No, non sono Molly Bloom

dicembre 6, 2017

Giuseppe Condorelli

CATANIA – Passo a due dentro l’anima in uno spaccato di casa e di vita. L’esistenza semplicemente complicata di una sognatrice coi piedi per terra mentre si rifà il trucco in mezzo a pensieri e parole, alcune anche ormai impronunciabili: da Femminismo a Marx. Lei, l’irriverente e tenera Giulia, lo chiarisce immediatamente: “No, non sono Molly Bloom”.

L’omonimo monologo di Giuseppe Mazzone, riproposto, a tre lustri e passa dalla prima, sui legni raccolti della Sala Magma è però uno spettacolo lontanissimo da quello del ‘99: quasi più crudo e spietato, anche alla luce delle nuove dinamiche dell’identità femminile: non è certo un caso che  chiuda il trittico della rassegna dedicata alla memoria di Vanessa Favara.

Una identità su cui continua l’attenta riflessione di Salvo Nicotra che ne firma anche in questa occasione la regia dispiegando quella femminilità esuberante e accorata in una stanza-universo nella quale trucchi, specchio, vestiti e feticci personali vagano in accattivante disordine (e alla cui ideazione ha contribuito pure la stessa protagonista (Barbara Cracchiolo).

Dunque una doppia separazione: quella, scontata, dal capolavoro joyciano (affidato alla fluida logorrea di Molly Bloom); l’altra, dalla performance più nostalgica e delicata, della prima messa in scena, di Grazia Maria Ambra.

In una sorta di partitura jazz – la scrittura di Mazzone è tenacemente ondivaga, spiazzante e pitrotecnica, spazia anarchica tra generi e registri linguistici – la protagonista Giulia – nei cui panni Barbara Cracchiolo esplora le idiosincrasie umorali, politiche e sessuali di una donna moderna con aderentissimo pathos – offre più versioni di se stessa: sull’orlo di tutte le crisi, in bilico sulla lama delle quotidiane frustrazioni, a braccetto con illusioni e desideri, sui mezzi trionfi in forma di sogno, sulle solitudini abissali, sui dis-piaceri della carne. E il disincanto è sempre in agguato a ghermirla dietro i ricordi – anche quelli che emergono, improvvisamente teneri, dall’infanzia – lungo il vertiginoso viaggio nella fantasia in cui è regista e attrice di se stessa: una quotidiana, piccola, odissea (ancora Joyce…) ma trasfigurata come paradigmatica e assoluta. La tragicomica Giulia declina così una privatissima ontologia che la vede dialogare con una lucciola o scatenarsi in una sarabanda psichedelica di gesti muti – un inserto danzante di cui la stessa Cracchiolo ha curato le coreografie – lì dove le musiche originali, sudario di note accecanti di Eugenio Arezzo, contraltano coi suoi silenziosi vaneggiamenti. Ma le parole finiscono (no, non è proprio Molly Bloom) e nella sospensione della notte, inquietudine e insoddisfazione, uniche amiche, lasciano svanire quei sogni  come bolle di sapone. A Giulia non resta allora che raccoglierne i cocci nel sacco nero dei rifiuti. Quelli da prendere maledettamente sul serio.

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