Quale allegria…

febbraio 4, 2018

Salvo Reitano

“Quale allegria…”, cantava anni fa l’indimenticabile Lucio Dalla che, per meglio precisare il concetto, aggiungeva “..Con allegria far finta che in fondo in tutto il mondo c’è gente con gli stessi tuoi problemi e poi fondare un circolo serale per pazzi sprassolati e un poco scemi…”. Dico questo perché amici e lettori scuotono il capo e mi scrivono: stai diventando troppo triste, questi elzeviri domenicali sono un termometro di malinconie, di dolori, di scoramenti, non potresti cambiare musica e spartito?
Magari. Lo vorrei eccome. Chi mi conosce sa che non ho mai creduto alla necessità della tragedia. Non sono mai stato tra coloro che ritengono indispensabile il fatto drammatico per scrivere prose, poesie e canti per raccontare il mondo. Nonostante le tante filosofie stoiche ho sempre inseguito la possibilità del ridere, non come ghigno fine a se stesso ma come necessità esistenziale.
Che bello sarebbe raccontare di Nausicaa che gioca a palla in riva al mare, i sogni del cavaliere Astolfo che va sulla luna, i balletti delle scimmie sulla segatura del circo equestre, le burle tra amici. Sarebbe davvero bello raccontare queste cose sull’onda di una gioia universale.
Rispondo schietto: non è mia scelta la malinconia, il dolore, lo scoramento, lo scontrarsi crudo con la vita. Non è mia specialità il lamento. Non vorrei raccontare e spartire, con chi ha la pazienza di leggermi, l’amarezza del mondo. Non vorrei pensare al ferro, al fuoco, alle vite violentate, alla morte, alla miseria, a chi è perduto e a chi fa di tutto per perdersi.
Come si fa ad essere allegri quando i telegiornali ti scaraventano sul piatto della cena una ragazza di diciotto anni, che potrebbe essere tua figlia, fatta a pezzi da uno spacciatore di droga? Come si fa a sorridere quando il glorioso stadio Flaminio di Roma, che versa in uno stato di abbandono e di degrado, diventa la tomba di un clochard di quarant’anni, un povero diavolo che potrebbe essere il vicino della porta accanto che ha perduto il lavoro? E come si fa a trovare spunti ironici quando, di prima mattina, la radio ti racconta di un pazzo criminale che a Macerata spara da un’auto in corsa sulla folla ferendo sei persone e colpendo negozi ed edifici? Possiamo continuare all’infinito, la cronaca offre spunti che con l’allegria hanno poco a che spartire.
Certo, vorrei che la sabbia di ogni giorno annullasse i tormenti, che una scheggia di gioia illuminasse gli attimi. Mi piacerebbe giocare e ridere,  non per fare il pagliaccio, ma perché anche il giocare e ridere avrebbero dovuto costituire un destino. Non mi è concesso, purtroppo.
“Noi ci siamo gettati con troppa foga e avidità verso il futuro perché ci potesse restare un passato. S’è spezzato il legame dei tempi..”, scriveva, nel 1930, Roman Jakobson per concludere un suo discorso su Majakovskij.
Così ogni attimo di gioia si restringe sempre più, appartiene, quando va bene, a una sfera privata che dà luce come la darebbe un fiammifero nel buio d’uno spazio immenso ed estraneo.
E se ci fate caso ognuno di noi ha come una sorta di pudore a magnificare o anche solo a rimpiangere la sfumatura di una felicità non spartibile. Il mondo, cari amici lettori, ci divora, ci mastica senza sosta e tra i rigurgiti ci digerisce e vomita.
Per difendersi occorre abbaiargli contro, o restare immobili come cani accucciati davanti al mare.
E non è vero che il dolore che non è nostro non ci appartiene. Anzi, forse è anche peggiore, è un veleno, è una condanna cosmica, è il concentrato della cattiveria del creato. Ignorarlo sarebbe splendido, ma anche inutile. Accoglierlo è un dovere, seppure vergognoso.
Scriveva John Donne: “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto… La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona anche per te”.

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