Amministrative, Acireale di nuovo al voto. I «numeri» del toto-Sindaco e quelli reali in una città «che non ha ancora i numeri»

giugno 3, 2018

Saro Faraci

Si andrà al voto domenica prossima 10 giugno ad Acireale per provare ad eleggere al primo turno il Sindaco della città che succederà a Roberto Barbagallo, dimessosi agli inizi di marzo dopo la vicenda giudiziaria che lo ha coinvolto, e a cui passerà il testimone il commissario straordinario Salvatore Scalia che in questi mesi ha amministrato in modo ordinato l’intera macchina comunale. Gli elettori nominali sono poco più di 46.000, ma bisognerà valutare la percentuale di affluenza alle urne. Alle ultime amministrative del 2014 votarono in 33.000 e passa persone, con un’affluenza del 77,41% che si abbassò a 55,3% al ballottaggio.

Sulla carta, avendo il sostegno di ben sette liste, Michele Di Re conta su un 48% dei voti nominali, mentre gli altri decisamente meno: Rito Greco sostenuto da tre liste il 20%, Nino Nicotra pure lui con tre liste il 18%. Giusi Brischetto e Stefano Alì, con una sola lista a testa, avrebbero il 7%. Le cose stanno però diversamente. I voti non si contano sulla base del numero dei candidati per lista  – sono 347 in tutto per 24 posti al civico consesso –  ma sul loro “peso relativo” all’interno delle liste. Alcune liste sono più forti delle altre perché al loro interno ci sono vere e proprie “macchine di consenso” fra i candidati al Consiglio.

Pesando i voti di lista, Di Re continua ad essere in vantaggio, si fa una stima di 12.000-13.000 voti per lui, a seguire Rito Greco con 6.500 forse qualcosa in più, poi Nino Nicotra con circa 4.000 consensi, quindi Alì con 3.500 voti e la Brischetto che ne prenderebbe qualche migliaio. Mancano ancora però altri numeri per arrivare a 33.000 votanti come la volta scorsa ed è lì che potrebbe vincersi la battaglia. Queste però sono le “stime” che circolano nei comitati elettorali, nelle segreterie politiche, nelle calcolatrici dei navigati esperti di campagne elettorali, quelli che forse non si sono mai candidati ma sono sempre pronti a fare i conti. Il “toto-Sindaco” è la discussione da bar preferita dagli Acesi quando c’è una competizione cittadina. Così mentre tutti i candidati a Sindaco girano faticosamente insieme in lungo e in largo la città, invitati da tutti per ripetere a tutti sempre la stessa musica, nelle segreterie si gioca sui numeri come fosse una partita di Risiko. Anche alcuni “big” che non si sono visti in questa campagna elettorale, nemmeno una volta presenti in incontri pubblici, sono chiusi nelle loro segreterie a fare conti per “pesare” quanto varranno d’ora in avanti nelle decisioni importanti per Acireale.

Su Michele Di Re e Rito Greco, sostenuti entrambi da liste trasversali ai due schieramenti di centrodestra e centrosinistra, pende la spada di Damocle del voto disgiunto: alcuni candidati delle loro liste d’appoggio chiederebbero il voto per se stessi e lascerebbero libero il proprio elettorato che sul Sindaco potrebbe anche votare un candidato diverso da quello abbinato alla lista. In vantaggio, nella caccia al consenso strappato alle liste altrui, ci sarebbero a questo punto tutti gli altri candidati, cioè Nino Nicotra, che ha puntato tutta la propria campagna elettorale prendendo le distanze sia dall’ex parlamentare Catanoso che dal deputato regionale D’Agostino; Stefano Alì, che è forte dell’appoggio dell’on.Angela Foti e dei recenti consensi elettorali alle politiche e alle regionali acquisiti dal Movimento Cinque Stelle, e Giusi Brischetto che, unica donna in questa competizione, è riuscita ad attirarsi il consenso dell’elettorato del gentil sesso e ha quasi sempre preso la scena in tutti i dibattiti pubblici dove è apparsa più passionale degli altri contendenti.

