A proposito di Ser.D

maggio 16, 2019

Roberto Calabria
Direttore Ser.D Asp Cosenza

Il Ser. D di Cosenza ha seguito nel solo 2018,  650 utenti, e assicurato moltissime prestazioni. Trattamenti farmacologici sostitutivi, colloqui psicosociali, terapie mediche e psicoterapie, che si contano nell’ordine di centinaia. Se pensiamo che  la sola assistenza dei detenuti tossicodipendenti ha richiesto 750 interventi, ci rendiamo conto della gran mole di lavoro che grava sugli operatori di questi servizi.

Numeri esorbitanti che ben descrivono un impegno che non ammette distrazioni e pause e che mobilita le migliori energie dei nostri operatori, chiamati a fronteggiare un fenomeno di indubbio allarme sociale, su cui la luce dei riflettori, negli ultimi anni, si è forse un po’ smorzata. E la palla è rimasta in mano ai medici, assistenti sociali, infermieri, psicologi, educatori dei Servizi per le Dipendenze.  Il Ser.D di Cosenza non è un’eccezione, purtroppo. Qui si lavora, e tanto.

Bisogna  restituire e rafforzare la funzione (anche) “civica oltre che sociale” del nostro lavoro di operatori della sanità. Un lavoro  che a volte presenta le zone d’ombra, le ambiguità, le ambivalenze di un ruolo, quello sanitario, che è sì terapeutico, ma anche fortemente etico e umanizzante; infine, ma non per ultima, la solitudine di chi cura, e soprattutto quella di chi è curato, ora che i valori fondanti della sanità pubblica sono scossi alle radici dalla persistente crisi economica (e non solo) e l’umanizzazione delle cure in territori in cui a volte a fatica si assicurano proprio le cure, sembra un ossimoro, quasi una provocazione.

“La maggior parte della gente non muore che all’ultimo momento;

altri cominciano e si prendono vent’anni di anticipo,  

qualche volta anche di più.

Sono gli infelici della terra”

Louis Ferdinand Cèline, Viaggio al termine della notte

In un certo senso siamo tutti tossici e/o intossicati, poi alcuni la fanno franca, anche vivendo in quel crinale di costante ambiguità e rischio che è la “normalità”. Altri ci rimettono le penne.

Farsi di cocaina, eroina ,alcool, hashish, sesso, slot machine, lavoro, web, amore.

Dopo decenni di riprovazione e stigma sui drogati, è ormai acclarata nella comunità scientifica e accettata oltre che condivisa a più livelli, la definizione della dipendenza quale patologia cronica recidivante. Una città del meridione né piccola né grande la nostra Cosenza, con una provincia tanto vasta quanto problematica, con  un’economia fragile. Testimonianza muta e attonita di un’assenza che, prima di essere economica, è sociale, sono le tante case di campagna abbandonate, dai tetti sfondati, le finestre chiuse con assi di legno inchiodate. Inutile difesa della “proprietà”, irrimediabilmente offesa e profanata dal tempo e non solo quello meteorologico.

Le seconde generazioni sono quelle dei “cervelli in fuga”, formati nelle università calabresi, che vanno a fare bene e del bene in altri paesi, privandosi e privando i luoghi primigeni della loro sapienza.

Ce n’è per tutti sulla giostra spasmodica e perturbante delle dipendenze. Le neuroscienze pur nell’oggettiva veridicità dei risultati delle loro ricerche, non lasciano nuove vie di fuga sostenibili con cui sostituire le “classiche terapie” offerte nei servizi per le dipendenze. È un quadro desolante, forse disperante per i tanti operatori dei Servizi per le Dipendenze, lasciati soli ad arginare e contenere “il danno”, con armi per lo più spuntate.

Nel momento storico in cui tutti (mentre scrivo ho lo smartphone aperto su whatsapp) siamo massimamente connessi con l’universo mundi, tuttavia contraddittoriamente, ad un livello più profondo e reale, siamo disconnessi gli uni con gli altri. Distanti, indifferenti, apatici, poco interessati e attenti all’ascolto dell’altro.  È inutile nasconderlo. Il re è nudo, e i nostri cari tossici (con o senza sostanza), come gli immigrati, i disabili, i poveri etc., sono la cartina di tornasole di qualcosa che non va e, ciascuno per il proprio ruolo, deve avviare una riflessione/azione, a cui noi operatori della sanità non possiamo (e non vogliamo) sottrarci. L’incontrovertibile certezza che la Dipendenza sia una patologia cronica recidivante non ci assolve, il tempo dell’ascolto è tempo (che) di cura.

Ascoltare è accogliere la verità dell’altro, anche quando sai che sta mentendo.

Apprendere dai segni, dalle parole, la vita e portare questa conoscenza nell’esperienza, aprirsi alla curiosità delle parole e alla diversità delle esperienze, aiuta a dare un nome alle cose e ai sentimenti e forse, in qualche misura, a governare la vita delle persone, sia al Ser. D di Cosenza, che nella Comunità Terapeutica “Il Delfino”.

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