Un’onda perpetua. Il fascino del giornalismo ancora intatto dopo 30 anni.

giugno 25, 2017

|Saro Faraci|

Sembra la traccia di un tema di italiano qualche giorno dopo le prime prove di maturità che hanno interessato oltre 550.000 studenti delle scuole superiori in tutta Italia e che domani riprenderanno con la terza, temutissima, sfida. In realtà, si tratta di qualcosa in più di un tema. Intanto non ha tracce alternative come di norma avviene alla maturità e scrivo tracce senza la i, perché il Ministero ha commesso un imperdonabile svarione. Invece, questo è il titolo dell’articolo che il direttore di questa testata, Daniele Lo Porto, mi ha commissionato nella ricorrenza, che cade proprio oggi, dei miei primi trent’anni di iscrizione all’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, all’elenco dei pubblicisti. E non ho nemmeno tanto tempo, le quattro-cinque ore di norma consentite ai maturandi, perché questo compito mi è stato assegnato alle diciotto, con l’obbligo di andare in pubblicazione entro le ore 20.00, né un minuto prima, né un minuto dopo. Perché in tempi come quelli attuali, in cui l’uscita di un pezzo di “instant journalism” fa la differenza, bisogna farsi trovare pronti, puntuali, carichi e pieni di energia. Dunque, incominciamo. E da dove iniziare?

L’incipit, ovvero la cosa più difficile da scrivere quando si comincia un pezzo. Non importa se si tratti di una cronaca, di un editoriale, di un pezzo di colore, o persino di un comunicato stampa. In trent’anni e passa di giornalismo, “attraccare” il lettore è stata sempre la sfida che mi ha appassionato di più. Questa tecnica non l’ho imparata da solo, me l’hanno insegnata a dire il vero;  in ciò Peppino Vecchio, caposervizio (oggi a riposo) del quotidiano La Sicilia, professionista fortemente impegnato a rappresentare negli organismi sindacali e istituzionali la nostra categoria dei giornalisti, me l’ha spiegato bene quando allora dava una mano d’aiuto al papà Orazio alla direzione del settimanale La Voce dell’Jonio ad Acireale. Quello fu il primo giornale per il quale ho iniziato a scrivere, che ha accompagnato tutto il periodo dei miei studi universitari e anche dopo, che mi ha accreditato nell’opinione pubblica della città come “u giornalista” Saro Faraci. Dunque, l’importanza dell’incipit. Perché nelle prime cinque-sei righe, talvolta a mo’ di annuncio, talatra alla stregua di una sintesi, ti giochi tutto l’interesse del lettore a proseguire la lettura dell’articolo oppure no.

In tempi di giornalismo on line, questa tecnica viene utilizzata per titolare i pezzi e dar loro visibilità nell’oceano di notizie che affollano il web e che rimbalzano qualche secondo dopo sui social. Spesso, i titoli sono però costruiti ad arte per catturare il lettore e mentalmente intrappolarlo nell’operazione di condivisione della notizia, senza preoccuparsi se il pezzo sia stato letto interamente o meno. Il quale, non di rado, è anche difforme dal titolo stesso. Di conseguenza, al vero dibattito che potrebbe far seguito alla pubblicazione di un articolo, spesso si sostituiscono il chiacchiericcio, la polemica sterile e inutile, il vespaio, il cortile etc. Basterebbe leggere più attentamente il pezzo e rendersi conto che magari il giornalista voleva raccontare altro. Proviamoci.

In questi trent’anni di giornalismo, ho scritto di tutto. Recensioni di libri, cronache di eventi culturali e mondani, articoli di sport, interviste, editoriali e qualche pezzo di colore. Mi è mancata forse soltanto la cronaca nera, il gossip della rosa mi interessa poco. La cronaca verde, la chiamo io, quella delle storie di Speranza che vengono dai giovani mi piace sicuramente di più. Ho cominciato a scrivere di politica regionale e di politica cittadina, un po’ per passione verso tutto quello che riguarda la “res publica”, un po’ facilitato dalla felice coincidenza a metà degli anni ottanta che un politico acese, ovvero Rino Nicolosi, fosse diventato Presidente della Regione Siciliana ove rimase alla guida dell’istituzione per lunghi sette anni. Mi veniva facile, anche era scomodo per molti, il parallelismo tra il sogno di un riscatto per la Sicilia che Nicolosi portava avanti a Palermo nelle sue strategie politiche e il lento sonno dei Siciliani denunciato dal Principe a Chevalley (giusto, per ricordare le parole del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa) cui Acireale si avviava e che, ahimè, non è mai finito.