Insomma, potrebbe non chiudersi affatto la campagna elettorale il prossimo 10 giugno se ci sarà l’appendice del ballottaggio quindici giorni dopo. Alla sfida a due potrebbero arrivare, in questo caso, Di Re e uno tra Nicotra, Alì e Greco con i primi due più favoriti sul terzo, proprio per i dissapori interni al centro sinistra che potrebbero penalizzare il candidato del PD che pure è un politico di lungo corso ed è attentissimo a non cadere nelle trappole dei “finti alleati”. Al ballottaggio però tutto potrebbe succedere – nel 2014 Barbagallo ottenne 15.573 voti e Di Re 8.939, con il 63,53% al primo e il 36,47% al secondo – ed è per tali motivi che nei giorni di chiusura della campagna elettorale il centro destra proverà a fare fronte comune ancora più compatto e tentare di fare incetta di tutti i consensi sia quelli espressi ai candidati al Consiglio sia quelli nei riguardi di Michele Di Re. Non sarà facile. Questa campagna elettorale, che è stata blanda nella conduzione dei temi, potrebbe riservare qualche sorpresa rispetto alle aggregazioni di liste e agli apparentamenti con i candidati a Sindaco. Questo è ciò che si percepisce in giro. La gente dice sì a tutti, ma poi è nelle urne che decide di volta in volta a seconda di come vuole tradurre in voto il bisogno di cambiamento. L’elettorato delle sedici frazioni di Acireale potrebbe ancora una volta “fare la differenza”.

Sono questi i numeri “elettorali” di una città che, avviandosi alla conclusione la campagna elettorale, dimostra ancora una volta di “non avere tutti i numeri” per fare il grande salto in avanti. Ma ci sono altri numeri che evidenziano la debolezza in matematica di Acireale.

I “numeri primi”, quelli più difficili del bilancio, li ha tirati fuori con intelligenza e competenza il commissario straordinario Salvatore Scalia ad appena quindici giorni dal suo insediamento. Sono numeri drammatici, se si considera che il Comune, pur avendo il Consiglio votato il bilancio preventivo 2018-2020, non ha ancora approvato il rendiconto consuntivo al 2017 e soprattutto vanta diverse decine di milioni di crediti, i cosiddetti residui attivi, a fronte di una situazione debitoria che, con i debiti cosiddetti fuori bilancio, rischia di aggravarsi di giorno in giorno. Di questi numeri inevitabilmente dovrà occuparsi il nuovo Sindaco nella riorganizzazione della macchina burocratica e si dovrà pure stabilire una linea di contemperamento fra le esigenze di contenimento rigoroso della spesa e le opportunità di acquisire risorse fresche necessarie per lo sviluppo. Diversamente Acireale non uscirà più da questo circolo vizioso, in cui minori risorse, derivanti anche dall’ingente ammontare di crediti non riscossi, imporranno tagli agli stanziamenti per quelle voci di spesa che invece servono proprio per generare nuove risorse, ad esempio le entrate da tributi, gli oneri di urbanizzazione, la tassa di soggiorno, le risorse a progetto derivanti dai fondi comunitari.

Mancano ad Acireale “i numeri” per essere una grande città a forte trazione turistica. La storia si ripete ad ogni campagna elettorale. Le promesse di rilancio turistico sono declinate con grande slancio e passione, ma anche con tanta fantasia e con una buona dose di incoscienza e di improvvisazione in materia. Il turismo è una cosa seria. In questa tornata elettorale i candidati sono stati più realistici. Nessuno per fortuna ad esempio ha tirato fuori la storia dell’ascensore a vetri che dalle Terme di Santa Caterina porterebbe giù a mare i termalisti (ma dove stanno i termalisti?) oppure il progetto della cabinovia che collegherebbe il centro storico di Acireale con la frazione marinara di Santa Maria La Scala. Progetti belli e avveniristici ma ci vorrebbe un Renzo Piano o un Santiago Calatrava per disegnarli, qualcuno forse è pure ad elevato impatto ambientale, progetti utili come quello del parcheggio multipiano a piazza Cappuccini se si portasse lì una stazione ferroviaria, ma con quali risorse finanziarie e a valere su quali programmi e fondi? E poi, senza mobilitare le migliori energie intellettuali ed imprenditoriali della città e senza definire un piano di marketing territoriale, come si pensa di acquisire tali risorse per fare questi ambiziosi progetti?

