Sicilia attrattiva non solo bellissima, è l’ora della sveglia

novembre 7, 2017

 

Saro Faraci

Torna indietro di cinque anni la “Crocetta” dell’orologio in Sicilia. Indietro di cinque anni all’ora della sveglia che mai è suonata né all’inizio né durante gli ultimi sessanta mesi trascorsi. E’ tempo di destarsi adesso! L’ultimo quinquennio è da dimenticare e la colpa non è soltanto di un Governatore giostraio che, guadagnandosi consensi e promettendo una rivoluzione che non c’è mai stata, ha portato con sé sul carosello governativo ben 59 assessori diversi durante tutto il suo mandato. Una prova di forza e una immaturità politica, inutile la prima, imbarazzante la seconda. La responsabilità è stata soprattutto di tutti coloro che dagli scranni dell’Assemblea, permettendo che quello spettacolo andasse avanti fra le derisioni di tutta Italia, hanno allontanato sempre di più la società civile dalla politica, ignorando attese, speranze e aspettative del popolo siciliano. Non sappiamo se c’è da fidarsi ancora, perché molti deputati uscenti sono stati rieletti (dei 70 neoletti, 33 facevano già parte della XVI legislatura), ma questa volta le maggioranze sono cambiate in seno all’ARS. Vedremo come i settanta onorevoli si faranno reali interpreti delle esigenze dei Siciliani. Esigenze non sempre facili da decodificare, perché il popolo siciliano è ermetico, ambiguo e contraddittorio. E, soprattutto, non ha mai amato che gli venga in detta in faccia la verità.

Il neo Governatore Nello Musumeci ha le carte in regola per far bene il proprio lavoro. E’ una persona perbene e capace, come in fondo lo sono stati i suoi avversari politici, tutti sostenuti da compagini ed alleanze diverse per finalità politiche ma egualmente pullulanti di impresentabili, di riciclabili, di impalpabili e di notabili. Musumeci ha promesso che la Sicilia #diventeràbellissima, facendone da tempo il claim del suo progetto di civismo politico iniziato tre anni fa e poco prima dell’avvio di questa campagna elettorale divenuto il programma che ha ricomposto ad una ad una tutte le tessere di un centro-destra, litigioso e sempre diviso al suo interno, che nella trascorsa legislatura non aveva certo brillato per opposizione di alto profilo al governo Crocetta. Ma la Sicilia, che di suo è già bella, dovrà diventare soprattutto #attrattiva. E l’attrattività sarà solo il risultato di adeguate e programmate politiche di marketing territoriale, non di operazioni di maquillage né di proclami di facciata. Su questo il Governatore della Sicilia dovrà lavorare sodo fin dall’inizio perché, sulla carta, ha alleati scomodi e pretenziosi.

Attrattività significa creare condizioni (soprattutto infrastrutturali e di servizi) perché l’economia possa ripartire, gli investimenti privati possano essere rilanciati, le start up possano nascere e soprattutto crescere e maturare, le imprese esistenti possano crescere di più e orientarsi verso mercati stranieri, nuovi investitori possano considerare l’isola una valida opportunità per progetti di ampio respiro, turisti e visitatori possano apprezzare quella bellezza che la Sicilia ha già di suo in saecula saeculorum. La grande sfida è questa, l’attrattività. Che fa il paio con credibilità. Oltre che con legalità, la quale è come la cornice entro cui tutto il resto può realizzarsi. Un po’ come il sistema operativo che permette di accendere un computer, farlo funzionare e avviare i diversi programmi. Se non c’è il sistema operativo installato, il pc non parte nemmeno da remoto, è destinato rimanere un bel soprammobile. La legalità dovrà essere il sistema operativo della Sicilia, su questo non si discute. Ma, perchè non rimanga uno slogan, ci vogliono pure i software per far girare bene ed efficacemente i programmi.