Ogni tanto c’era qualche punto di contatto fra la città delle cento campane (Acireale) e il capoluogo regionale (Palermo). Come quando, sul finire degli anni ottanta, lo stabilimento dell’Acqua Pozzillo, sito nell’omonima frazione a mare di Acireale, di proprietà della famiglia Puglisi Cosentino venne venduto “a caro prezzo” alla Regione Siciliana, presidente Nicolosi, che poi vi piazzò alla guida un suo fedele amico, suo compagno di studi fin dai tempi dell’Università. E da quel momento, come tutte le cose che passano in mano regionale, precipitarono le cose, anche se per un periodo la Pozzillo, società partecipata dalla Regione Siciliana, ebbe lustro e discreta visibilità sui mercati. Il prezzo fu “caro” probabilmente perché la generosa mamma Regione imprenditrice voleva vedere in prospettiva, più avanti, immaginando di fare di Acireale un polo pubblico idro-termale d’eccellenza a livello nazionale. Infatti, qualche tempo dopo, comprò sempre a “caro prezzo” l’ex Pastificio della famiglia Leonardi, ubicato nella zona sud della Città, lo ristrutturò e lo adibì ad albergo, annettendolo al patrimonio dell’Azienda Autonoma delle Terme che, nel frattempo, allo storico stabilimento di Santa Venera, inaugurato dalla famiglia Pennisi di Floristella nel 1873 e poi trasferito alla Regione negli anni cinquanta, affiancava quello più nuovo di Santa Caterina. Il Presidente Nicolosi, probabilmente l’uomo politico più intelligente che mi sia capitato di incontrare durante i miei primi trascorsi giornalistici, aveva il disegno di dar vita ad una vera e propria Cittadella termale; volle sfidare i Palermitani e la potentissima burocrazia regionale che avevano progetti diversi su Acireale. Sta di fatto che qualcosa da quel momento andò per il verso sbagliato e da allora, come per l’Acqua Pozzillo, cominciò il lento decadimento delle Terme regionali di Acireale. Fatti di cui tuttora mi sto occupando, anche per conto di questa testata giornalistica nata da un progetto editoriale di Mattia Savatteri. Storie d’altri tempi e di questi tempi.

Mi hanno sempre appassionato le storie. Lo “storytelling”, come si dice oggi con linguaggio più moderno e radical chic, l’ho sempre sentito a me vicino. Perché ci sono eventi che si possono raccontare come fatti e notizie, ma poi bisogna tornarci su, per approfondirli, per ricostruire il collegamento con altri fatti ed eventi, per provare a rappresentare il ruolo giocato dalle persone, non importa se massimi responsabili istituzionali, imprenditori, professionisti, subordinati, gregari o galoppini. Ogni persona è sempre un tassello in una storia e, sulla base delle informazioni disponibili, le storie bisogna provare a raccontarle, pur consapevoli che lo “storymaking” è altra cosa. Cioè il modo in cui si realizzano e prendono forma le storie nella realtà è tutto diverso, talora è frutto del caso, talatra di un disegno deliberato. Io ho sempre immaginato che il giornalista debba stare dentro le storie, ma non avere la presunzione di volerle fare.

Ci sono storie d’impresa di cui mi sono sempre occupato. Forse agevolato dal fatto che, man mano che proseguivo i miei studi universitari provando a tagliare il traguardo il più presto possibile, mi impossessavo sempre di più della materia economica e di quella aziendale. Mi sono occupato dell’Acqua Pozzillo quando avevo 21 anni e ricordo che mio padre, persona conosciuta in città negli ambienti professionali e politici, ricevette una telefonata di un potente che gli chiedeva come mai suo figlio Saro si stesse occupando, con grande avidità nella ricerca della verità, di fatti così delicati. Un modo come l’altro per ricordargli perché “suo figlio non si fa gli affari suoi”. Mio padre fu molto discreto con me, invitandomi alla prudenza, ma debbo dire che seppe rispondere all’invadente interlocutore dicendogli che sulle passioni di suo figlio non metteva bocca.

