Non solo i talebani abbattono le statue

agosto 30, 2017

 

 

Le immagini che giornali e telegiornali stanno riportando in seguito a quanto accaduto nella cittadina di Charlottesville in Virginia, dovrebbero farci riflettere su quanto la nostra società stia cambiando a un ritmo talmente veloce da rendere quasi impossibile un’analisi completa su ogni sua piccola sfaccettatura e poterne trarre delle valide opinioni. Tuttavia, l’argomento deve essere preso in considerazione, a discapito della nazionalità, della lingua che parliamo o dello schieramento politico che ci rispecchia, poiché questi sono temi a carattere universale che riguardano il patrimonio artistico-culturale di un Paese. Questo articolo, non vuole essere una presa di posizione a favore di schieramenti politici di uno o dell’altra fazione, ma vuole essere una libera considerazione che Vi invito a fare. Charlottesville è una città americana situata nello stato del Virginia, diventata ormai da qualche giorno epicentro di profondi scombussolamenti sociali, che il 12 Agosto hanno avuto il loro culmine a seguito di un attacco intenzionale da parte di un ventunenne dell’Ohio, il quale con la sua macchina ha mirato verso la folla di un corteo antirazzista che protestava a favore della rimozione della statua commemorativa del generale Lee. Il bollettino dell’incidente riporta la morte di una donna, Heather Hayer, e di una ventina di feriti. Ne è conseguita la decisione momentanea di coprire i monumenti incriminati.

 

Nella conferenza stampa di martedì 15 agosto, tenutasi presso la Trump Tower, a seguito dell’incidente e delle continue proteste, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha criticato fermamente la decisione di rimuovere la statua del generale Lee dal parco di Charlottesville (che fino allo scorso giugno si chiamava Lee Park e che ora si chiama Emancipation Park) così affermando: «Questa settimana è Robert E. Lee. Ho notato che “Stonewall” Jackson sarà tirato giù a sua volta. (…) Mi domando, toccherà a George Washington la settimana prossima? E a Thomas Jefferson quella dopo?» Trump ha inoltre aggiunto :“I fatti accaduti sono responsabilità di entrambe le parti, sia di estrema destra, che di estrema sinistra, ma nessuno vuole ammetterlo.” È stato a seguito di tali frasi su una colpa ripartita in parti uguali, che il polverone mediatico ha cavalcato l’onda delle critiche, accusando Trump di favorire i gruppi neo nazisti, puntato il dito contro la ‘alt-left’ (la sinistra estremista). Il Paese da allora, al centro di questa escalation di violenza è piombato nel caos e a pagarne il prezzo più alto è la storia. La decisione del Consiglio comunale della città di Charlottesville, di rimuovere la statua del Generale Lee rimane sospesa a seguito di una ingiunzione del tribunale che per il momento impedisce alle autorità cittadine la rimozione della statua a seguito di una legge statale del 1998 che vieta la rimozione, il danneggiamento e l’offesa ai monumenti di guerra. Ed è così che in questo caos sociale, le statue dei confederati Americani, i cimiteri ottocenteschi, le lapidi e i monumenti commemorativi sono presi di mira da veri e propri atti di vandalismo da parte di gruppi di estrema sinistra, i quali reclamano il diritto a cancellare la storia di una Nazione che esalta e glorifica il ricordo di una supremazia bianca che favorì lo schiavismo. In questo desolante scenario, è la storia in sé ad essere messa al bando in America, quasi come ci fosse paura che i morti possano risorgere dai loro loculi e che il passato di due secoli fa possa tornare improvvisamente ad esistere. È accaduto a Baltimora, nel Maryland, a New Orleans e in Louisiana, dove, oltre al monumento dedicato alle donne confederate, le statue del generale sudista Thomas Jackson e del giudice Robert Taney, (autore di una famigerata sentenza in favore della schiavitù), hanno subito la stessa fine, ossia: rimosse dal suolo pubblico.

 

Temo che tale intransigenza verso la storia di un Paese, e la paura di uno spettro dal passato, possa essere l’inizio di una vera e propria “Caccia alla storia che non piace”, quella che si vuole cancellare e dimenticare., che si vuole dimenticare e cancellare. Quanto accaduto a Charlottesville infatti ha dato il via ad una serie di manifestazioni di giustizia fai-da-te. Nella città di Durham Carolina del Sud, si è abbattuto un monumento ai soldati confederati ed i manifestanti si sono fatti ritrarre mentre colpivano la statua ormi a terra. A Washington esponenti di estrema sinistra hanno imbrattato di vernice il monumento più famoso e più visitato della capitale degli Stati Uniti, il Lincoln Memorial, con la scritta “black lives matter” (le vite dei neri sono importanti), senza considerare che il monumento è stato dedicato al presidente Lincoln che nel 1865 pagò con la vita la storica decisione di abolire la schiavitù nel Paese. Ma le polemiche e gli atti di vandalismo adesso si spostano anche sul versante italo/americano, vandalizzando e chiedendo la rimozione della statua del genovese Cristoforo Colombo dal suolo americano. L’accusa mossa è quella di considerare Cristoforo Colombo come l’oppressore dei nativi americani. A New York, il destino della statua di Cristoforo Colombo, (nelle foto) alta 23 metri domina su Columbus Circle, la sua rimozione adesso è in mano a una commissione istituita dal sindaco — di origine italiana — Bill de Blasio. A trascinare il monumento nella bufera è stata una dichiarazione della presidentessa del consiglio comunale di New-York, Melissa Mark-Viverito, che l’ha inserita nella lista dei simboli da valutare per un’eventuale rimozione. «Li incoraggerò a decidere anche su quella», ha risposto Mark-Viverito ai giornalisti, parlando della statua donata alla città dagli italo-americani nel 1892. Siamo di fronte ad
un escalation di violenza attuata sia da gruppi di estrema destra, sia di estrema sinistra, dove uno schieramento usa la storia come scudo per le proprie idee politiche, mentre l’altro addita la storia come nemico da distruggere. Politici ed opinionisti si dividono sulle scelte da attuare per far fronte a questa situazione. C’è chi pensa che questi monumenti debbano essere distrutti, chi propone di accoglierli all’interno dei musei, al fine di spiegarne il contesto storico nel quale furono realizzati, e chi, invece propone che tali monumenti rimangano nei luoghi in cui si trovano al fine di ricordare gli errori commessi in passato, dato che come spesso accade, gli aspetti negativi della storia vengono ripetuti se dimenticati. Viene spontaneo chiedersi se la nostra società disposta ad abbracciare un futuro più equo e solidale per tutti non stia dimenticando le sue origini. Rimettendo all’irrazionalità la violenza di decidere cosa è importante ricordare e cosa è meglio dimenticare della nostra storia. Winston Churchill disse che “La storia è stata scritta dai vincitori”, questo è sempre stato vero, ma al giorno d’oggi non credo che ci sia una vittoria nella perdita del nostro passato, indistintamente dalla nazione o dal popolo. Credo che tutto ciò che stiamo perdendo oggi è la nostra capacità di relazionarci al nostro passato, temendolo, non studiandolo, distruggendolo. Il progresso scientifico, tecnologico, economico, politico e sociale non possono sopravvive senza la memoria della nostra storia. Il passato dal più crudo al più poetico serve a capire chi siamo, quello che siamo stati in grado di inventare, serve a capire i nostri limiti e a comprendere la nostra natura umana al fine di evolverci in qualcosa di migliore.

Manuela Giovanna Milazzo

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