Ecco dunque che in questa campagna elettorale ci si è limitati a parlare di numeri più spiccioli, legati ai temi di ordinaria o quasi ordinaria amministrazione, che mettono d’accordo tutti, come se questi possano rappresentare i veri problemi della città. Mobilità interna, zona a traffico limitato, inversione dei sensi di marcia e dei “sensi di colpa”, copertura delle buche, raccolta differenziata sono temi importanti sicuramente. Ma per una città che ha smarrito la propria identità e che ha rinunciato da tempo alle sue principali vocazioni economiche, si tratta pur sempre di temi assolutamente marginali per il suo sviluppo futuro. Bisognerebbe concentrarsi su altro, ma la campagna elettorale incalza.

Ci sono i numeri sociali di una città “che non ha ancora i numeri” e sono impietosi. Una famiglia su quattro vive in condizioni di povertà, le persone non abbienti che ogni giorno hanno accesso ai pasti forniti dalle associazioni di volontariato, dalla Caritas e dalle parrocchie sono circa 5.000. E poi c’è un buon 24,4% di disoccupati, che è una percentuale che si eleva quasi al doppio quando si considera la fascia dei giovani. Eppure, proprio tra i giovani, cresce l’incidenza di quelli con istruzione universitaria (il 21,1% in base ai dati dell’ultimo censimento Istat), il che rende ancor più drammatico il problema dell’occupazione. I laureati “a spasso” sono tanti e molti di loro preferiscono emigrare altrove per trovare modo di realizzarsi professionalmente. Con un indice di ricambio occupazionale altissimo, pari a 316,6 (sempre in base all’ultimo censimento dell’istituto di statistica), ciò vuol dire che ad Acireale non si genera nemmeno nuova occupazione. Molti di questi ragazzi laureati non voteranno forse il 10 giugno, proprio perché domiciliati fuori città. Dunque, dei loro problemi pochissimo si è parlato in questa campagna elettorale e, in generale, poco o nulla è stato fatto negli ultimi anni. Non si è nemmeno giocata la carta di alimentarsi del loro contributo di idee e programmi per rilanciare la città in cui questi ragazzi sono cresciuti. Insomma, una volta “emigrati” non sono nemmeno considerati.

Si parla pure pochissimo di quell’esercito “di freschezza” rappresentato dagli oltre 6.600 “cittadini” di età compresa tra i 6 e i 18 anni, tutti potenzialmente rientranti in età scolare (ma ahimè non è sempre così, perché c’è una forte dispersione scolastica). I “baby” sono il 12% dell’intera popolazione di Acireale, saranno futuri elettori ma non lo sono in questa tornata, quindi anche di loro non se n’è fatto minimamente cenno adesso. Eppure, proprio fra i giovani, i giovanissimi, i ragazzi e i bambini, alcuni dei quali sono figli e nipoti dei candidati al Consiglio comunale, risiede uno straordinario serbatoio di di idee nuove, fresche, talora dirompenti che, opportunamente indirizzate, potrebbero cambiare il volto di Acireale. Ci vuole solo un po’ di coraggio. Tutti a dire in questa campagna elettorale che la città ha bisogno di risvegliarsi dal sonno profondo in cui è caduta, ma come si fa a cambiare in meglio se le ricette sono sempre quelle tradizionali, il contributo delle giovani generazioni non viene preso nemmeno in esame, e lo spirito di iniziativa, compreso quello imprenditoriale, viene mortificato, sbeffeggiato fino ad anestesizzarsi del tutto?

Acireale “non ha i numeri”. Quelli delle Terme sono disastrosi e qualcuno, prima o poi, dovrà avere il coraggio di affrontare la questione di petto, inchiodando se del caso la Regione alle proprie responsabilità istituzionali ed amministrative. E’ allucinante che in dieci anni di gestione della società per azioni pubblica si siano assommate perdite per più di tredici milioni di euro, si siano accumulati tanti crediti riscossi per poi svalutarli di sette milioni negli ultimi due esercizi, si siano generati debiti complessivi per quindici milioni di euro. Come è assurdo che adesso il patrimonio netto sia inferiore a 2 milioni di euro quando ne valeva 35 milioni dieci anni fa e il valore degli immobili risulti più che dimezzato (adesso gli immobili valgono 15 milioni di euro a fronte dei 37 milioni di valore nel 2006), con il serio rischio che albergo e centro polifunzionale siano venduti all’asta ad estranei non interessati al termalismo. “Numeri in rosso”, in rosso sangue ci viene da dire per il costo  sociale salatissimo pagato ingiustamente dalla collettività acese, ma di cui nessuno si è accorto, mentre a Palermo il balletto della politica continuava a vagheggiare sui sogni di rilancio del termalismo siciliano.

