La grande musica russa protagonista al Massimo Bellini

febbraio 12, 2019

 

 

 

Antonio Licursi

CATANIA – Un programma non casuale, quello scelto per la serata del 9 febbraio, viste le personalità (ritenute ai tempi controverse) di Sostakovic e Cajkovskij, che rappresentano il temperamento e lo stile della grande musica russa del XIX e XX secolo, nonostante la distanza temporale che li divide. Non casuale, se si pensa che la stagione del Bellini sia iniziata con due opere del Maestro di Salisburgo e prosegue con le variazioni, per violoncello e orchestra, op. 33, di Petr Il’ic Cajkovskij, su un tema rococò, che rappresentano l’esempio più indicativo della nostalgia del Compositore russo per il Settecento; per quella sorta di equilibrio formale che Mozart ha perseguito nelle sue composizioni e che ha rappresentato per Cajkovskij quasi una via di fuga dalle inquietudini della contemporaneità; sedimentata comunque dall’appartenenza dell’autore a un secolo assai diverso; tant’è che, nel corso del tempo, la struttura metrica e armonica di quel “rimando” si è pian piano dissolta a favore di una più marcata elaborazione compositiva nella melodia tardo romantica.

L’introduzione orchestrale fa da subito intuire il raffinato stile strumentale del musicista. Lo ritroviamo nel dialogo tra i legni e il pizzicato dei violini; nella melodia del corno che introduce il tema delle variazioni, eseguite al violoncello dal maestro Vadim Pavlov, intercalate dagli interventi dell’orchestra del Massimo, diretta dal maestro Eckehard Stier. Il maestro Pavlov, conosciuto dai melomani del Bellini per aver ricoperto il ruolo di primo violoncello dell’orchestra, è interprete e prosecutore della grande scuola violoncellistica russa. Ha saputo magistralmente interpretare le variazioni: alternando momenti di grande intimismo, quasi malinconico, a passaggi di pura tecnica interpretativa, con fraseggi rapidi e coinvolgenti.

Il pubblico ha particolarmente apprezzato il virtuosismo del maestro, “costringendolo” a ben tre uscite e rientri, e a ben due assoli, tra cui una magnifica gavotte di J.S.Bach, applaudita a scena aperta, non solo dal pubblico in platea, ma anche dai singoli elementi dell’orchestra. Dopo un breve intervallo e un riposizionamento degli scranni degli orchestrali, il direttore Stier si è ripresentato all’auditorio con la Decima Sinfonia di Dimitrij Sostakovic. L’opera pone, sin dall’inizio, molteplici problemi di forma a causa del primo, Moderato, movimento: lunghissimo, quasi come metà della sinfonia, che Stier risolve con una lettura austera e imponente. Grande rilevanza hanno i fiati, capaci di scardinare il tessuto armonico costruito dagli archi, con lacerazioni improvvise e devastanti. I contrasti dinamici, tra i vari registri orchestrali, sono risolti dal maestro con piglio classicheggiante: in questo ricorda il miglior Karajan. I contrasti ritmici sono ben evidenziati, giacché centrali in tutta la poetica del Maestro russo, nella dissociazione del linguaggio musicale, della melodia-armonia.

Il secondo movimento, allegro, procede con veemenza, lasciando ampio spazio alle percussioni. Nell’allegretto assistiamo a una lettura poco incline alla retorica, quanto invece misurata, soprattutto nelle viole del finale di movimento. Lo sviluppo del quarto movimento, costituito da una melodia popolare russa, sa di festa paesana: allegra e festosa, come si trattasse di un gioioso intermezzo. In questo senso Stier vede in Sostakovic un naturale continuatore di Caikovskij, piuttosto che una personalità lacerata da strazianti conflitti personali ed estetici. L’organico è di tutto rispetto, come si conviene alla complessità di una sinfonia che rimanda, per successive inquadrature, a quelle che erano già state di Mahler. Ci vuole un fisico bestiale (recitava il poeta) per resistere alle lusinghe musicali del Festival di Sanremo; ma, i molti, che hanno affollato la platea del Bellini, stasera non avranno avuto di che recriminare.

Foto sono di Manuela Di Raimondo.

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