Dagli ospedali psichiatrici giudiziari alle Rems, un passo verso l’umanità. La “rivoluzione gentile” è ancora in atto

ottobre 13, 2018

Katya Maugeri

Una rivoluzione gentile, non cruenta è quella che ha permesso la chiusura di un luogo che era rimasto l’ultimo dei  manicomi e l’apertura a una speranza, una nuova dimensione della cura dei pazienti, chiamata Rems ovvero residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria. Strutture che accolgono pazienti psichiatrici che hanno commesso dei reati.

Era il 31 marzo 2015 e gli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) più noti con il nome di manicomi criminali, venivano chiusi definitivamente per aprire le porte a una nuova realtà.

“Un orrore inaccettabile in un paese appena civile”. Così Giorgio Napolitano definì gli Ospedali psichiatrico-giudiziari.

Per un decennio e oltre, l’associazione Antigone ha denunciato incessantemente le condizioni terribili di vita dei malati psichiatrici internati negli Opg. Ovvero dei manicomi in cui venivano rinchiusi persone con disturbi psichiatrici dei cittadini con disturbi che avevano commesso dei reati per i quali c’era l’incompatibilità con il sistema carcerario tradizionale e a cui il magistrato applicava una misura di sicurezza con l’interdizione mentale.

Dagli ospedali psichiatrici giudiziari alle Rems

“Abbiamo aperto la nostra Rems nell’ottobre 2016, in un paesino vicino Cosenza. I cittadini erano turbati, infastiditi, avevano paura di questa struttura, di questi “pazzi” che dovevano arrivare. Muri e pregiudizi anche da parte dell’amministrazione”, ci racconta orgoglioso Renato Caforio, presidente del Centro di solidarietà il Delfino. “Ma noi,  alla fine, con rispetto e dedizione siamo riusciti a smussare tutte queste resistenze: la struttura ha aperto senza recare alcun danno, e dopo un anno, l’amministrazione comunale durante un convegno pubblico ha riconosciuto il pregiudizio. Credo che se lavori con serietà e passione anche un progetto come le Rems possano essere integrate nel territorio. Abbiamo aperto alla comunità questa esperienza, tanto da far cadere ogni barriera legata al pregiudizio, alla diffidenza, ci confrontiamo con altre realtà sociali e non troviamo particolari resistenze, riusciamo a dialogare bene con la società e con le istituzioni del territorio. Nel 1986 abbiamo scelto di aprire questa cooperativa per occuparci di emarginazione”.
Si tratta di una cooperativa, Il Delfino, all’interno della quale vengono trattati vari servizi: la tossicodipendenza, la Rems, una residenza psichiatrica e l’accoglienza dei richiedenti asilo.

“La Rems prevede un piano riabilitativo individuale – ci spiega Caforio – con attività da svolgere singolarmente e in gruppo: laboratori, gruppi di terapia per recuperare le attività sul piano personale, attività sull’inserimento per garantire al paziente la possibilità di  reinserirsi nella società avendo una capacità di autonomia. Nel 2015 è partito l’iter che coinvolge le regioni italiane, ognuna delle quali ha organizzato le proprie Rems nel proprio territorio e in cui per ogni paziente deve esserci un piano terapeutico riabilitativo individualizzato e il percorso dura fin quanto dura la pena, fino a quando effettivamente quando può essere inserito all’interno di una struttura post-Rems. Non abbiamo di certo risolto il problema, ma siamo dinanzi a delle strutture sanitarie, riabilitative con personale addestrato esclusivamente socio sanitario, non sono presenti forze dell’ordine, polizia penitenziaria, solo personale in una equipe multidisciplinare che ha il compito di garantire un percorso riabilitativo per il paziente: non detenuto, non internato ma paziente“.

Si redigere, infatti, un piano terapeutico che viene costantemente monitorato in base agli obiettivi da raggiungere, lo si fa con la collaborazione dell’assistente sociale, lo psicologo, psichiatra, gli educatori, si muovono in un numero anche più ristretto di pazienti, normalmente le Rems possono accogliere fino a un massimo di venti pazienti. Siamo quindi in una ottica di comunità e non di un ospedale.

