Storia vera di sesso, amore e morte dell’Orchidea nera

gennaio 28, 2019

 

 

Daniele Lo Porto

CATANIA – Storia torbida di un amore malato con un finale di sangue. Troppo. Sembra una storia eccessiva per essere vera, anche di questi tempi caratterizzati dall’eccesso in tutto. Eppure la vicenda racchiusa nella rappresentazione teatrale “Orchidea nera” scritta dal giornalista Mario Bruno è tutta vera, di quasi cinquanta anni fa, addirittura. Il marchese Camillo Casati Stampa, nobile famiglia, ricchissima, proprietà tra Roma e Milano, amicizie e frequentazioni importanti, bella e dispendiosa vita, si innamora di una bellissima donna, Anna Fallarino. Entrambi sposati, ma resi liberi da costosissimi annullamenti della Sacra Rota. Quella che la borghese Anna pensava potesse essere una bellissima storia d’amore si trasforma. ben presto, in un doloroso e silenzioso menage a trois, perchè il marito la costringe a rapporti sessuali con occasionali amanti da lui pagati. Fotografa, scrive tutto in un diario, si appaga il marchese, ma non Anna che non riesce più a subire le perversioni del marito e finisce con l’innamorarsi di un giovane e ardente ragazzo che contraccambia e cerca di liberarla da una condizione di schiavitù psicologica ed economica. Camillo Casati Stampa stimolava i rapporti della moglie con estranei, ma non poteva sopportare l’idea del tradimento. La storia finisce con il duplice omicidio della moglie e dell’amante innamorato e con il suicidio.

La compagnia La Carrozza degli artisti ha realizzato la messa in scena nella Sala Chaplin, interpretando al meglio la drammaticità della storia e le sfaccettature psicologiche dei protagonisti, sapientemente illustrati da Bruno. Brava, bravissima Elisa Franco nel ruolo della protagonista, bella e sensuale, disinibita contro il suo volere, fragile e vulnerabile come lo può essere una donna veramente innamorata. Cinico, freddo, autoritario il marchese, interpretato da Maurizio Nicolosi, che forse avrebbe dovuto valorizzare meglio l’esteriorità della classe, eleganza, e  status sociale del nobile milanese per esaltare la differenza con la sua privata depravazione. Apprezzabile l’ardore giovanile di Alberto Abbadessa, l’amante, Massimo, la cui recitazione in alcuni frangenti poteva essere più convincente. Perfettamente padrone della scena il maggiordomo e commissario Tony Gravagna, voce narrante, misurato e calato nel ruolo come meglio non si potrebbe. Da citare gli altri attori che con ruoli più o meno significativi hanno completato il cast: Viviana Toscano, Rosa Lao, Luca Micci, Massimo Magnano e Orazio Marletta. Avrebbe meritato forse maggiore attenzione la scelta dei costumi, per caratterizzare meglio di anni settanta, sottolineati da un’ottima scelta di brani musicali, grazie alla cultura specifica dello stesso Mario Bruno, e qualche soluzione scenica per differenziare le diverse situazioni di tempo e di luogo, che invece si svolgono sempre nello stesso salotto.  La regia di Elisa Franco sarà sicuramente più efficace nelle prossime messe in scena perchè  lo spettacolo merita di essere visto da un pubblico più vasto rispetto alle prime tre “sperimentali” recite.

Foto di Dino Stornello.

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