Come comunicare l’adozione?

maggio 14, 2019

La rubrica di (C)Asa Onlus

Rossella Fallico
(Staff Asa Onlus)

Le parole hanno un enorme potenziale, sia positivo sia negativo: sono capaci di descrivere il mondo, i fatti e tutto ciò che ci circonda. Nonostante la sempre più rapida evoluzione tecnologica, la scrittura rimane un’esigenza fondamentale del nostro tempo: è uno strumento di condivisione, poiché riesce a dare il senso a ciò che viene vissuto, pensato e immaginato.

Nel campo dell’adozione è di fondamentale importanza l’approccio che i mass media, stampa e social, hanno nei confronti dell’adozione. Come testimoniato da casi recenti di cronaca nera, l’aggettivo “adottivo” configura molto spesso accanto alla parola “figlio”  o “genitore”. Come indicato da alcuni titoli della stampa nazionale “Brescia, figlio adottivo uccide il padre” (Maggio 2018) o ancora “Vercelli, uccide la madre per soldi: fermato il figlio adottivo”(Luglio 2018).

Si passa così dal terrorismo psicologico alla superficialità più becera, correndo il rischio di una stigmatizzazione, oltre che di una cattiva informazione.

Occorre fare attenzione all’uso degli aggettivi: significativo, nella stampa odierna ma anche nel mondo dei social, è l’uso di aggettivi come “nuovo”, “naturale” e “vero”, con cui si fa accompagnare il sostantivo “genitore” in alternativa al ricorrente e scontato “adottivo” .

La figura del genitore adottivo è considerata diversa e distinta da quella del genitore biologico di un bambino, a sostegno di ciò l’aggettivo “nuovo”, che è generalmente affiancato al termine “genitore” (riferito a quello adottivo), oppure dall’altro lato, quello di “naturale” o “vero” (che implica l’esistenza di un genitore “finto”, cioè quello adottivo) in riferimento al genitore biologico.

Quanto detto conferma che, purtroppo, non esiste ancora una cultura dell’accoglienza. Per crearla bisognerebbe accorciare la distanza, anche semantica, interposta tra genitore adottivo/genitore biologico, poiché entrambi hanno come punto massimo l’assunzione di uno stesso, preciso ruolo, quello della genitorialità.

Altro aspetto rilevante ed importante da sottolineare  è che ancora oggi, nonostante si proclami sulla necessità di garantire il “superiore interesse del minore”, da come si spiega l’adozione (basti pensare che nei Tribunali resiste ancora il modulo intitolato “Domanda di Adozione” e non “Dichiarazione di disponibilità”), da come ci si concentri sul diritto di adottare,  occorre ammettere che l’adozione è correlata ancora ad una visione adulto-centrica. Come sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino del 1989 e dalla stessa Convenzione de L’Aja del 1993 l’adozione, sia essa nazionale o internazionale, è prima di tutto una misura di protezione del bambino privo di famiglia e che l’interesse del minore deve essere la considerazione prioritaria in tutte le procedure che lo riguardano.

Non esiste un diritto al bambino né un diritto ad adottarlo, ma un diritto del minore a crescere in un ambiente famigliare idoneo.

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