Il Flauto magico tra crismi filologici, simbologia massonica e grandi interpreti

gennaio 24, 2019

Antonio Licursi

CATANIA – Una monumentale libreria da cui Tamino estrae il volume che lo trasporta in un viaggio esotico e spirituale nell’ascesi verso la luce e la conoscenza dell’amore universale, senza confini, che coinvolge tutti gli aspetti del vivere umano, tra perdizione e spiritualità. E’ questa la scena che s’impone alla platea che ha assistito al singspiel (tipo d’opera con libretto in lingua tedesca) mozartiano “Die Zauberflote”, il Flauto magico.

Assistiamo, per la prima volta, al passaggio dalla magniloquente scenografia del teatro del settecento, carico di citazioni simboliche, al minimalismo scenico caro al regista Pier Luigi Pizzi: un processo di esemplificazione scenica che, tuttavia, non tralascia quei significati di elevazione, catarsi, conquista dei valori assoluti. Il lavoro scenico di Pizzi è una sintesi esemplare tra letteratura e musica. Grande attenzione è stata attribuita all’utilizzo della gestualità e dei corpi; della loro persistenza nella scena, nella ricerca spasmodica della luce che li restituisce da ogni prospettiva visuale.

Insomma, è un’idea totale di spettacolo che ci riconduce a certe avanguardie teatrali del Novecento. E’ l’idea di una fusione tra arti; di sintesi tra generi diversi, alla condizione che provochino nuove idee di rinnovamento. Questo Flauto Magico restituisce all’opera tutti i suoi crismi filologici: la ricerca della verità in un ordine assoluto; la simbologia massonica: le 3 dame, i 3 fanciulli, le 3 porte del tempio; la deviazione dalla musica sacra e il contrasto tra luce e tenebre; il perdono, la vendetta.

La direzione dell’orchestra, affidata al maestro Gianluigi Gelmetti, si fa ammirare per la composta connotazione della partitura, fin dallo spolvero, appena un po’ brioso ed elegante, dell’Overture. Un assaggio già indicativo del taglio che il Maestro ha voluto imprimere all’opera. Grande attenzione ha riservato ai tanti dettagli e alla tenuta ritmica dell’orchestra. Certi momenti si caratterizzano all’ascolto come il virtuosismo dell’aria di Monostatos, interpretato, nell’occasione, da Andrea Giovannini; la delicatezza degli accompagnamenti delle arie di Tamino, Giovanni Sala, e Pamina, Elena Galitskaya; la compostezza dei cori, affidata a Luigi Petrozziello; gli interventi di Sarastro, Karl Huml, impeccabile nel dialogo, leggero e piano nelle sue due arie.

Convincente l’interpretazione di Tamino, tenero e fanciullesco; ma ancor più suscita ammirazione la purezza vocale della Galitskaya, che già aveva dato sentore di sé nel Requiem. Stilisticamente irreprensibile il Papageno di Andrea Concetti: è spiritoso, senza mai eccedere a un facile umorismo. Eleonora Bellocci è una regina della notte molto curata, esile, mai incline al virtuosismo di maniera. Non è così frequente trovarsi a leggere simili allestimenti, almeno qui da noi. C’è tempo sino a domenica 27 gennaio per scoprire questo Flauto Magico.

 

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