Detenuti e droga, le loro storie: la (ri)costruzione di una vita

giugno 22, 2018

Katya Maugeri

COSENZA – Non è facile comprendere le cause che spingono un uomo a intraprendere un percorso paradossalmente contro se stesso. Sì, agire volutamente controcorrente per ripicca, ritrovandosi così dinanzi a un tunnel fatto di pistole, di piani da attuare, e da sostanze che giorno dopo giorno ti rendono schiavo. Quel tunnel chiamato droga, quel percorso chiamato vuoto.

Non è facile comprendere i meccanismi che riescono ad annullare la forza e la volontà di cercarla altrove la soluzione e non lì, all’interno di quel tunnel, che ha la puzza  della dipendenza, dell’ emarginazione, e scuote l’anima con la cruda consapevolezza. Sì, perché alla base esiste una consapevolezza, quella di camminare abbracciato con la morte. A volte, però la morte sembra l’ultimo dei problemi, quindi si prosegue senza guardare in faccia nessuno e si compiono gesti estremi pur di garantirsi la “dose quotidiana”: furti, rapine, spaccio. C’è chi sceglie di non uscirne più, perché in fondo va bene così, era scritto che doveva andare così, e poi esistono uomini che una volta toccato il fondo, con i lividi addosso decidono di ritornare in superficie.

“Avevo appena quattro anni quando i miei decisero di separarsi. Quattro anni quando finì in collegio. Fu mio padre a prendersi cura di me, nonostante lui facesse parte “dell’ambiente”, sa? Era un fruttivendolo e un giocatore di carte, ma scelse di occuparsi di me, veniva in collegio, a modo suo dimostrava il suo amore, la sua presenza. Mia madre, no. Lei non venne mai a trovarmi e quando a nove anni, uscito dall’istituto corsi da lei, non mi riconobbe. Ero suo figlio, lei non era più mia madre”. Comincia così il racconto di quest’uomo, detenuto e tossicodipendente della Comunità il Delfino – centro Eden di Cosenza del quale non riveleremo l’identità, inizia con un tono sicuro, forte, ma intriso di dolore.

“Non volevo seguire le orme di mio padre, ma volevo assomigliare a lui, così a otto anni avevo già una pistola in mano e a 17 ho commesso il mio primo reato. Mio padre mi ha sempre picchiato per aver scelto quella strada, voleva che lavorassi con lui. Non volevo diventare un delinquente, avrei voluto studiare, ma per fare un dispetto a lui, per tutto quello che mi era mancato da bambino, anche bambino non lo sono mai stato, ho continuato quel percorso. Per un periodo ho lavorato persino in Germania: un buon lavoro, un conto in banca, ma sentivo la mancanza di mio padre, mi mancava Cosenza. Non avevo nulla, lo so, ma volevo tornare. E ad aspettarmi, invece, c’era la “sostanza”.

“Non l’hai mai provata l’eroina?”, mi chiedeva il fratello della ragazza che corteggiavo, “Ma certo, figuriamoci”, dovevo fare il grande, capisce? Non potevo dimostrare il contrario. E per fare il grande l’ho sniffata quella roba, poi ho iniziato a bucarmi”.

Ci sono pause in cui prende il respiro e senza giri di parole mi racconta i dettagli di quella nuova vita che ha intrapreso e della quale non va orgoglioso.

“Con l’eroina iniziano i pregiudizi, anche all’interno dell’ambiente che frequentavo, cominciano a diffidare di me, mi allontanano. L’ambiente delinquenziale era caratterizzato da una ignoranza di fondo: tutti potevano – e lo facevano – fare uso di cocaina, ma chi toccava l’eroina veniva emarginato e molti ragazzi sono stati uccisi per questo. La mia città ai tempi non era una piazza di spaccio, il “locale” di Cosenza non permetteva l’entrata di eroina fino alla formazione delle nuove cosche confederate che hanno organizzato: adesso si spaccia di tutto.

Continuano così incessanti le rapine e i furti finalizzati all’utilizzo della sostanza, i soldi venivano a mancare e le soluzioni facili ed immediate erano sempre le stesse. “Non avevo vergogna a indossare un passamontagna – continua – ed entrare con in mano una pistola e fare una rapina in banca: un’adrenalina alimentata dal tenore di vita che inizi a sostenere e al quale non vuoi rinunciare. Più soldi hai, più ne vuoi e anche se trovavo un lavoro ormai non mi bastava più”.

