Chi è avanti negli anni probabilmente non rivedrà mai più la propria casa. E questo non è civile né umano

ottobre 13, 2019

di Saro Faraci

E’ una forma di protesta pacifica ma decisa. Civile e silenziosa, senza clamori ed azioni eclatanti, ma determinata ad andare avanti. E’ la cosiddetta protesta dei lenzuoli bianchi, appesi qua e là in molti edifici dei centri colpiti dal terremoto di Santo Stefano dello scorso anno. L’ha promossa il coordinamento dei comitati dei terremotati dallo scorso 2 ottobre. Tra Zafferana Etnea, Acireale ed Aci Sant’Antonio, nelle zone periferiche e nei quartieri rurali di queste tre cittadine dell’area jonico-etnea, si sono registrati i danni maggiori e ancora le ferite di quel terremoto sono aperte ed evidenti.

Dicevamo della protesta dei lenzuoli bianchi. Civile e silenziosa. A qualcuno magari avrà procurato un mal di pancia, specie se pensa, dagli scranni della pubblica amministrazione, di aver fatto tutto il possibile per alleviare i disagi ed invece adesso si ritrova contro il disappunto della gente. A qualche altro la protesta non è piaciuta affatto, specie se – come si vocifera – è abituato da sempre a lavorare sotto traccia, a farsi amico il potente di turno, a sparlare dietro le quinte, ma mai ad adoperarsi attivamente per risolvere i problemi civici. Per qualche altro ancora magari l’esposizione dei lenzuoli bianchi non dirà nulla, assimilandola ad una delle tante proteste cittadine come quando manca l’acqua oppure non passa il camion della spazzatura per la raccolta dei rifiuti solidi.

Chi è attento e con un pizzico di senso civico invece ha colto il significato di questa protesta che ha scelto il modo più discreto per attirare l’attenzione della gente e dei media. E’ tempo di Autunno, di feste e sagre in giro per Zafferana, Acireale e Aci Sant’Antonio; è tempo di vino, castagne, miele ed altri frutti della terra che, una volta raccolti e prodotti, vanno messi a disposizione di turisti, visitatori ed escursionisti fra gli estimatori, i compratori, gli appassionati e gli esperti di queste meraviglie della Natura. Ma è anche tempo di far sapere a tutti, questo è il senso della civile protesta dei terremotati, che sono passati quasi dieci mesi da quella terribile notte di Santo Stefano e praticamente è come se da quel momento i territori colpiti dal sisma si fossero sclerotizzati. Le evidenze parlano da sole: c’è ancora tanta gente sfollata in albergo, in abitazioni prese in affitto o messe a disposizione da parenti; c’è chi fa avanti e indietro dalla propria casa semidistrutta; chi è rimasto dentro la propria abitazione ma è letteralmente “accampato” in mezzo a scatoloni, sacchi, cassette di legno dove ha riposto tutto, in attesa di cominciare i lavori di ripristino. Già i lavori, chissà quando prenderanno il via!

Tutto è fermo, sconsolatamente fermo. Con questi risultati deludenti, coi ritardi nell’assegnazione del CAS a beneficio di chi ne ha diritto, con le spaventose procrastinazioni in avanti dell’autorizzazione all’inizio dei lavori di ripristino, con strade e piazze ancora piene di detriti, con lavori di ricostruzione pubblica che procedono a rilento, con quelli della ricostruzione privata che vivono lo spettro della (presunta) delocalizzazione, la protesta dei lenzuoli bianchi è la forma più civile di disappunto che si poteva organizzare. A dispetto di malpancisti, denigratori e galoppini. E’ come se la storia dei terremoti precedenti non avesse insegnato nulla. Nel 2002 ci fu quello di Santa Venerina e si mise a punto un modello per la ricostruzione, anche a futura memoria. Adesso reset e si ricomincia da capo. La Protezione Civile, un tempo considerata un modello di eccellenza nella gestione dell’emergenza e una buona prassi italiana da far conoscere a tutto il mondo, si è impantanata e letteralmente incartata. Letteralmente incartata perché non fa altro che produrre carte su carte e non ce la fa a smaltire né le pratiche pregresse né le carte che lei stessa produce. Se è Protezione Civile, dovrebbe lavorare celermente ed efficacemente alla gestione delle emergenze, non diventare essa stessa una emergenza. Altrimenti, si chiamerebbe in altro modo.

Nel frattempo, la ricostruzione tarda a partire. La seconda fase, conseguente all’approvazione della legge contenuta nel decreto sblocca cantieri, non è mai iniziata. La stessa nomina del commissario governativo alla ricostruzione, il dottor Salvatore Scalia, non si è ancora formalmente perfezionata. C’è un po’ di nervosismo nell’aria e la delusione è evidente. Cosa aspettano gli uffici e la Corte dei Conti a dar il via anche a questa seconda fase, che si prospetta già fin d’ora delicata per via della microzonazione da completare e per la possibile delocalizzazione di alcuni edifici? Anche qui è un mistero. Un mistero fitto.

Nel frattempo, passano i mesi. Ha scritto ieri su Facebook un noto professionista acese: «Purtroppo il silenzio sta per raggiungere l’anno…Chi è avanti negli anni probabilmente non rivedrà mai più la propria casa… E questo non è civile né umano».

Mi sembra che queste parole siano tanto eloquenti quanto le frasi contenute nei lenzuoli appesi alle proprie abitazioni dalle civilissime persone di Fleri, Poggiofelice, Pennisi, Piano d’Api e via di seguito. Posti che probabilmente negli uffici pubblici sono  nè più nè meno assimilabili a particelle catastali e mappali, ma che invece per la gente terremotata e ancora ferita negli affetti sono i luoghi dell’anima. Le memorie del cuore, insomma.

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