Carceri minorili. Il rapporto di Antigone: "punire per educare: una politica miope e dannosa”

Carceri minorili. Il rapporto di Antigone: "punire per educare: una politica miope e dannosa”

di Katya Maugeri

“Lo diciamo con preoccupazione: sono prospettive minori quelle che oggi vediamo rispetto a due anni fa, quando pubblicammo il nostro precedente rapporto sulla giustizia minorile in Italia. Prospettive minori per il sistema, che sta rinunciando a incontrare con pienezza quei principi ispiratori sui quali è stato costruito e che hanno fatto sì che la giustizia minorile nel nostro paese divenisse un modello a livello europeo; prospettive minori per gli operatori, alcuni dei quali fanno un lavoro straordinario fuori e dentro le carceri e si ritrovano strumenti sempre più spuntati e inefficaci; e, soprattutto, prospettive minori per i ragazzi e le ragazze, che si ritrovano attorno più sbarre – fisiche e metaforiche – e meno speranze riguardo al loro futuro”.

L’associazione Antigone, che si occupa da anni dei diritti dei detenuti, ha pubblicato nei giorni scorsi il suo settimo rapporto sulla giustizia minorile e gli Istituti penali per minorenni, frutto dell’analisi dei dati e delle visite svolte fisicamente nelle carceri minorili.

Questo settimo Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile e gli Istituti penali per minorenni è frutto come sempre di una analisi ed elaborazione e dell’osservazione diretta delle strutture detentive minorili. Nei mesi scorsi visitato gli IPM italiani e alcune comunità che ospitano ragazzi dell’area penale. Entrare fisicamente nelle carceri minorili significa rendersi conto degli spazi, parlare con gli operatori, percepire il clima interno. È una conoscenza del sistema che solo l’osservazione diretta sa dare.

L’associazione evidenzia i rischi di mettere da parte una bella storia italiana di de-istituzionalizzazione dei giovani e punta il dito in particolare contro il cosiddetto decreto Caivano, che “ha introdotto una serie di misure che stanno avendo e continueranno ad avere effetti distruttivi sul sistema della giustizia minorile, sia in termini di aumento del ricorso alla detenzione che di qualità dei percorsi di recupero per il giovane autore di delitto”.

Il cosiddetto decreto Caivano ha introdotto una serie di misure che stanno avendo e continueranno ad avere effetti distruttivi sul sistema della giustizia minorile, sia in termini di aumento del ricorso alla detenzione che di qualità dei percorsi di recupero per il giovane autore di delitto. L’estensione delle possibilità di applicazione dell’accompagnamento a seguito di flagranza e della custodia cautelare in carcere stravolge l’impianto del codice di procedura penale minorile del 1988 e sta già determinando un’impennata degli ingressi negli IPM.

All’inizio del 2024 sono circa 500 i detenuti nelle carceri minorili italiane. Sono oltre dieci anni che non si raggiungeva una simile cifra. Gli ingressi in IPM sono in netto aumento. Se sono stati 835 nel 2021, ne abbiamo avuti 1.143 nel 2023, la cifra più alta almeno negli ultimi quindici anni. I ragazzi in IPM in misura cautelare erano 340 nel gennaio 2024, mentre erano 243 un anno prima, segno evidente degli effetti del decreto Caivano.

La crescita delle presenze negli ultimi 12 mesi è fatta quasi interamente di ragazze e ragazzi in misura cautelare. Altro effetto del decreto è la notevole crescita degli ingressi in IPM per violazione della legge sugli stupefacenti, con un aumento del 37,4% in un solo anno. La presenza negli IPM oggi è fatta soprattutto di ragazzi e ragazze minorenni. La fascia più rappresentata è quella dei 16 e 17 anni, ed in totale i minorenni sono in larga maggioranza, quasi il 60% dei presenti. Due anni fa la situazione era esattamente invertita. L’aumentata possibilità introdotta dal Decreto Caivano di trasferire i ragazzi maggiorenni dagli IPM alle carceri per adulti sta facendo vedere i propri effetti, con danni enormi sul futuro dei ragazzi.