Un tossico si sveglia pensando solo alla droga e ai soldi, tutto il resto è un contorno che non ha nessuna importanza. “La rapina più consistente? ci pensa un po’ su – ben 277 milioni di lire nel 1994, da dividere, chiaramente. Ma eravamo usati, noi, da chi ci mandava lì.

L’uso smodato di droga è dovuto a un malessere interno e a una sofferenza, che purtroppo la persona non sa affrontare, se non affidarla a quella sostanza che colma vuoti profondissimi, tra cui la fragilità e l’insicurezza. “Non conosco l’amore materno, se fosse stata presente lei sarebbe stata diversa la mia vita, di questo ne ho la certezza. Passo a trovarla, la saluto come una conoscente, senza alcun sentimento: non è mia madre. Una madre non si comporta così. Lei ha scelto la sua nuova famiglia, forse lei ha dimenticato me, ed io lei”.

E sull’esperienza legata alla comunità spiega, “questo per me è l’inizio del terzo programma, con la droga ho un rapporto a distanza, da quando sono qui non la penso, non la cerco.

La terapia con la somministrazione di metadone mi ha aiutato a superare le crisi d’astinenza, poi attraverso i gruppi si comincia a lavorare sulla persona. Ma c’è gente che non si riprende più, distrutta in maniera cronica dalla droga e dall’esperienze. C’è chi non la vuole una alternativa di vita, si fossilizzano nella sostanza e vivono così di comunità in comunità. A me è rimasto addosso l’atteggiamento autoritario, aggressivo, tendo a dare consigli, per il bene altrui, mi rendo conto però di prendere spesso tutto sul personale. Sono sempre iperprotettivo verso gli altri, ma lo so è solo il riflesso di quella protezione che non ho mai ricevuto”.

È un uomo che riesce lucidamente, adesso, a ripercorrere il suo vissuto in modo obiettivo, a tratti severo, quando afferma di aver fallito come padre, come marito, in questa analisi che percorre con dei sbalzi di tono che alternano l’emozione, il rancore e la soddisfazione di essere lì, vivo, pronto al cambiamento.

Gli chiedo di suo padre e il tono della voce sembra quella di un bambino, forse quel bambino di nove anni che uscito dal collegio si ritrova solo con quella figura paterna. “Mio padre è una persona importantissima nella mia vita, anche se parliamo pochissimo e ci vediamo raramente. C’è un legame forte fatto di sguardi a volte arrabbiati, ma è mio padre, l’unica persona che mi ha tirato su – anche se a volte a schiaffi – ma lui era lì, con me, a farmi sentire figlio. Magari quello era solo il suo modo, a volte eccessivo, di dimostrarmi il suo affetto, di esprimerlo”.

Si commuove. E dopo qualche secondo di silenzio continua “Purtroppo deleghiamo agli altri la nostra felicità, ma non funzionerà mai cosi: quando qualcuno ci deluderà, o saremo arrabbiati con loro tutte le buone intenzioni verranno a mancare e crolleremo nuovamente, da soli”.

Occorrono stimoli ben consolidati per poter abbandonare definitivamente il tunnel della droga, e lui senza esitare, sorridendo dice: “sì, l’amore e il rispetto che ho maturato verso me stesso. Ho cominciato, pian piano a volermi bene, cosa che non ho mai fatto. Mi sono sempre causato volontariamente del male per farlo agli altri, per allontanarli: volevo stare da solo, ma avevo paura della solitudine. La solitudine era cucita addosso: era la mancanza di mia madre, e l’ho riempita con la droga, con le rapine, l’alcool, in quel momento le sostanze ti annullano e diventavo estraneo persino a me stesso, quindi al mio dolore”.

L’alcolismo e la tossicodipendenza sono due belve mitologiche dalle mille teste, ne uccidi una e ne ricrescono altre. Un gesto che sembra durare all’infinito, ma occorre puntare sul lato debole della belva e sconfiggerla, cercandolo nonostante sembri impossibile.

Il suo tono, a tratti commosso, ha il suono della speranza e il lato tangibile di un percorso vissuto in armonia e con impegno in comunità, “Sto provando a perdonarmi conclude – se non riesco a perdonarmi non potrò ricominciare. In quasi cinquant’anni ho distrutto tutto, adesso me ne servono altri trenta per ritornare a costruire qualcosa”.

 

(Prima puntata)

Si ringrazia per la collaborazione il presidente della Comunità il Delfino – centro Eden di Cosenza, Renato Caforio  e il responsabile Salvatore Monaco

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