Un posto un tempo e il bagaglio dei sogni

luglio 16, 2017

 | Salvo Reitano |

Rimpatrio nel quartiere di Catania dove sono nato e le circostanze vogliono che una mattinata da trascorrere a casa della mamma, una signora di 93 anni che nonostante gli acciacchi ha deciso di sfidare il tempo, mi consenta di camminare appartato per le stradine di Canalicchio che spesso vado percorrendo nel ricordo.
Non mi sembra vero. E’ un’alba di luci alte. L’aria delle sei è ancora fresca. Il venticello svolazza le maniche della camicia appena arrotolate sui polsi. Rasento le cancellate dei giardini e delle ville che un tempo facevo risuonare, avviandomi a scuola, con una rametto di oleandro e non capisco se sono, ormai, estraneo ai luoghi; oppure li possiedo più di chiunque altro per averli tanto evocati dall’esilio dei posti dove sono stato.
Fortunatamente, complice l’ora, non incontro nessuno da riconoscere e cammino in sospensione, spensierato e stravolto di rimembranze accidentali: qui in Via Da Bormida sono nato (la casa è quelle nella foto), qui in Via Antonio Cecchi fui ragazzo, là era sera, là mattina, sedevo sul quel muretto in Via Pietra dell’Ova proprio di fronte a Paolo il barbiere, si dipanava il giorno e tornava la notte e si rideva alto, le ragazze sanno di fiori e mille profumi, com’erano belle, le trecce, il primo accenno di rossetto e lo smalto sulle unghie, c’è il boom economico, papà con la seicento, il Cagliari di Gigi Riva che vince lo scudetto, Italia – Germania allo stadio Azteca di Città del Messico, gli anni di piombo, le mitragliette Skorpion e l’uccisione di Aldo Moro, il Papa polacco, Pertini con la pipa, i caroselli di auto in festa per la vittoria ai Mondiali dell’82, “..Paolo Rossi era un ragazzo come noi…” canterà Antonello Venditti qualche hanno dopo.
Il  1982 segna il confine del tempo, perché non è vero che il tempo non ha confini. In qualche posto si ferma e da lì riparte, per riformarsi nuovamente e ripartire ancora. Verosimilmente è lo spartiacque tra due età.
Quando prendo a salire una strada e rivedo le case mi emoziono, temo perfino che la gente vedendomi se ne accorga. Il ritorno nei posti dove conobbi il felice e ansimante travaglio dell’adolescenza e della prima giovinezza mi fa comprendere che non appartengo più né a questi né a quelli. Il posto da dove partii con il bagaglio di cartone dei sogni è completamente mutato. Il mio quartiere catanese non mi ha mai avuto. Sono diventato un errante dei sentimenti scoperti. Ho tante patrie ma nemmeno una. Una sorta di Apolide. Dico sempre di essere cittadino del mondo eppure sogno sempre di sedere sotto una delle palme che svettano nelle piazzette del mio quartiere, essere perfino un nullafacente pur di restare qua, incamiciato osservatore di quanto mi appartenne e ora è passato ad altri.
Forse accade a tanti che si siano mossi da un posto amato e poi lasciato alle spalle: rimpiangere l’improbabile, cercarne il dissolto, come fosse lecito separare dal tempo un luogo condiviso e pretendere di tutelarlo per sempre dal divenire. Sono cambiato io, è cambiato il panorama.
Provo quel che si sperimenterebbe nel vedere una ragazza amata alla follia che, adesso, è moglie di un altro e rechi i segni del tempo. Certo con grande imbarazzo ci saluteremmo con qualche cenno a ciò che è stato dopo; ma come faccio a raccontare al mio quartiere tutto quello che mi è accaduto fino ai capelli bianchi? Ho soggezione. Rievoco e giro intorno a un rimpianto che forse non ho.
Rientro dalla passeggiata sfinito per riconsegnarmi alla disciplina del mondo che mi ha fatto adulto e cresciuto i miei anni fin qui.

 

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