Sarà battaglia fra Musumeci e Cancelleri, ma quanto peserà l’astensionismo in Sicilia?

settembre 3, 2017

|Saro Faraci|

Sarà una battaglia a tre per le regionali di novembre in Sicilia: Nello Musumeci, Giancarlo Cancelleri e l’astensionismo. Vedremo chi la spunterà. Il vero “tricket” è questo; non è solo l’annunciata riunificazione in tandem di tre leader a sostegno di un’unica forte candidatura nel centrodestra. Andiamo con ordine, e soprattutto per esclusione.

Le modestissime performance del governo di Rosario Crocetta e la grande teatralità del Governatore uscente sembrano estromettere ormai dai giochi tutto il centrosinistra, le varie anime del PD innanzitutto e, a seguire, le altre forze politiche che hanno fatto da stampella a Crocetta in questi anni. A ciò si aggiunge il fatto che la sinistra più oltranzista andrà avanti da sola con un proprio candidato. Il Presidente della Regione sta provando a rilanciare la propria candidatura con la storia delle primarie, ma appare isolato. C’è come la sensazione diffusa che il centrosinistra in Sicilia sia senza idee e ormai agonizzante.

Le ultime dichiarazioni politiche dell’onorevole Nicola D’Agostino rilasciate ad un quotidiano regionale sono sembrate eccessivamente entusiastiche. Di fronte alla credibile candidatura del Rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari, il segretario regionale di Sicilia Futura immagina la vittoria con un 40% di consensi di tutte le formazioni di centrosinistra messe insieme, ritagliando ovviamente un ruolo determinante al suo movimento. Mai dire mai in politica, ma il risultato appare altamente improbabile per moltissimi motivi che D’Agostino conosce bene e che, per ragioni di tenuta dell’alleanza, omette di dichiarare. E’ da tempo che i Siciliani si sono disaffezionati alla politica grazie a Crocetta e, soprattutto, ai suoi alleati di governo che, ad un certo punto per il bene dell’isola, avrebbero dovuto sfiduciarlo e mandarlo a casa. Non lo hanno fatto a suo tempo per una serie di convenienze e dunque lo scatto d’orgoglio del centrosinistra sembra adesso tardivo e non servirà ad arrestare una perdita di consensi che si potrà arginare solo con la forza elettorale finora dimostrata da qualche singolo deputato (D’Agostino è uno di questi, ma lo sono pure Sammartino e Barbagallo del PD nello stesso collegio).  Diversamente ci sarà una fortissima emorragia di voti.

Nel centrosinistra si prospetta un ticket Fabrizio Micari–Giovanni La Via. Sono due professori universitari, competenti e credibili; La Via è pure europarlamentare ed è stato assessore regionale. Ma c’è l’impressione che non riusciranno da soli a disegnare una nuova progettualità politica per rilanciare il centrosinistra siciliano. Non ne hanno le forze, non hanno i consensi, né – soprattutto il primo – le capacità politiche. In molti lo pensano, ma non lo dicono, e cioè che, per quanto autorevole, il Rettore Micari avrebbe difficoltà a dialogare alla pari con i navigati notabili del PD, prendi ad esempio un vecchio volpone di Palazzo d’Orleans come Antonello Cracolici. L’onorevole La Via, d’altro canto, sconta l’eccessiva dipendenza dall’asse Firrarello-Castiglione, fino ad oggi macchine di voto spostatesi disinvoltamente dal centrodestra al centrosinistra, che sorreggono tutta Alternativa Popolare, la camaleontica formazione politica di Angelino Alfano. Il ministro in carica, grazie ai consensi guadagnati in Sicilia Orientale, si è ritagliato un importante ruolo a livello nazionale che va oltre sia la sua effettiva forza politica che le sue reali capacità governative. Dunque, per motivi diversi ma complementari, i professori Micari e La Via sembrano predestinati al ruolo di agnelli sacrificali, un prezzo forse troppo alto che dovranno pagare di persona per la loro candidatura di servizio. Rimangono però pezzi del centrosinistra che sono rodate macchine acchiappavoti, forti e capaci di ottenere consensi. Alla fine questo è ciò che conterà per assegnare ai loro leader una poltrona a Palermo oppure un “pass” per Roma, per Bruxelles o per importanti incarichi di sottogoverno, qualora il prossimo premier dovesse essere Renzi.

Torniamo al “tricket”. Cominciamo da quello annunciato nei giorni scorsi. Con l’aggregazione di tutte le forze politiche di centrodestra, Nello Musumeci riprende fiato e la sua candidatura a Governatore della Sicilia diventa più forte. Che Musumeci fosse un candidato credibile e gradito a molti Siciliani non è stato mai messo in dubbio. Che valga più voti dell’intera coalizione di centrodestra è verosimile, ma nessuno può dirlo. Che attorno al suo nome ci sia un moto di entusiasmo contagioso, se n’è accorto perfino l’immarcescibile Silvio Berlusconi. Però la compattezza dell’intero fronte politico era ed è un requisito fondamentale per provare a vincere, per contrastare l’ascesa del Movimento Cinque Stelle e per tentare di trasferire l’esperimento siciliano a livello nazionale. Tuttavia, nel resto del Paese le condizioni sono diverse poichè non emerge ancora una chiara leadership di centrodestra capace di controbilanciare l’enorme credito di fiducia di cui gode Matteo Renzi in moltissimi ambienti del Paese.