I “numeri di una città che non ha numeri” sono anche quelli di Sogip, la partecipata comunale che si occupa di erogare acqua e gas. Sulla carta va bene, perché genera fatturato (anche se il suo cliente principale è il Comune di Acireale) e non produce alcuna perdita. Ma sulle spalle ha debiti per oltre 26 milioni di euro e crediti per 18 milioni, problemi che affondano le radici in tempi remoti; siccome è una società che ha come unico azionista il Comune, nella malaugurata ipotesi che qualcosa dovesse andare a male, delle attività e delle passività dovrà farsi carico ancora una volta il bilancio comunale. Lo stesso bilancio comunale che potrebbe ritrovarsi a trovare le risorse per pagare i debiti dell’IPAB Oasi Cristo Re nell’ipotesi in cui la recente dichiarazione di estinzione dovesse comportare l’applicazione di una legge regionale del 1986, in forza della quale, proprio quando si verifica la chiusura di questi enti di assistenza, il Comune ne subentrerebbe in toto, acquisendo immobili, ma anche debiti, crediti e personale. E via dicendo. Il nuovo Sindaco sa bene che dovrà occuparsi di queste rogne subito.

Non ha i numeri Acireale nemmeno per essere “una città dell’accoglienza”. Ha le potenzialità, possiede tantissime risorse e per fortuna di varia natura, paesaggistiche, monumentali, culturali, ecclesiali. Ma il turismo non si fa con le risorse, si crea con le attrazioni e dunque con l’organizzazione di servizi. Carnevale, Festa dei Fiori, Nivarata e qualche festa religiosa non bastano da sole a generare flussi turistici importanti. Con quello che possiede Acireale si potrebbe allestire una “macchina da guerra” commercialmente parlando. Una città dell’accoglienza ha bisogno pure di imprese turistiche che ad Acireale sono ancora poche, se rappresentano appena l’1% dell’intero tessuto imprenditoriale. Nella città delle cento campane ci sono poco meno di 4.000 imprese attive e quasi settemila imprenditori. Il 20% di queste aziende opera nel commercio al dettaglio, il 13% in quello all’ingrosso. Acireale dunque ha l’identità di una città commerciale, non turistica. E non è nemmeno agricola, perché il settore primario vale il 13% dell’intero tessuto imprenditoriale. Il 7% delle imprese sta nella ristorazione, il 6% nell’edilizia. Però mettendo insieme ricettività, ristorazione, e agricoltura il nuovo comparto sarebbe il primo per importanza economica e da lì si potrebbe partire per un’idea di “turismo diverso”, in cui non ci sarebbero solo mare, Chiese o paesaggio culturale come quello della Timpa, ma ci sarebbe in toto l'”esperienza della terra-madre” che oggi commercialmente vende tanto in molte località italiane. Ma, ahimè, non si fa impresa facendo la sommatoria dei vari settori.

Ci vogliono idee imprenditoriali nuove e serve “una visione di città” che non si può improvvisare in poco meno di due mesi di campagna elettorale. Bisogna prenderne consapevolezza tutti, sia coloro che siederanno in Consiglio Comunale (saranno 24 in tutto) sia il Sindaco eletto. Ma tutti pensano ai numeri, hanno una specie di ossessione verso i numeri che equivalgono a consenso.

Ha fatto bene l’altra sera al dibattito dei club service cittadini Salvo Filetti, acese di nascita, di residenza e di professione, hair stylist di fama internazionale e molto noto negli ambienti televisivi per le sue idee innovative sulla bellezza. Al moderatore ha fatto presente che senza un canale istituzionale in cui puntualmente l’amministrazione possa “rendere conto” di ciò che sta facendo e di ciò che invece non si può fare, la gente di Acireale continuerà a vivere sospesa tra l’illusione di poter cambiare radicalmente e la disperazione di non potercela fare mai più. Bisogna informare e render conto delle azioni e della loro progressione nel tempo, proprio come avviene in una normale ma responsabile famiglia. Tra questi due estremi di atteggiamento di illusione e di disperazione c’è di mezzo per fortuna la Speranza che però si basa su promesse di cambiamento, di svolta, di inversione di tendenza.

Ma le promesse vanno mantenute. Cioè tenute per mano. Ed è quello che dovrà fare il nuovo Sindaco di Acireale, tenere per mano una intera città mentre man-terrà le promesse degli impegni assunti.

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