Ecco, il giornalismo per me è stata, è ancora, e penso rimarrà una passione. Il mio mestiere prevalente a 20 anni era quello di studiare per conseguire la laurea. Il mio mestiere attuale oggi a 51 è quello di insegnare all’Università per far conseguire la laurea ai miei discenti. A parti invertite nei ruoli professionali, però la mia passione non si è mai esaurita. Il direttore Daniele Lo Porto mi ha suggerito il titolo di questo pezzo. Onda perpetua, in effetti così è. Ci sono stati periodi in cui ho dato meno al giornalismo, ce ne sono altri in cui ho dato di più. Negli ultimi tempi, riscoprendo una seconda giovinezza nel giornalismo, penso di essere molto prolifico. Forse anche un po’ prolisso, come nella stesura di questo pezzo.

Dicevo che mi sono occupato di storie d’impresa, consapevole del riguardo si deve avere quando ci si cimenta a raccontare fatti aziendali, dietro ai quali ci sono uomini (ovvero chi guida le impresa), ma ce ne sono pure altri (ovvero chi ci lavora) e questi ultimi spesso sono l’anello debole della catena. Basta commettere una leggerezza e si crea una incontrollabile catena di (false) notizie che può danneggiare l’azienda e quindi le persone. Quando alcuni fa Nunzia Scalzo, allora direttrice del settimanale cartaceo I Vespri oggi diretto da Fabio Tracuzzi, mi chiamò a collaborare per la testata giornalistica che guidava, iniziai ad occuparmi di tante storie d’impresa che hanno interessato Catania. Anche in questo caso facilitato dalla coincidenza che Catania è la mia principale sede lavorativa, e di impresa mi occupo per attività accademica di insegnamento e di ricerca, ho cominciato ad approfondire alcune storie aziendali, a partire da fatti concreti. Come la notizia, evidenziata per prima proprio dai Vespri, che Windjet, la compagnia low-cost fondata da Nino Pulvirenti, allora pure presidente del Catania Calcio, registrava ritardi nei pagamenti dei dipendenti e dei fornitori, nonostante sulla carta fosse una azienda molto profittevole e soprattutto “liquida”. E così pian piano aprimmo quel vaso di Pandora che consentì di far luce su molte superficialità manageriali nella gestione dell’azienda che, data la sua rilevanza dimensionale, finì per “infettare” altre aziende con cui collaborava, a cominciare dalla SAC, la società di gestione dell’aeroporto Fontanarossa di Catania. Ricordo che ci prendemmo qualche “cazziata” perché a Catania ancora il concetto dell’intoccabilità è duro a morire, ma siamo andati avanti perché il compito principale di un giornalista, e della testata con cui collabora, è accertare la verità. Non per sostituirsi alle autorità inquirenti, laddove i fatti fossero oggetto di attenzione da parte della magistratura, né per crearsi rendite di posizione derivanti dalla forza del cosiddetto “quarto potere”, ovvero il giornalismo. La verità però va indagata, accertata e raccontata in modo corretto, senza ricercare inutili sensazionalismi, senza schiacciare l’occhiolino a qualche potente di turno, e nemmeno senza scaricare sulla penna le ordinarie frustrazioni di vita quotidiana che anche un umanissimo giornalista può avere come tutte le persone di questo mondo.

Insomma, un mestiere delicato per chi lo esercita professionalmente a tempo pieno. Ma delicato anche per chi, come il sottoscritto, da sempre si occupa di giornalismo per passione. Una passione che non ancora non si arresta. Una passione che posso coltivare perché è assecondata da tantissimi amici giornalisti, colleghi professionisti e pubblicisti, che mi invitano a scrivere per le testate che dirigono; che mi danno spazio nei loro talk show televisivi ufficialmente per sentire la voce di un professore universitario ma ufficiosamente perché hanno voglia di ascoltare le parole di un “diversamente” giornalista; che mi intervistano o si lasciano intervistare, perché a fare le domande io non ci ho mai rinunciato, anche quando ero costretto a prendere appunti volanti, perché l’interlocutore chiedeva espressamente di spegnere il registratore.

