Il dissesto e la verità

luglio 7, 2019

di Concetto Ferrarotto

C’è un rimpallare di accuse sul dissesto di Catania da nascondere la responsabilità che accomuna tutti: nessuno ha mai avuto il coraggio della verità. Non c’è stata verità in chi ha governato l’ultimo quinquennio prima del dissesto, è mancata in quelli che hanno governato nei quindici anni prima quando tutto cominciò. E oggi non la rivela nemmeno il sindaco Pogliese: non conosciamo quali siano i piani di gestione della situazione, quali misure si adotteranno, quale futuro si prepari e come. Abbiamo danzato per anni sull’orlo di un vulcano e nessuno lo ha mai chiarito. Il Comune costa circa 22 milioni di euro al mese ma ne incassa a malapena una decina, quindi al di là di corruzioni, malversazioni, sprechi e ruberie varie, la città ha un deficit strutturale che rischia di rinnovarsi inesorabilmente. Evasione ed elusione fiscale al 50%, multe pagate soltanto per il 5%, negli anni abbiamo stipulato mutui e contratto debiti soprattutto per fronteggiare la spesa corrente.

La verità è mancata un po’ dappertutto in questa città, non l’hanno avuta gli avvocati nel presentare candidature ineleggibili per il Consiglio dell’Ordine, non c’è nell’Ordine dei medici dove hanno eletto irregolarmente i loro rappresentanti fino alla sentenza che ha annullato tutto. Nessuna verità dentro un’Università di magagne e cupole. E a dirla tutta non era necessario attendere l’inchiesta della Procura per comprendere che il nostro Ateneo non funzionasse: dal 2013 ad oggi, cioè dalla gestione Pignataro in poi, il numero degli iscritti è sceso da 60mila a 40mila studenti. Meno 20mila in poco più di cinque anni. Cioè ventimila stanze in affitto in meno, ventimila ragazzi che non abitano e non spendono nella città, ventimila intelligenze che non creano più per noi. Non è in discussione soltanto l’emigrazione verso il nord, molti sono andati ad Enna dove la Kore ha introdotto un sistema didattico in stile anglosassone, con un costante tutoraggio molto gradito agli studenti.

Siamo così abituati a non reagire che soltanto ciò che si trasforma in processo penale ci sveglia ma ovviamente per quanto le inchieste siano meritevoli non risolvono i problemi strutturali e comunque una comunità civica non può attendere i tempi della giustizia, bisognerebbe precederli oppure subito dopo superarli in velocità. Per esempio, sull’ex sindaco Bianco non dovrebbe appassionare il chiedersi se verrà ritenuto responsabile da qualche magistratura, era già sufficiente un giudizio politico più evidente: nel suo ultimo mandato non è stato in sintonia con la città.

Anche questo sindaco non lo è, molto più di quanto già non si intuisse. Catania avrebbe bisogno di qualcuno che la prenda sulle sue spalle e la traghetti oltre la tristezza del fallimento. Bloccare tutto per mancanza di denaro è anch’essa una scelta che manca di verità. Perché vi sono azioni possibili senza impiego di risorse, iniziative che potrebbero stravolgere in meglio il volto di questa città: ordine pubblico, piano della mobilità e del traffico, regolamento del decoro urbano, regolamento per la pubblicità, le insegne e la cartellonistica, cura della pulizia (tanto, i soldi per il servizio di nettezza urbana vengono comunque impegnati e spesi), un nuovo piano regolatore. Si potrebbero stimolare collaborazioni con quelle Autorità autonome che vivono di economie proprie, ad esempio con l’Autorità portuale o con l’aeroporto;

si potrebbero trovare accordi con i comuni dell’hinterland su temi come il trasporto pubblico, il tutto in una visione di vera città metropolitana. Ed anche lanciare un concorso di idee per una nuova configurazione delle aree più significative del tessuto urbano, così da attrarre l’interesse di investitori esterni e far comunque desiderare ai catanesi una città nuova, un obiettivo per cui valga la pena impegnarsi nel risanamento. Invece si ascolta quotidianamente la litania del taglio imminente ai servizi sociali per indisponibilità di risorse che però non vengono sottratte a quella dilapidazione pluridecennale che sono gli affitti passivi.

C’è poi un punto da chiarire: il lavoro, l’occupazione, la ricchezza produttiva, non vengono e non possono essere create dal Comune. Quindi, il dissesto in sé per quanto crei impoverimento a danno dei creditori dell’Ente non è la causa di tutte le crisi economiche che taglieggiano la città. Catania ha bisogno di crescere per salvarsi e qui sta il vero ruolo di un’amministrazione comunale: rendere il luogo accogliente e attraente per nuovi insediamenti economici e non soltanto. In un tempo non lontano qui si coltivava l’accoglienza e l’innovazione. La città era accogliente nella sua università, lo era per le novità musicali da tutt’Italia con frotte di ragazzi che accorrevano a stabilirsi in città, lo è stata nell’industria elettronica.

E’ necessario che si torni a valorizzare l’animo profondo di accoglienza e innovazione che in passato ha caratterizzato questa parte di Sicilia, altrimenti non ritorneremo mai a crescere. Qualcuno spieghi al sindaco che le città sono come le persone, anch’esse invecchiano. Però, se si innesta innovazione quella vecchiaia diventa storia e fascino, se invece nulla accade la vecchiaia è solo decadimento.

La prima svolta per uscire fuori dal disastro è quindi ritornare a innovare. Per riuscirci, bisogna prima fare spazio eliminando con la verità tutte le putride incrostazioni che hanno avvelenato la nostra comunità.

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