Vico e la compiutezza

novembre 19, 2017

| Salvo Reitano |

“Quando c’è il sole non mi manca nulla, con la pioggia, invece, è diverso. La pioggia mi fa venire voglia di riempire i vuoti… ed è una bella sensazione dal sapore agro-dolce che mi tiene compagnia tutte le volte che sto col naso appiccicato ai vetri ad immaginare la compiutezza”.
Queste parole che ho scelto come incipit all’elzeviro di oggi non sono mie. Le ha scritte un’amica colta e di belle lettere che di lavoro fa l’insegnante di scuola materna. Il mestiere più straordinario del mondo, come gli dico sempre.
Mi ha molto colpito, dell’intera frase, la parola “compiutezza” e così ho cominciato a ragionarci su e a cercare tra i volumi della biblioteca qualcosa che mi aiutasse a capire meglio il significato in essa custodito.
Quasi per incanto e senza volerlo, adesso ha l’odore dell’incenso adulterato, mi ritrovo tra le mani un libro che frequentai. Vive da anni sui mie scaffali, è la  “Scienza Nuova” di Giambattista Vico.
Si tratta, per chi non lo sapesse, di uno straordinario saggio di storia e filosofia dal quale, ancora oggi, si possono trarre spunti e illuminazioni intellettuali per dare alimento al pensiero e allo spirito, alla ricerca, come scrive l’amica insegnante, della compiutezza.
Non a caso, nei tre secoli passati, ad esso hanno attinto le più varie correnti europee della storia delle idee: quella dei Lumi, l’Idealismo Hegeliano, lo Storicismo, lo Strutturalismo e la Critica Kantiana. Non sono né un filosofo e nemmeno un dotto pensatore, però vorrei ricordare a me stesso e voi, che fra le tante sollecitazioni che questo libro trasmette, una mi è rimasta impressa nella memoria, quando il filosofo napoletano condensa la sua esperienza di intellettuale affermando che “natura delle cose è nel loro nascimento in certi modi e in certe guise”.
Questa massima, nella sua brevità ed eleganza, può essere applicata a tutti gli aspetti evolutivi e vitali dell’esistenza. Se la analizzate bene essa rappresenta un pensiero guida per orientare riflessioni e metri di giudizio. Può tornare utile quando si riflette sulle sorti di uno Stato, di un sistema sociale, di un gruppo dirigente, di un singolo individuo. Insomma quando si parla di ognuno di noi.
A me è tornata in mente leggendo le belle parole che ho riportato nell’incipit ma anche le cronache poco edificanti che affollano le pagine dei giornali. Le tragedie civili e personali ci costringono a ragionamenti e interrogativi. Scopriamo, ognuno per suo conto, il nocciolo vuoto dell’esistenza. Ci sforziamo di tentare un bilancio, ma esso risulta approssimativo e vacillante: l’esempio dello “stellone”, del “tira a campare”, del “finché la barca va”, seguita a schiacciarci come un macigno.
Ci sentiamo più soli, meno protetti, impauriti di esprimere ciò che veramente sentiamo nostro. Anche tra amici ci si guarda negli occhi e basta. Poche frasi appena accennate, poi ognuno torna nella nicchia dei suoi pensieri che, se non sono sicuri, almeno risultano familiari.
Mi chiedo come doveva essere il mondo quando la vita era giudicata e interpretata come un dono. Nessuno di noi se ne ricorda. Oggi la vita ha perso la sua sacralità, al punto che siamo arrivati a spettacolarizzare anche la morte. Chissà come passavano i giorni, quando si ubbidiva ad abitudini, proverbi popolari, piccole certezze e lealtà reciproche: abbiamo smarrito questa misura. Così la “compiutezza” si allontana e diventa un miraggio. “Col naso appiccicato ai vetri” la possiamo solo immaginare e sognare.
Lottiamo contro il tempo che invece di essere il compagno del nostro vivere è diventato un pericoloso nemico. Lo afferriamo, spaccando il secondo in tanti millesimi, per utilizzarlo a scopi ignoti e spesso immondi, tentiamo di addomesticarlo e lui ci trafigge senza pietà.
Non siamo mai stati così soli, così poveri anche di fronte all’opulenza, così deboli e impotenti anche quando c’illudiamo di avere tutto tra le mani.
Intanto la scienza fa passi da gigante e il pianeta è sventrato, voliamo da un capo all’altro del mondo attraversando un cielo plumbeo e ingombro di scorie metalliche, le città sono piene di automobili sempre più moderne e pericolose che inquinano l’aria. Gli orologi rincorrono la coda del tempo della nostra esistenza. Si corre, si conquista, si domina la natura e mai che sorge dal profondo del cuore l’unica ragionevole domanda: cosa ne sarà di noi, cosa faremo domani?
Un tempo il timore di un qualsiasi giudizio divino frenava certi propositi. Oggi le certezze materiali, forti come l’ignoranza, giustificano ogni azione anche la più sporca e disonesta.
Mi viene in mente quel ladro di Palermo, arrestato qualche tempo fa, che custodiva sotto il sellino della moto, utilizzata per le sue incursioni ladresche, una copia della Divina Commedia. Pur nella condanna per le azioni criminali del ladruncolo, sorrido di indulgente benevolenza. Dante sotto il sellino voleva dire: quando mi beccano non voglio sembrare un analfabeta che non sa quello che sta facendo.
E’ uno dei pochi pensieri nobili che intravedo fra le maglie nere della cronaca. Da troppo tempo l’intruglio in cui viviamo non risulta capace di pensieri mirabili. Ci trasciniamo come animali feriti. Il destino cui eravamo chiamati poteva essere diverso, invece andiamo avanti con passo sempre più stanco. Svincoliamo persino nelle parole in un eterno gioco a nascondino. Chi parla chiaro lo sentiamo bugiardo perché non dice ciò che ognuno di noi vorrebbe sentire e non trova il coraggio di dire.L’unica ancora di salvezza alla quale possiamo aggrapparci sono le “Idee”che hanno bisogno di uno spirito libero. Le “Idee” con “I” maiuscola e poco importa se siano antiche o logorate dal tempo. Poco importa se lanciano ombre platoniche o barcollano attraverso il caos. La conservazione delle “Idee “è la nostra ultima ciambella di salvataggio per approdare nel porto sicuro della “compiutezza”. Dobbiamo educare, e educarci, a nutrire pensieri ampi, assoluti anche se orgogliosamente inutili rispetto alla nostra realtà; ripensare a noi stessi come creature che hanno uno scopo microscopico ma onesto. La realtà che noi siamo, va combattuta con distacco socratico, sennò finirà con lo stritolarci dentro le sue maglie acuminate e putride.
Alla cronaca quotidiana che non promette nulla di buono possiamo rispondere creando improvvise oasi di quiete, distribuendo piccole quotidiane armonie, perché come scrisse Giovanni Arpino: “Non esiste notte perenne che non possa essere vinta, per un attimo, da un fiammifero acceso”.
Ripongo il libro di Vico nello scaffale e, lo confesso, soffro di smembramento. Sono sensibile ai rivolgimenti sismici di ogni spirito eletto. Ma mi par di credere che non tutte le voci di dentro sono sempre ispirate, che a volte un tumulto e un rovello possono risultare solo superallenamento della fantasia e allora, nonostante l’affano, addio compiutezza.

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