Rispetto a Roma però una peculiarità siciliana c’è e su questa Nello Musumeci dovrà essere bravo a giocarsi le sue carte in campagna elettorale. La peculiarità è il civismo politico, un modo diverso di fare politica, non nuovo a dire il vero, che passa poco per i partiti e più per i progetti di aggregazione nella società civile. Il civismo ha bisogno di grandi interpreti e di leader carismatici. Lo sa bene Leoluca Orlando, vecchio marpione della politica, che ha rivinto così le elezioni a Palermo e che sta sponsorizzando fortemente la candidatura di Micari, pur sapendo che il risultato non sarà lo stesso. Se Musumeci, leader carismatico di Diventerà Bellissima, punterà più sul progetto di civismo, affrancandosi in parte dall’obbligo di riconoscenza verso tutte le forze del centrodestra che lo stanno sostenendo, le chance di vittoria per il leader “col pizzo” saranno molto alte. Gli alleati di Musumeci però sono difficili e pretenziosi, alcuni spigolosi non sono proprio stinchi di santo, altri stanno aspettando l’occasione per tornare al potere dopo un periodo di purgatorio segnato dai governi di Lombardo e di Crocetta. E poi ci sono i “diversamente altri” anche perchè il “salto sul carro del vincitore” è una specialità atletica tutta siciliana e annovera molti praticanti. Spetterà a Musumeci, che ci ha messo la faccia per primo, evitare questi condizionamenti e procedere con la schiena dritta lungo la propria strada. Ce la farà? Ha la stoffa per riuscirci, ma dovrà sudare letteralmente sette camicie.

Dall’altro lato, Giancarlo Cancelleri non è affatto indietro, come sostengono i bastonati reggenti del centrosinistra e gli esaltati colonnelli del centrodestra, ciascuno dei quali tira fuori i risultati di previsioni e sondaggi che tutto hanno fuorché carattere scientifico. Il leader del Movimento Cinque Stelle ha il vantaggio di esser partito per primo in questa campagna elettorale, sa bene come parlare alla gente, conosce le regole della comunicazione e della propaganda politica, è moderato quando serve, è sferzante quando è necessario, ha dalla sua parte una serie di importanti risultati, non sul piano amministrativo ma certamente su quello dei consensi. E poi ha un brand forte dietro, cioè quel logo del Movimento Cinque Stelle che, al di là degli sconosciuti interpreti del momento, è la novità politica destabilizzante di questo ultimo decennio in Italia. Di fronte alla teatralità del personaggio Crocetta e alla inconsistenza del governo di centrosinistra alleati inclusi, in questi anni Cancelleri ha vinto facile, è stato più efficace di tanti luogotenenti del centrodestra, i quali non sono esenti da responsabilità quando hanno tentennato, in Assemblea Regionale Siciliana, di fronte all’improvvisazione con cui la giunta regionale ha proposto all’aula importanti argomenti per il voto, assicurandosi il sostegno di PD ed alleati. I “grillini” invece no, sono stati più duri, più abili a catturare il dissenso popolare e dunque adesso per loro si presenta l’occasione più propizia: riaggregare in un tutt’uno i mal di pancia, i voti di protesta e di sdegno, le attestazioni di stima, il desiderio di cambiamento di tantissimi Siciliani e provare a prendere la guida di una delle Regioni più importanti d’Italia. Sul fatto che quelli del Movimento Cinque Stelle abbiano poca esperienza per governare, come dimostra il caso Roma o quello di tante amministrazioni civiche dove non è mancata nemmeno l’improvvisazione nella guida politica, l’elettorato siciliano potrebbe esser disposto a chiudere un occhio, tanto li ha tenuti chiusi tutti e due per lungo tempo in periodi non sospetti quando a governare erano altri.

Sullo sfondo di una partita che sembra giocarsi tutta fra Cancelleri e Musumeci, aleggia il rischio di un forte astensionismo. E’ questo il vero “tricket”: Cancelleri, Musumeci e l’astensionismo. I sondaggi potranno pure testare le intenzioni di voto dell’elettorato, ma quando lo sondano fra gli attivisti ovviamente ciò non fa testo perché ognuno dichiara di votare per la “squadra del cuore”; i consensi poi non si acquisiscono sui social e con i post su Facebook, ma dentro le cabine elettorali che vanno raggiunte, uscendo di casa con l’obiettivo di andare a votare. Quanto peserà l’astensionismo nessuno lo sa e i diretti contendenti lo temono. Non hanno paura invece i deputati uscenti e i politicanti di mestiere perché conoscono bene i metodi per portare il proprio elettorato a votare. Lo temono di più i candidati Governatore, perché vuol dire che nonostante la loro credibilità (e lo sono tutti e tre credibili, sia il meno noto Micari che i ben più popolari Musumeci e Cancelleri), i proclami, le promesse, il desiderio di cambiamento, insomma nonostante tutto questo, la gente non si fida più.

E quando manca la fiducia, il voto del popolo alle urne diventa irrilevante. Conta solo chi fra i pretendenti è più capace di assaltare Fort Apache.

foto tratta del web

 

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