Detenuti e droga, le loro storie: l’orgoglio e le fragilità di un lupo solitario

luglio 3, 2018

Katya Maugeri

COSENZA – “In quelle piazze la droga la cercano come il pane, non è più un piacere ma un bisogno, si diventa dipendenti in maniera viscerale. Non compri più per l’effetto che garantisce, ma per una necessità: non puoi fare nulla se prima non assumi la tua dose. Ed è in quel preciso momento che capisci che tornare indietro è impossibile, che quel tunnel ti ha risucchiato e trasformato. Io non ero più l’uomo che tutti conoscevano, ero estraneo persino a me stesso”.

Storie che raccontano un abisso dai vari ingressi e molteplici sbocchi, scelte che dipendono sempre da motivazioni differenti ma con un denominatore comune: la fragilità umana. Quella alimentata a tratti dalla società, dalla poca informazione, e a volte dal piacere stesso di osare, trasgredire e persino sfidare la vita.

“Ma sì, si inizia così, per curiosità: le serate trascorse con le amicizie sbagliate, la voglia di provare nuove emozioni, ed eccola presentarsi bella e invitante, la sostanza. Prima era la marijuana, poi lei, la cocaina”. A raccontarci la sua storia è un uomo che ha conosciuto tardi e capito in tempi brevi quali danni permanenti può causare la tossicodipendenza e adesso segue il suo percorso presso la Comunità il Delfino – centro Eden di Cosenza, che accoglie con misure alternative al carcere, detenuti tossicodipendenti puntano sulla rieducazione, umanizzando la pena e offrendo loro la possibilità di vincere ogni debolezza attraverso l’aiuto di professionisti quali psichiatri, educatori, psicologi e assistenti sociali.

“La cocaina mi ha trasformato, mi ha cambiato, col passare del tempo più ne assumevo, più mi passavano in mente dei pensieri criminosi, delinquenziali. Ho iniziato così a trovare nelle rapine la soluzione ai miei disagi economici, spinto inoltre da una esigenza di liquidità di denaro: l’acquisto della sostanza richiede una spesa giornaliera eccessiva. Pian piano subentrava la sete di soldi che non bastavano mai. Poi mi hanno arrestato. La sete di potere, l’avidità fanno parte di un sistema maligno: sono il male, e l’uomo è corruttibile, quando c’è il denaro si cambia radicalmente. Ho sempre agito in prima persona, non per conto di altri: mi interessavano le rapine, un paio di minuti e finiva tutto. Non ho mai pensato allo spaccio, quello è diverso, sa? A me non è mai piaciuto né interessato vendere la droga. Nell’ambito della malavita il pusher ha un elevato – eccessivo – margine di guadagno ma non è poi così semplice gestire quel ruolo: diventa amico dei tossici, il loro complice, dimostra massima disponibilità, un vero membro della famiglia con l’obiettivo però di vendere. Ma possono chiaramente sorgere molti problemi, ovvero conflitti con altri clan, quindi i rischi sono alti e soprattutto chi vende droga vende morte. Una overdose e tu muori, ti ho sulla coscienza, la tua morte è stata procurata da me – continua a ripetere come se volesse rafforzare il concetto – io non vorrei mai contribuire alla loro morte, mai“.

È un uomo orgoglioso che delinea perfettamente il confine tra gli sbagli commessi e quelli che mai avrebbe potuto compiere, mi racconta che ha scelto di non oltrepassare il confine della cocaina per arrivare all’eroina. Conosce bene quegli effetti devastanti, non sulla sua pelle, ma ha stravolto e annullato la vita a persone a lui vicine. “Non ho mai voluto ridurmi a quel modo, l’eroina ti annienta, ti divora, ti uccide piano piano e tu la lasci fare. L’eroina la si ricerca per trovare quiete, la droga è un rifugio, sì a tratti lo è, nel quale vuoi sentirti sicuro, libero e in forma. Apparentemente,
ma è solo l’illusione di un benessere astratto e sei circondato da coloro che vedono la sostanza l’unica ragione di vita. Io non ho mai iniettato droga, la sniffavo, la fumavo e sa una cosa?  Chi invece la sostanza sceglie di iniettarla, per avere un effetto immediato e diretto pensa che la nostra sia droga sprecata perché non dà il risultato che dovrebbe”.

“Io non ero più me stesso – ribadisce più volte – la cocaina tocca il sistema nervoso, e non c’è nessun farmaco equivalente, contrariamente all’eroina, per poter iniziare una terapia: forza di volontà e il supporto psichiatrico. Solo questo. Sono sempre stato un uomo solare, ottimista, un trascinatore, poi la cocaina mi ha cambiato. Non riuscivo più a fare nulla di bello, di positivo. Agivo andando contro il mio essere, la mia vera personalità, e allora ho scelto di fermarmi. Occorre informare i giovani, sempre e continuamente sui danni causati della droga, consapevoli che loro continueranno a farne uso: spinti da quella curiosità e dalla presunzione di affermare che “tanto smetto quando voglio, la droga a me non mi frega”, senza rendertene conto diventano schiavi, perché sarà lei a dettare le leggi”.

“Io mi ritengo fortunato, sono riuscito a non toccare il fondo, a capire in tempo il male che stavo procurando all’uomo che sono stato – conclude con un tono orgoglioso – e che voglio essere: un esempio per mia figlia, un uomo libero e lontano dalle leggi malavitose. Ho deluso chi mi ama, la mia famiglia che non meritava assolutamente tale dolore.
Ho scelto di non toccarlo il fondo e sa perché? Perché mi voglio bene”.

Ci sono storie dall’epilogo diverso, quelle intrise di speranza e di scelte coraggiose, che hanno il sapore della libertà, delle cose semplici per le quali è bene restare lucidi e colmi di entusiasmo.

(Quarta puntata)

Si ringrazia per la collaborazione il presidente della Comunità il Delfino – centro Eden di Cosenza, Renato Caforio, il responsabile Salvatore Monaco e Cristina Ciambrone, mediatore penale.

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