Martoglio e Fava impegnati nel buio civile della città

aprile 6, 2018

Giuseppe Condorelli

CATANIA – È la mappa della “clarissima” Catania ad incombere sulla scena di “Sperduti nel buio. N’tra lustru e scuru” che Fabbricateatro ha presentato sui legni della Sala Giuseppe Di Martino. Come se fosse chiamata la stessa città a proteggere e a giudicare le esistenze che si muovono dentro il suo ventre. Lo spettacolo è un atto di amore civile, un sontuoso arabesco di linguaggi e di riferimenti, viaggio doloroso e vivo, palpitante di tragedia e di riso. E tutta la scena è mappa, cartiglio, costruita come un viaggio, anche come una parodica “Commedia” martogliesca) un percorso – e ci è parso di ricordare per affinità di temi quello di “Ballata per San Berillo”, un altro lavoro firmato da Elio Gimbo – che ogni tanto s’ingolfa per la sua stessa ardente forza espressiva.

Già: cosa brucia quel fuoco proiettato (tutti i filmati sono di Gianni Nicotra) sulla scena?

È la Catania infera ed infernale, introdotta da un “diavulazzu”, la “Catania ammazza arrusti e mancia” (quella della “Glam city” di Mimmo Trischitta) che assiste alla fine di Martoglio e Fava, ovvero dei due intellettuali che in modi e tempi diversi ne avevano cantato e ridicolizzato costumi e magagne, denunciato corruzione politica e malaffare amministrativo sulle pagine del “D’Artagnan” il primo, sulle colonne de “I Siciliani” e de “Il Giornale del Sud” l’altro. La morte, oscura e mai decifrata, di Nino Martoglio che lo spettacolo rievoca e quella di Pippo Fava per mano degli assassini del clan Santapaola-Ercolano, restano nello spettacolo di Fabbricateatro esemplari di un comune agire.

Ma come fare incontrare due uomini lontani nel tempo se non nella finzione realissima del Teatro che “mette in scena” la città? È questo crediamo lo spunto più interessante di “Sperduti nel buio” insieme al recupero della dimensione “impegnata” di Martoglio (ante-litteram di Fava) finalmente sdoganato dalla “vulgata ideologica della sua opera, fagocitante e distorsiva”, di matrice piccolo-borghese e reazionaria.

Solo in questo modo Martoglio – improvvisamente ridestatosi, ma smemorato, può dare inizio alla sua ricognizione-riflessione che è il cuore della rapprsentazione. Saranno proprio i suoi personaggi, sarà anzi la Civita, il quartiere che amava e che ha immortalato nelle sue pagine ad “insegnargli” Catania di nuovo, a “stuppargli la memoria”. Toccherà a don Procopiu Ballacchieri e a Cicca Stonchiti, bandiere di quel sottoproletariato cittadino cui da sempre sono negati emancipazione economica e politica. Saranno loro ad incaricarsi di irrompere – pirandellianamente – sulla scena: da un lato per tessere l’elogio di un uomo “sprepositabile” per intelligenza e bravura, dall’altro per esigere di vivere ancora.  La verticalità della loro discesa non è solo antropologica ma sociale, fino al “fumere” della città degli ultimi decenni. Un fargliela riconoscere, odorare, la città di sopra e quella ipogea, il piano squallido del reale e quello sublime (anche letterario) che i Fratelli Napoli incarnano ed evocano meravigliosamente con le loro marionette: Peppenino su tutte. La loro presenza è assai più di un cameo: è uno spettacolo nello spettacolo, dentro al quale anzi intessono un legame invisibile tra la storia ed i suoi “attori”. Il progressivo turbamento di Martoglio – “chi discende agli inferi ci rimane per sempre” – culminerà con la sua trasmutazione in Fava. In nome di un utopico riscatto della sua città non rimarrà più “sperduto nel buio” (come il suo film, anch’esso perduto) ma sceglierà di rimanere nella lotta.

Al di là di una resa drammatica e interpretativa di indubbio valore – come non sottolineare l’appassionata resa di Cinzia Caminiti e della sua bellissima voce o la sboccata, irriverente “zaurdaggine” di Sabrina Tellico, la forza comica ed espressiva, tutta popolana, di Cosimo Coltraro e l’immedesimazione di Giuseppe Carbone? – e dell’attentissima regia di Elio Gimbo, il lavoro di Nino Bellia corre però il rischio di aprire qualche (veniale) falla di incertezza storico-ideologica lasciandosi cavalcare dall’onda emozionale della “Catania che fu”. Sopratutto quando ad invocare la sua tradizione culturale, l’unica che può giustamente riscattarla, sono chiamate anche le immagini della festa agatina: negli anni passati non certo un must di correttezza”civile”.

E questa ci è parsa l’unica incertezza di un lavoro assai generoso e di un Teatro impegnato: “u contra” indispensabile alle nostre vite e alla nostra Catania.

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