Un calice pieno di Speranza, l’Etna e il consorzio per la tutela dei vini DOC

maggio 28, 2017

 

 

 

 

 

ETNA – In vino veritas, recita l’antico proverbio latino. Ma non parliamo qui dell’ebbrezza di un bicchiere di troppo «che mostra le cose nascoste» come avrebbe scritto il poeta Orazio. In un calice di vino DOC dell’Etna c’è molto più della verità oltre i fatti che, senza freni inibitori, non sarebbero mai confessati.C’è innanzitutto il territorio che dal 1968, anno di riconoscimento della denominazione di origine controllata, coincide con una vasta area tra i 400 e 1000 metri di altitudine, un semianello concentrico di vigneti i quali beneficiano della provvidenziale prossimità al vulcano più alto d’Europa, uno dei più belli al mondo. C’è chi addirittura paragona questo territorio certificato, con una estensione non inferiore ai 900 ettari complessivi di superficie viticola, alla ben più famosa Borgogna in Francia. Di certo le similitudini, anche sul piano climatico, non mancano fra le due aree geografiche.

C’è poi la passione. L’amore per la terra che interessa 270 produttori di uva di cui 120 vinificatori, cento dei quali associati al “consorzio per la tuteladei vini Etna con denominazione di origine controllata” costituitosi nel 1992 e negli ultimi anni molto visibile, soprattutto all’estero, grazie ad un’intensa attività promozionale, dal Vinitaly al fascinoso Etna Grand Tour a tappe.A questa passione per la terra si accompagna l’amore per il prodotto: l’uva bianca derivata dai vitigni Carricante e Catarratta, e l’uva nera proveniente dai vitigni Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio. Negli anni la quantità di uva cosiddetta rivendicata ha superato i quattro milioni di chili e il vino prodotto DOC Etna ha toccato quasi i 25 mila ettolitri, di cui il 92% è imbottigliato.

Infine c’è la tradizione della coltivazione che si tramanda da diverse generazioni, con un impetuoso ritorno alla terra dei più giovani, i quali hanno capito che attorno all’Etna e al suo vino sta nascendo qualcosa di nuovo. In primis, una filosofia di vita basata sul principio del «qui bene bibitvadit in caelum» che, coi tempi che corrono, non è secondario. E poi c’è la consapevolezza che si sta affermando una “nuova economia di radice”, qualcosa di unico ed autoctono che produce ricchezza a grappoli, dove le radici sono quelle della terra (in questo caso dell’Etna), ma anche il radicamento delle aziende nel territorio e la continuità delle tradizioni. Luoghi suggestivi nelle diverse contrade etnee dove Bacco incontra la buona tavola ed insieme il vino e il cibo sposano la cultura dell’ospitalità familiare.Lo hanno capito subitoi winebloggers, i giornalisti stranieri e i tour operator da ogni parte del mondo che, dopo aver visitato i nostri luoghi, hanno assegnato all’Etna una nuova identità di destinazione del turismo enogastronomico che non ha nulla da invidiare a territori ben più rinomati.

Oggi l’Etna DOC è tra i primi cento vini al mondo per notorietà e reputazione. Ha tassi di crescita anche superiori al ben più noto Nero d’Avola per il quale la Sicilia mantiene ancora un forte posizionamento internazionale. Se consideriamo che, nonostante il riconoscimento Unesco nel 2013, l’Etna non è ancora un brand territoriale vero e proprio, e che lo stesso Consorzio per la tutela dei vini Etna DOC sta costruendo da poco le proprie politiche di branding, questi numeri segnano un successo. Ormai la produzione imbottigliata viaggia su numeri di oltre 2 milioni e mezzo di bottiglie all’anno, pari al 2% di tutto il vino siciliano in bottiglia; l’Etna rosso da solo intercetta quasi il 70% delle vendite.I vigneti dell’Etna attraggono compratori e investitori da ogni parte d’Italia e del mondo: Andrea Franchetti, Silvia Maestrelli, Frank Cornelissen e Anne-Louise Mikkelsensono alcuni nomi non siciliani, giusto per richiamarne alcuni. Ma ci sono anche i produttori e gli imbottigliatori della Sicilia Occidentale, come Planeta e Rallo che hanno comprato vigne e cantine intorno al vulcano. C’è stata una proliferazione di etichette negli ultimi anni e moltissime sono di qualità.

Il futuro del vino dell’Etna passa per strategie, anche di marketing, forti e credibili. Su questo ha le idee molto chiare il presidente del consorzio per la tutela dei vini Etna DOC Giuseppe Mannino (nella foto, a destra) che abbiamo incontrato in una delle sue tenute vinicole, presso l’azienda agricola di famiglia a Viagrande. Idee chiare e strategie ben precise. Prima strategia è la delimitazione dell’area DOC attraverso nuove politiche di governance del consorzio che rimane di tutela e valorizzazione, non di vendita, e dunque con una mission diversa dalla mera commercializzazione che non esclude in futuro, come già accaduto in altre aree del Paese (vedi le Langhe), il riconoscimento di un’altra DOC cosiddetta “di ricaduta”, cioè al di sotto delladenominazione di primo livello. La seconda strategia è conseguenza della prima ed è di natura economica. Oggi il prezzo medio alla produzione dell’uva bianca è di 70-80 centesimi al chilo (con qualche punta di 1,40 euro), grosso modo identico a quello dell’uva nera. Il vino sfuso viene venduto a prezzi che oscillano tra 2,50 e 3,50 euro al litro; le etichette in bottiglia vanno da 4 fino a 30 euro. Il vino dell’Etna è fondamentalmente un prodotto di nicchia e come tale ha piena dignità, al pari di altri vini pregiati in Italia,per spuntare prezzi più alti, tanto alla produzione quanto alla vendita. Ma non è una questione di cartello fra i produttori; piuttosto occorre investire ancor di più su qualità e innovazione. E qui entra in gioco la terza strategia che interessa da vicino i vitivinicoltori. Puntando sulla selezione dei lieviti da uve autoctone, sulla selezione clonale per nuove tipologie di vitigni, sull’innovazione attraverso la tradizione attraverso il recupero di antichi vitigni, il vino dell’Etna può imboccare la strada della biodiversità e dell’eccellenza e puntare anche alla longevità del prodotto, come avviene in Borgogna dove ci sono vini invecchiati anche di cento anni.

Ma sull’Etna i produttori sono molto piccoli – la dimensione media degli appezzamenti destinati alla viticoltura è anche inferiore all’ettaro – ed occorre una seria politica di sostegno della Regione Siciliana che negli ultimi tempi però non c’è stata. Nell’ultimo PSR 2014-2020 alla misura 4.1, ad esempio, si sono adottate misure dirette ad assicurare premialitàin graduatoria soltanto alle aziende aventi grandi dimensioni e a quelle che utilizzano vendemmiatrici meccaniche; in questo modo sono state tagliate fuori quasi tutte le aziende vitivinicole etnee che sono di dimensioni più piccole e, data l’orografia dei terreni a sbalzo, non possono certamente impiegare macchinari concepiti per lavorarei filari delle produzioni estensive.

Scherzi del destino o incapacità della politica regionale? E’ difficile stabilire in questo caso se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto. Con grande dignità, sembra lasciar intendere lo stesso Presidente Mannino, i produttori etnei preferiscono alzare in alto il calice della Speranza.E noi, che siamo estimatori del vino Etna DOC, teniamo viva con loro questa Speranza di Bacco.

Saro Faraci

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