Oggi il sistema delle imprese in Sicilia è in ginocchio. Se non distratti dall’euforia dei comizi e degli incontri elettorali, se ne saranno accorti pure i candidati Governatore andando in giro per l’isola. Ci sono in Sicilia oltre 365.000 imprese attive su un totale di un 456.000 registrate (in base alle rilevazioni ufficiali camerali alla fine del 2016); il 61,1% sono ditte individuali. Date le ridotte dimensioni, è pure modesto il loro grado di internazionalizzazione: appena 141 imprese hanno una sede fuori dall’Italia; sul fronte del commercio estero, con poco più di 4 miliardi e mezzo di euro la Sicilia vale appena il 2% del totale delle esportazioni nazionali, anche se nell’ultimo anno, mettendo a confronto i dati del primo semestre, c’è stato un aumento del 30% in più rispetto al periodo precedente.

Le imprese sono fragili finanziariamente e un buon 9,32% del totale è in piena crisi, certificata dal ricorso alle procedure concorsuali, di scioglimento e liquidazione. La fragilità delle imprese si desume da un indicatore di bilancio, l’indipendenza finanziaria che negli ultimi tre anni è stata del 27,33%, otto punti percentuali in meno della media nazionale. Leggendo alla riversa quell’indicatore, significa che quasi il 73% delle imprese siciliane è gravato da debiti, verso le banche, i fornitori e il fisco. Negli ultimi dieci anni, il tasso di nati-mortalità delle imprese, cioè il saldo tra le nuove iscrizioni e le cessazioni, ha registrato un valore negativo di quasi il 4%, mentre in Italia è stato di un punto e mezzo percentuale in positivo. Se guardiamo dentro i settori, i più rappresentativi dal punto di vista numerico (per numero delle imprese), cioè il commercio (32,52%), l’agricoltura (21,52%), l’edilizia (11,50%) e l’industria manifatturiera (7,56%) hanno registrato nel 2016 tassi negativi di crescita. Solo il turismo (pari però al 6,48% del totale delle imprese) è cresciuto del 4,4%. I flussi turistici di arrivi e presenze sono buoni, ma ancora molto lontani dalle potenzialità dell’isola e dalle sue vocazioni.

In generale, sono pochi gli investimenti “non siciliani” nell’isola: le unità locali classificate in Sicilia sono 58.000, solo 105 sono imprese straniere (in base ai dati ICE). Diverse imprese non siciliane stanno addirittura smantellando la loro presenza dall’isola. Ci sono alcune eccezioni ovviamente, ma il saldo “in-out” rimane decisamente negativo.

Quando il sistema delle imprese è in crisi, siano esse grandi, medie o piccole, ne risentono ovviamente i livelli occupazionali e la disoccupazione aumenta. Dal 2004 al secondo trimestre del 2017 (dati Istat), in Sicilia i disoccupati (dai 15 anni in su) sono passati da 295.258 a 387.186, di cui oltre 150.000 senza mai alcuna esperienza di lavoro, e di questi oltre 34.000 laureati.  La Sicilia da sola vale il 13,53% del popolo italiano di disoccupati. Che bel record!

C’è qualche pagina di speranza che viene dalle 412 start up innovative (pari al 5,03% del totale nazionale, secondo i dati odierni del MISE), dai giovani e dalle donne impegnate nel fare impresa: ad esempio, in base ai dati di Unioncamere, l’incidenza percentuale delle imprese giovanili è del 12,3% contro una media nazionale del 9,7%; l’incidenza percentuale di quelle femminili è del 24% contro una media nazionale del 21,8%. Forse è anche vero che giovani e donne siciliani fanno impresa più per necessità che per opportunità, ma una volta per tutte si vogliono finalmente generare condizioni positive per creare nuove opportunità di fare impresa nell’isola?

In questo quadro a tinte grigie, l’impegno prioritario del nuovo Governatore, almeno nei primi cento giorni del suo mandato, dovrà essere quello di costituire subito una task force sul lavoro e di definire senza indugi un’agenda politica di impegni e programmi perché la Sicilia torni ad essere attrattiva e non solo bellissima. E con un auspicato ritorno di attrattività, finalmente diventi un po’ più competitiva. “La bellezza salverà il mondo”, diceva Fiodor Dostoevskij. Ma da sola non basta.

(immagine di copertina tratta dal web)

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