Catania fra momento di crisi economica e opportunità di ripresa. E’ possibile dar vita ad un modello di città comunità?

marzo 24, 2019

Saro Faraci

Il Salone di Vescovi dell’Arcidiocesi di Catania ha ospitato venerdì scorso la Via Crucis del Lavoratore, un’originale iniziativa promossa ormai da alcuni anni dall’Ufficio Diocesano Problemi Sociali e Lavoro diretto da don Piero Sapienza, finalizzata ad una ampia riflessione sui temi del lavoro, dell’occupazione e dello sviluppo economico a partire dai contenuti dell’omonimo documento elaborato nel 2015 proprio dallo stesso don Sapienza. All’incontro di venerdì, aperto dagli indirizzi di saluto di Mons. Salvatore Gristina, Arcivescovo, e di don Piero Sapienza, hanno partecipato, oltre al sottoscritto, l’ingegnere Gaetano Mancini, Presidente regionale di Confcooperative Sicilia, che ha parlato dell’esperienza virtuosa delle cooperative di comunità, e Maurizio Attanasio, segretario generale della CISL di Catania, che si è soffermato sul delicato momento che vive la città di Catania alle prese col dissesto finanziario del Comune. Sul tema “Legami di solidarietà per una città comunità” si è sviluppata la riflessione del sottoscritto, i cui punti salienti sono richiamati di seguito

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Il tema dei legami di solidarietà per una città comunità si può discutere da tre diverse prospettive di analisi, per quanto complementari: la prospettiva politica, sociale ed economica.

La prospettiva politica rinvia alla domanda di una «buona politica», che non viva di slogan, ma viceversa sappia affrontare i problemi della società con coraggio di scelte ispirate ad un’ottica di generatività, che richiama i 17 obiettivi di sostenibilità globale enunciati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Secondo questa prospettiva, di natura politica, la solidarietà è principio e dovere, come stabilisce la nostra Costituzione; i legami di solidarietà sono le relazioni a trama fitta che si stabiliscono fra tutti i corpi intermedi della società; la città comunità è ispirata, in chiave contemporanea, alla idea di augmented city, di città del diverso presente, che – come sottolinea il prof. Maurizio Carta dell’Università di Palermo – «è una città che percepisce le richieste di una società più reticolare e interconnessa, basata sulla conoscenza e creatività, che risponda al cambiamento globale attraverso un nuovo metabolismo circolare».

La prospettiva sociale evoca un concetto semanticamente ancora più forte di solidarietà, intesa non come mera carità sbrigativa, ma come condivisione di idee, progetti, risorse e responsabilità fra più attori, a cominciare dalla Chiesa. Con un’idea della solidarietà che diventa pure responsabilità in solido, si afferma sempre di più l’ottica della generatività sociale, come modo di pensare e di agire, capace di riverberarsi in modo positivo sulle forme del produrre, dell’innovare, dell’abitare, del prendersi cura, dell’organizzare e dell’investire. La generatività infatti è vita, è quel «dono della vita che ci fa superare l’alienazione» richiamato da don Piero Sapienza in una delle stazioni della Via Crucis del Lavoratore. In questa ottica, la città comunità è molto simile al modello di «città aperta» che, nelle intenzioni di padre Luigi Ferlauto fondatore dell’Oasi di Troina scomparso qualche anno fa, è innanzitutto «un progetto che studia con metodologia scientifica la convivenza tra disabili e normodotati e tenta di individuare i fattori che bloccano o rendono difficile l’integrazione: le barriere psicologiche e psico-sociali che sono più traumatizzanti di quelle architettoniche».

La prospettiva economica, infine, rilancia il concetto di solidarietà fra le risorse umane stabilendone la superiorità rispetto al profitto, considerato strumentale alla sopravvivenza e alla crescita delle imprese e delle organizzazioni. E’ in fondo ciò che già nella Centesimus Annus (1991) Papa Giovanni Paolo II enfatizzava richiamandosi al capitalismo umano come «un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione e della libera creatività umana nel settore dell’economia». Solo in questa prospettiva, fortemente radicata nel concetto di generatività e dunque di sviluppo sostenibile, si può realizzare l’utopia della Città dell’Uomo, prospettata ad Ivrea dall’imprenditore del dopo guerra Adriano Olivetti, una città-comunità guidata dalle quattro forze dominanti della civiltà: Verità, Giustizia, Bellezza ed Amore.

Come trasferire queste tre prospettive della solidarietà, politica, sociale ed economica, in un modello di città comunità realizzabile anche a Catania, in un momento storico oggettivamente difficile per l’intero territorio? Da anni, la città metropolitana vive una profonda crisi economica, e il dissesto finanziario del Comune ne è una ulteriore conseguenza, non una delle primarie cause. La grande impresa, esclusa qualche notabile eccezione, è in crisi e sembra non appartenere più alla logica economica e produttiva della città; le medie aziende, per lo più familiari, sono collassate non soltanto per motivi legati alla mutata domanda di mercato, ma soprattutto perché hanno perso del tutto la spinta generativa dei padri fondatori; le piccole e piccolissime realtà produttive soffrono e resistono, ma sono incapaci di stringere solidi legami di solidarietà perché affette da isolazionismo e individualismo. Si affacciano sulla scena nuove forme organizzative del fare impresa, come le start up: sono le imprese o quasi-imprese innovative del diverso presente che rendono Catania una piazza attrattiva per nuovi investimenti, ma si tratta ancora di esperienze isolate e puntuali. Per rilanciare Catania dunque, occorre ragionare in ottica generativa avendo coraggio oggi di investire sul futuro, aprendosi favorevolmente all’idea di cambiamento, intensificando e mantenendo vive le relazioni sociali fra tutti gli attori interessati allo sviluppo economico, favorendo il dialogo fra tutti i corpi intermedi della società. Per rilanciare Catania ci vuole però anche una «buona politica» che sia capace di guardare avanti.

 

dig

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