Invece di intervenire sui servizi per la tossicodipendenza e sull’educazione nelle scuole si va a inasprire una figura di reato che porterà a maggiori arresti di minori che consumano sostanze psicotrope anche leggere e sono spesso coinvolti solo occasionalmente con lo spaccio.

“Punire per educare” è una politica perdente. È illusorio, nonché socialmente dannoso, inseguire gli obiettivi ricompresi in questo slogan oggi tanto di moda nelle carceri e finanche nelle scuole. Uno slogan che è diventato politica attiva. La giustizia penale minorile non meritava le involuzioni normative presenti nel cosiddetto decreto Legge Caivano che ci riporta qualche decennio indietro nella storia giuridica del nostro Paese. A partire dal 1988, con l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, l’Italia aveva scelto un’altra via, quella dell’interesse superiore del minore.

L’introduzione del “percorso di rieducazione del minore” stravolge l’idea di valutazione individuale volta al superiore interesse del minore propria della giustizia minorile. La sua proposizione è infatti obbligatoria nei casi previsti e il rifiuto da parte del giovane o la mancata riuscita del percorso va a determinare l’impossibilità di accesso alla messa alla prova.

A differenza di quest’ultima, tuttavia, il percorso di rieducazione prevede obbligatoriamente che il giovane svolga lavori socialmente utili o altre attività a titolo gratuito, impedendo così la valutazione caso per caso del magistrato rispetto a come sia meglio per lui o per lei impiegare il proprio tempo (dove lo studio ha un ruolo privilegiato data l’età dei soggetti di riferimento).

Le storie raccolte da Antigone, dei ragazzi e delle ragazze che finiscono negli istituti penali per minorenni, ci spiegano come i tassi di recidiva siano altissimi, soprattutto quando i ragazzi, al compimento del diciottesimo anno d’età, vengono catapultati nelle carceri per adulti interrompendo un percorso di presa in carico educativo. Un danno enorme per il ragazzo e per la sicurezza del paese.

Gli operatori hanno segnalato come negli ultimi anni si sia registrato un incremento di ragazzi affetti da disagio psichico e disturbi comportamentali, spesso gestiti solo con la somministrazione di terapie farmacologiche.

La maggior parte dei ragazzi con disagio psichico, disturbi comportamentali o con problemi legati all’abuso di psicofarmaci sono di origine straniera. Si tratta spesso di minori stranieri non accompagnati, in situazioni di profonda marginalità. Casi di disagio psichico, di disturbi comportamentali e di abuso di psicofarmaci, danno vita di frequente ad eventi autolesionistici. Dai dati raccolti nell’utlimo biennio, sono stati segnalati ripetuti tentativi di suicidio nell’IPM di Cagliari, due nell’IPM di Airola e uno nell’IPM di Catanzaro. Altri eventi sono dettati anche dal disperato bisogno di farsi ascoltare. Il grande problema, segnalato da più voci, è la carenza in tutto il Paese di comunità di accoglienza che accolgono ragazzi con problematiche psichiche e/o di dipendenze.

In aumento la presenza anche di ragazze detenute: in tutta Italia erano 13 (di cui 8 minorenni) le ragazze detenute al 15 gennaio scorso (di cui 8 nel solo IPM esclusivamente femminile d’Italia, quello di Pontremoli), in maggioranza (10 su 13) straniere. Oltre a Pontremoli, le ragazze sono ospitate in sezioni femminili degli IPM di Roma e Nisida. Le ragazze entrate in IPM nel 2023 sono state in tutto 60, il 5,2% degli ingressi. Di costoro 36 erano straniere, il 60% del totale.

Ma non è solo la giustizia minorile a registrare preoccupanti arretramenti: nelle carceri per adulti – informa Antigone – la situazione è sempre più drammatica, con tassi di affollamento che crescono a ritmi vertiginosi. e che, nel corso del 2024, potrebbero portare a condizioni di detenzione inumane e degradanti generalizzate, e un numero di suicidi senza precedenti: sono già 19 quelli avvenuti nei primi 40 giorni dell’anno. Per questo ci siamo rivolti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché possa sollecitare Governo e Parlamento ad una discussione ampia su carcere e detenzione, percorrendo soluzioni immediate affinché la pena sia in linea con il dettato costituzionale.

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