CalcioCatania&ricordi, quando Rado parò il rigore a Riva

febbraio 17, 2018

 

 

 

Daniele Lo Porto

CATANIA -Ricorda tutto di quel pomeriggio, come fosse ieri. Il Sant’Elia che era una bolgia di bandiere rossoblu e sembrava piccolo piccolo invaso com’era dall’entusiasmo di una regione intera che finalmente si sentiva “anche” italiana, con quel triangolino verdebiancorosso cucito sulle maglie della gloria.  Rombo di tuoni lanciava siluri da tutte le posizioni e lui, Rino Rado, portiere del Catania, ci metteva le mani, i piedi, il coraggio e la fortuna per parare tutto. Un rinvio sbilenco di Ricky Albertosi carambola sulla schiena di Schifilliti e finisce in rete. La palla è rotonda. Nel derby delle due isole i rossazzurri si ritrovano incredibilmente in vantaggio. Calcio di rigore per il cagliari. Sul dischetto si dirige Ricciotti Greatti, un piedi buoni che mette la palla dove vuole. Tutti in piedi invocano lui, il bomber: “Riva…Riva…Riva”. Manlio Scopigno, il filosofo fumante, si sbraccia dalla panchina: deve battere Riva. Greatti si allontana. Nel colosseo del pallone la folla fa pollice verso: povero Rado. Riva corre dritto sul pallone. “Ma allora non spara una bordata, ma lo piazza” pensa Rado. Si guardano negli occhi, passo dopo passo. Il primo che cede perde. Il portiere resta fermo e aspetta il tiro, il cannoniere è sorpreso: “E che faccio ora”. La potenza implode nel sinistro trattenuto a stento, cerca l’angolino senza forza nè precisione. Rado s’allunga e para. Dopo 47 anni si guarda ancora le mani, quasi incredulo e sorride. Sente il calore del cuoio sulla pelle.

Il racconto avviene davanti al murales che lo raffigura sul muro della Tribuna B del Massimino, accanto Santino Mirabella, cultore di un calcio che fu, più genuino e meno ricco. Si sorprende rado a vedersi lì, sul muro, ritratto da Andrea Marusic che ha racchiuso la storia del Catania in cinquanta volti. Racconta dell’imbarazzo di Bulgarelli e Pascutti che gli annunciarono a mezzanotte che sarebbe andato al Catania “ma solo in prestito, per un anno”, del ritrovarsi con Romano Fogli, più volte nel corso della carriera, iniziata con la Nazionale olimpica quando lui era il titolare e un certo Dino Zoff faceva il “secondo”. E poi allenatore delle giovanili del Bologna, quando nella squadra avversaria gioca un ragazzino secco secco più alto di tutti: si chiamava Buffon e sarebbe diventato Buffon. Già allora volava inseguendo traiettorie impossibili. il Parma lo soffiò al Bologna.

E’ tornato a catania per festeggiare l’ottantesimo compleanno di un amico. “Sono stato qui sette anni, mica un giorno. Tanti ricordi e qualche amico. C’è ancora gente che mi riconosce, incredibile”.

Si parla di calcio dell’altro ieri e di oggi: troppa atletica e poco tecnica. “Ai miei tempi era il contrario” sottolinea. Grazie Rino Rado. L’ultimo racconto. “La maglia di Vavassori era gialla e troppo grande per me: me ne feci mandare due grigie da Bologna, insieme ai guanti.  si rabbuiò: “Ma chissu vuole anche i guanti?”.

 

 

 

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