della sua rilevanza per il rilancio del “made in Sicily” si parlerà questo pomeriggio, a partire dalle 16.00, a Palazzo delle Scienze a Catania (corso Italia, 55) sede del Dipartimento di Economia e Impresa nel penultimo dei cinque seminari su “made in Sicily” organizzati dall’Università e dalla Camera di Commercio di Catania. Sono previsti gli interventi introduttivi di Marcella Rizzo (Università degli Studi di Catania) e di Corrado Vigo (Ordine Agronomi di Catania). Seguiranno poi le case histories. Giuliana Avila Di Stefano  racconterà l’esperienza del Consorzio Arancia Rossa IGP;  Francesco Ancona illustrerà la genesi e lo sviluppo di un’altra forma aggregativa, cioè Terraviva O.P. Agrinova Bio 2000;  Luciano Privitera parlerà dell’azienda di famiglia che, originariamente presente nel business della commercializzazione degli agrumi, si è spostata nel tempo verso il confezionamento e la distribuzione dei prodotti di quarta gamma (Icodor-Bella Fresca). Ci sarà spazio pure per due nuove esperienze imprenditoriali, che saranno presentate da Luigi De Giorgi (Antica Dolceria Rizza – Cigni di Bellini) e  Giacomo Amodeo (Senia).

Domani pomeriggio, alle 16.00, il ciclo di seminari si concluderà alla Camera di Commercio con l’attesissimo incontro sul tema “Social and Digital Sicily”.

[foto tratta dal web]

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