“I loro reati sono spesso commessi in un momento di follia e in conseguenza di una patologia”

Se una struttura, autorizzata ad accoglierli, non è realizzata in un contesto socio sanitario o comunitario, non può migliorare la loro condizione salute mentale né suggerire la consapevolezza di essere autore di reato, quindi di aver commesso un errore. Se una persona si “abbrutisce” durante il percorso detentivo non si può certo sperare che possa migliorare la propria condizione psichica e comportamentale. Si tratta di esseri umani, la cui dignità è stata rinnegata durante la permanenza di quei luoghi d’orrore chiamati Opg: sottoposti a violenze fisiche come la contenzione e reclusi in spazi così deteriorati da risultare disumani.

“Le Opg erano identici, se non peggiori, ai manicomi – continua il presidente Caforio – non avevano di certo un carattere né riabilitativo, rieducativo né si presentavano come strutture in grado di rispettare la dignità umana anche di chi ha commesso un reato, in un sistema di quel genere la persona era privata non solo della libertà, ma addirittura dei propri diritti”.

I “folli criminali” venivano chiusi e dimenticati. Esclusi dai percorsi di cura e molto spesso condannati a quello che veniva chiamato “ergastolo bianco”, ovvero detenuti per periodi ben più lunghi di quelli previsti per il crimine commesso, in alcuni casi sino alla morte e senza un motivo chiaro.

Prospettive e strumenti della “recovery”

Le patologie sono varie e spesso molto gravi: dalla schizzofrenia, alla psicosi, pazienti con tratti antisociali, patologie che devono necessariamente essere trattate con un mix di approccio farmacologico e psicoterapico, che non possono fare a meno di una terapia farmacologica. “Ci avvaliamo del lavoro di “recovery” – spiega Caforio – una nuova corrente americana: il paziente non è più solo un oggetto a cui dare una diagnosi e una terapia, ma è un soggetto che attivamente partecipa alla cura” Inoltre il paziente è aiutato a tornare protagonista della sua cura, sia farmacologica, psicologica che riabilitativa. È un percorso di guarigione, un percorso di consapevolezza dei propri sintomi, della malattia e della loro cura. “Si tenta di recuperare le funzioni cognitive e comportamentali, per cercare di dare loro una possibilità di un reinserimento, per rendere migliore la qualità della vita di persone che hanno vissuto ai margini”. L’ultimo Opg chiuso è stato quello di Barcellona Pozzo di Gotto, dal quale abbiamo accolto alcuni pazienti. L’inserimento dei pazienti non è stato facile: sono arrivati con il furgone della polizia penitenziaria, uno è sceso ammanettato. Quando sono entrati non hanno trovato né celle, un personale giovane pronto ad accoglierli, né camere di sicurezza, di contenzione, camice di forza, nessuna sbarra. Inizialmente hanno persino avuto una reazione violenza – rivolto alle cose, non alla persone – non erano abituati a quel tipo di ambiente. Sono servite alcune settimane per instaurare un rapporto di fiducia e relazione tra l’operatore e il paziente. Man mano che hanno compreso che la relazione era umana e non solo terapeutica sanitaria, è nato lo sviluppo del servizio. Si è impostato il clima della comunità”.

Sono uomini che hanno imparato ad acquisire la capacità di relazione, recuperando non solo le abilità sul piano personale – ovvero prendersi cura della propria persona – ma hanno imparato a sentirsi parte di un gruppo. “Alcuni di loro hanno recuperato anche il rapporto con le famiglie – conclude Renato Caforio – c’è chi era finito negli OPG per violenza in famiglia, dopo il percorso vissuto nella Rems sono andati più di una volta a casa, in licenza, e non è mai accaduto nulla.  Siamo consapevoli di non poter salvare il mondo, ma attraverso un programma terapeutico riabilitativo, clinico, sociale ed educativo possiamo aiutare una persona, nelle peggiori condizioni esistenziali, a risollevarsi. Tante persone che avevano commesso reati gravi sono riusciti a cambiare la loro vita”.

Persiste la paura da parte della società, ed è legittima. È un sentimento umano rispettabile.
Ma esiste anche la possibilità, attraverso dei servizi e delle strutture adeguate e dignitose, di ridare alle persone che hanno commesso degli errori, una seconda chance, la possibilità di essere salvate dal pregiudizio, curate e nuovamente recuperate dalla società. Quella umana, che accoglie e ama.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *