Addiopizzo, carcere duro per i boss fino alla fine

dicembre 20, 2017

Katya Maugeri

CATANIA – La gente ha paura. Paura di denunciare, di ribellarsi a un fenomeno che non smette di imporre la propria presenza, c’è chi ancora pensa che “accettare dei compromessi” sia la soluzione migliore per star lontano dai problemi. Il silenzio, spesso per alcuni, è sinonimo di protezione, di anonimato. C’è chi scegli di pagare il pizzo perché non trova una valida alternativa, perché denunciare apre percorsi scomodi, lunghi e senza sbocchi. Pensano.

A Catania si denuncia sempre meno: per timore, per disinformazione.

C’è chi combatte giornalmente per garantire e ridare dignità alle vittime di una società, che continua a voltarsi dal lato opposto. Lavorare sul territorio per combattere questo fenomeno: un aiuto concreto, una azione quotidiana portata avanti dall’associazione Addiopizzo, nata a Palermo nel 2004. Nel 2006 nasce Addiopizzo Catania, in una città in cui per molti pagare il pizzo è tradizione, è una cifra concordata che rientra nelle abituali spese commerciali. Insomma, è normalità. Ma c’è chi per fortuna si ribella, dice no alla criminalità difendendo la propria libertà.

E Addiopizzo Catania è una realtà ormai consolidata da dodici anni che attraverso volontariato e azioni concrete dà voce e sostegno a coloro che scelgono da quale parte stare. La legalità, come unica via verso la propria dignità.
“Spieghiamo ai ragazzi che quella della legalità è l’unica strada percorribile e che restare fuori da logiche mafiose è possibile e necessario” ci dichiara Giuseppe Russo, presidente di Addiopizzo Catania, durante la nostra intervista.

“Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”, uno slogan per combattere una brutta realtà. Che risultati avete raggiunto in questi anni?

«Addiopizzo Catania sta per entrare nel suo dodicesimo anno dalla fondazione. Elencare i numerosi progetti realizzati sarebbe molto lungo, mi piacerebbe ricordarne alcuni.
Per cominciare la lista pizzo free, davvero un notevole passo in avanti per una realtà come la nostra che ancora oggi stenta ad ammettere l’esistenza del fenomeno estorsivo. Circa 130 attività di Catania e provincia adesso dichiarano pubblicamente di non pagare il pizzo e si impegnano a denunciare qualsiasi tentativo di estorsione. Parallelamente quasi 6.000 cittadini si dichiarano consapevoli dell’esistenza della lista pizzo free e si impegnano ad essere consumatori critici, impegnandosi a prediligere nei propri consumi le aziende che ne fanno parte. Un altro progetto che mi preme ricordare riguarda gli incontri che da sempre organizziamo con scuole di ogni ordine e grado della città e della provincia. Durante le ore che passiamo con i ragazzi, portiamo la nostra testimonianza di volontari, quella di imprenditori che sono usciti dal giogo del racket, la competenza di magistrati e forze dell’ordine impegnati sul campo. Spieghiamo ai ragazzi che quella della legalità è l’unica strada percorribile e che restare fuori da logiche mafiose è possibile e necessario».

Il capo dei capi diventa un brand: è una trovata che rischia di vanificare il messaggio dell’antimafia?

«La realtà a volte supera la fantasia. Lo sdoganamento televisivo di un personaggio che meritava solamente di cadere nell’oblio produce queste distorsioni. Si è arrivati in qualche caso a mitizzare una figura che giustamente ha finito i suoi giorni in carcere. Il fenomeno mafioso deve essere affrontato, spiegato per quello che è: senza creare nessun mito. Falcone, Borsellino e le altre vittime di mafia le ricordiamo come esempi di uomini che hanno svolto fino alla fine il loro dovere. Di contro dobbiamo sempre ricordarci che chi ha provocato lutti, chi soffoca l’economia della nostra terra deve rimanere al carcere duro fino all’esaurimento della pena. Nient’altro».

Catania, poche denunce di estorsioni: è un dato negativo? Meno coraggio e minore capacità di contrasto?

«Che a Catania ci siano poche denunce di estorsione è un dato incontestabile. Se analizziamo la capacità di contrasto al fenomeno estortivo non possiamo che congratularci con la magistratura e le forze dell’ordine per i risultati raggiunti, anche grazie agli efficaci strumenti di legge dei quali dispongono. E’ vero però che solo in rari casi le operazioni repressive scaturiscono da denunce di imprenditori taglieggiati. Siamo convinti che ciò dipenda principalmente dalla paura riconducibile ad una scarsa informazione riguardo all’elevatissimo livello di contrasto, riguardo alle tutele normative ed economiche previste a favore di chi denuncia. Non ultima una indolente assuefazione di commercianti ed imprenditori che scelgono, a loro dire, il male minore.
Ricordiamo ai lettori che associazioni come la nostra assistono chi decide di intraprendere un percorso di uscita dal racket in tutte le fasi: dall’indirizzare il soggetto verso i reparti di polizia giudiziaria preposti e specializzati, fino alla nostra presenza fisica durante il processo. Molti degli imprenditori che hanno seguito questo percorso adesso ci affiancano negli incontri presso le scuole, raccontando la loro liberatoria esperienza convinti pienamente della bontà della loro scelta».

Che effetti ha la crisi economica sul fenomeno del pizzo?

«Con l’aggravarsi della crisi economica non abbiamo riscontro che il fenomeno delle estorsioni sia diminuito. Siamo certi invece che è aumentato quello dell’usura, che è l’altra faccia della medaglia. Chi compie l’estorsione è lo stesso, infatti, che si propone come un “amico sincero” in caso di difficoltà finanziaria, offrendo l’opportunità di salvare l’azienda con un “generoso prestito” da restituire in rate usuraie che l’imprenditore non riuscirà a saldare. Questa è sempre la strada più breve per il fallimento oppure per la cessione a titolo gratuito di aziende ed esercizi commerciali.
Purtroppo la crisi economica provoca anche questo tipo di dissesti alla nostra economia, favorendo chi ha ingenti disponibilità finanziarie di provenienza illecita e permettendo loro di impossessarsi di svariate ed importanti realtà produttive del nostro territorio, producendo un grave impoverimento nel tessuto produttivo».

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