Qualche aneddoto. Ad Acireale, intervistai ad appena 19 anni l’editore nisseno Salvatore Sciascia in occasione delle Settimane Culturali Acesi promosse dallo scrittore Mario Grasso. Ricordo pure di avere intervistato ad Acicatena l’attore Vittorio Gasmann, in occasione di una manifestazione culturale al Parco Archeologico di Santa Venera al Pozzo. Si lasciò intervistare serenamente, fu molto gentile e sorrise persino ad una mia domanda un po’ alternativa. Eravamo agli inizi degli anni novanta e allora collaboravo con l’emittente televisiva Teleaci 9 che divenne poi Canale 9 e si spostò ad Acireale, dove mi fu pure data la possibilità di condurre una diretta dal Carnevale per sette lunghissime consecutive ore. Il giornalismo televisivo è diverso da quello radiofonico, perché ci metti la faccia e si vede chiaramente dallo schermo se commetti qualche errore. Ma si tratta del “bello della diretta” e giornalisticamente parlando anche questo format ha un suo fascino, perché lì è fondamentale il gioco di squadra con cameramen, registi, ausiliari e i colleghi di redazione.  A metà degli anni ottanta per il periodico Sicilia Imprenditoriale, oggi Quotidiano di Sicilia da sempre diretto dall’amico Carlo Alberto Tregua, intervistai molti politici nazionali allora transitati per Catania. Tra questi il presidente del Consiglio Ciriaco De Mita che intervistai in esclusiva per il giornale al termine di un comizio che tenne al Metropolitan. Non mi fu facile raggiungerlo, dovetti aggirare il cordone di poliziotti che prestavano servizio di vigilanza, alla fine accesi il registratore e cominciai con le domande. Il tutto mi costò, dato il prolungarsi dell’intervista al cospetto di decine di giornalisti delle emittenti televisive che lo aspettavano per porgergli alcune domande, un colpo di microfono in testa da parte di Francesco Causarano, giornalista RAI, che gridò ad alta voce “Me lo togliete dai piedi questo ragazzino che non so per chi lavori”. Io scrivevo, non lavoravo, per Sicilia Imprenditoriale ed erano i tempi in cui in redazione, presente la compianta Francesca Mammana, conobbi Daniele Lo Porto, insieme a tanti altri giornalisti tra i quali Alfio Sciacca, colleghi che hanno fatto la storia del giornalismo in Sicilia.

Trent’anni. Un’onda lunga che resiste. Il fascino di una passione che oggi condivido con molti amici, colleghi sicuramente più autorevoli di me, ben più esperienti, professionisti per mestiere, capacissimi, come nel caso di Mario Barresi del quotidiano La Sicilia, di far vibrare la penna. Sono onorato della loro amicizia. Con uno di loro, Gaetano Rizzo, condivido la data dell’iscrizione all’albo, il 25 giugno del 1987. Auguri anche a lui. Non c’è stata mai rivalità e mai ce ne sarà, forse perché il giornalismo non è un mestiere con il quale ci debbo campare, ma è una passione. Quando so qualche notizia, mi piace condividerla. Non mi interessa lo “ius primae noctis” nella divulgazione, perché sono intimamente convinto che la differenza la fa poi il modo con cui si racconta la storia che sta dietro la notizia, il fatto, il singolo evento.

Stanno cambiando i format giornalistici. Mi intrigano quelli web-based e on line che una nuova editoria sta provando a lanciare anche per fronteggiare la crisi della carta stampata; mi divertono ancora tv e radio, e le dirette soprattutto, perché lì si misura fino a che punto la “faccia tosta” del giornalista è capace di gestire tempi, notizie, spazi ed intercalari; mi commuove però lo scritto su carta. L’ho puntualizzato anche in un pezzo sul mio blog l’anno scorso. Potrà sembrare un discorso demodè oppure autocelebrativo, ognuno è libero di interpretarlo come vuole. Ma non c’è dubbio che, dopo che ho buttato giù un pezzo, ho voglia di vederlo stampato su carta, anche quando il pezzo non verrà mai pubblicato in cartaceo, ma andrà come questo on line. Scritto, stampato, letto velocemente perché alle 20 andiamo in onda. Ho contato pure i caratteri. Sono quasi 16.000 battute, una lunghezza improponibile per qualsiasi testata.

Ma chissenefrega. Oggi è il mio trentesimo compleanno giornalistico e questa licenza mi è stata concessa e me la prendo tutto. Grazie per la pazienza, se siete riusciti a leggere fino in fondo.

[immagine tratta liberamente dal web]

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