Detenuti e droga, le loro storie: quando fragilità fa rima con forza

ottobre 6, 2018

Katya Maugeri

COSENZA – “La mia dipendenza inizia all’età di 12 anni”, si rimane impietriti davanti a questa affermazione. Il suo cappello e l’abbigliamento da rapper lo rendono sicuro di sé, si mette a suo agio davanti la finestra aperta. Il sole calabrese scalda il freddo delle parole pronunciate, accoglie il gelo racchiuso in una storia difficile da raccontare. Come tutte quelle legate alla droga, alla fragilità umana, agli errori. Al dolore.

Oltre il suo sorriso, la sua sicurezza e la maestria nel comporre musica ritrovo un ragazzo di quasi venticinque anni che a 12 anni aveva già conosciuto la sostanza. E che nella musica trova la sua musa, amica fedele: così recita una sua canzone che riporteremo come eco durante questa intervista: ho incassato troppi colpi, sul viso mi restano dei solchi, le lacrime ti fanno più forte da esse ho imparato che posso andare oltre.

“Ho cominciato a fumare le canne, è quello il passo iniziale. È sempre così. Ero pure contrario quando vedevo amici che si facevano di cocaina, “sballatevi soltanto – dicevo loro – non vi drogate”. Poi, a tredici – ricordo benissimo – avevo fumato, non stavo benissimo e mi hanno consigliato, per star meglio, di farmi “una botta” di cocaina. E da lì a quattro mesi, ho conosciuto l’eroina”.

Un percorso precoce in un paese dove ancora oggi non è così diffuso l’uso di droghe pesanti. “Un uso, ogni tanto, che mi permetteva persino di vantarmi – mi racconta – sentivo di conquistare una posizione prestigiosa, di rispetto, mi sentivo importante e potente. A scuola ero l’unico che si faceva di eroina, e fuori, spacciavo marijuana. Fare il pusher mi attribuiva un ruolo che volevo, quello di un punto di riferimento necessario. Loro dipendevano da me, dovevano cercarmi per stare meglio”.

Sembra un racconto, la sua storia, marcata da note musicali forti, prepotenti, aggressive. Può un ragazzino di tredici anni avere addosso un bagaglio così pesante da portare con sé? Sì, se la sua vita è stata tracciata con dolore. Sì, se cresciuto in un ambiente in cui la droga la si spacciava per “mantenere la famiglia”, e se all’età di quattro anni insieme alle sorelle vieni mandato in collegio. Luogo in cui orrori e traumi faranno di te l’uomo di adesso. Perché spesso l’inferno non lo si trova solo nelle strade isolate, mal frequentate. No. L’inferno è dove transita il male, e talvolta indossa abiti perbene.
“Cinque anni lì dentro – mi racconta con lo sguardo abbassato – io e le mie sorelle. Quando mio padre è venuto a prenderci per tornare a casa, mia madre non c’era più. Se ne era andata. Noi ci eravamo dimenticati di lei e lei di noi. Mio padre ha pagato gli sbagli commessi, a caro prezzo li ha pagati. E tornati a casa era cambiato, non è più tornato su quei passi. È stato un esempio e ci ha insegnato a non fare i suoi errori”.

Forse siamo solo il frutto di un destino beffardo, e farla da padrona è il territorio in cui si cresce, è l’ambiente che la vita ci ha destinato, con la consapevolezza di poterla trovare la forza di opporsi al degrado. Una forza che diventa utopica quando sei affannato dai fardelli che porti.

“Frequentavo un ambiente in cui circolava l’eroina: io e mio cugino eravamo gli unici ragazzini di 13 anni che facevano uso di questa sostanza. Io l’ho amata, sai? – lo dice sorridendo e guardando fuori la finestra – l’ho amata l’eroina. Ma odiavo le sue conseguenze devastanti. Mentre la cocaina è la droga dei Vip e ti costringe a un uso continuo, più ne hai più ne prendi, quando invece facevo un bel dosaggio di eroina mi sentivo lontano da ogni frenesia, se sceglievo di starmene rilassato e tranquillo”.

Ho perso tutto quello che amavo. Faccio a pugni con i fantasmi perché è da questo incubo che voglio svegliarmi, ho perso cinque amici la notte di Natale e questo ancora non lo riesco ad accettare.

La droga, è inevitabile, diventa l’unica ragione di vita per un tossicodipendente, unico pensiero. Illecito. Perché per procurartela perdi tutto: la lucidità e la capacità di comprendere dove sia il limite da non oltrepassare. Si cerca solo di trovare ogni via che possa condurti a quella bustina.

“Il tossicodipendente i soldi li procura sempre – afferma con convinzione – rubi a casa, perdi la dignità. Guardi solo Lei, la sostanza. Le compri a quantità elevate così da poterla spacciare e procurarti il ricavato gratuitamente. Sono sempre stato un tossicodipendente con le idee chiare: non mi sono mai bucato. Sai perché? – continua a sorridere – perché per me, chi si bucava era un tossico. Paradossale, lo so. Ma è così. E poi ho avuto sempre cura della mia persona ed ho sempre evitato di contrarre malattie”.

Le strade tracciate dalla sostanza diventano spesso e inevitabilmente illegali: “Rubavamo auto per andare a comprare l’erba in un altro paese. Lo ricordo bene quel dicembre. Fermi in un distributore di benzina, notiamo la volante della Polizia. Il caso è proprio beffardo: avevamo rubato – credo – l’unica Fiat Uno con il Gps. Chiaramente, mi hanno arrestato. Avevo tantissimi precedenti per furto, sin dall’età di 14 anni rubavo per comprarmi la sostanza. Per necessità, per avere soldi in tasca, non potevo mica chiederli ai miei.  Mio padre spacciava per portare avanti la famiglia, non facendone mai uso. Mai”.

“La mia famiglia non accettava le mie scelte – continua a raccontarmi – e all’età di sedici anni ho iniziato ad avere una piccola consapevolezza: vedevo la gente allontanarsi, persone alle quali facevo male. Il tossico – paradossalmente – si uccide per vivere. Quando è nato mio nipote ho capito che non poteva vivere nel pregiudizio pesante presente nel paese in cui viviamo. Lo avevo già vissuto io: i miei genitori arrestati, poi separati. Porto addosso tutto questo”

Ho una madre e un padre che non conosco a fondo e questo mi fa male perché ne ho tanto bisogno, cos’è un figlio se gli manca questo affetto? Aspetto quel momento di abbracciarli. Mi hanno insegnato quanto è forte essere fragili.

“Dopo varie esperienze comunitarie, ho ripreso con le canne, con la cocaina e con questa nuova sostanza. Continue ricette mediche per avere quello che volevo a ogni costo: avevo conosciuto, anche, gli psicofarmaci a base di oppio.
I miei erano stremati dalle scelte che prendevo, da quella vita condotta senza freni e con trasgressione. Sono rientrato nuovamente in comunità ed ho riallacciato i rapporti con mia madre, dopo tantissimi anni. Ma si diventa ipocriti quando ci si droga. Quindi, rientro in comunità e trascorro i miei diciassette mesi di lucidità. Poi, nuovamente gli psicofarmaci.
Questa, è la mia quinta esperienza comunitaria: ho trascorso compleanni, feste e natali in comunità, lontano dagli affetti. È una insoddisfazione che mi invade e alla quale vorrei dare una immagine.

Per questo sto correndo tanto ho le gambe così stanche ma stavolta non mi fermo, perché chi si ferma è perduto. Non c’è limite di tempo per cambiare e andare oltre, ho tante prospettive che mi danno quel coraggio di affrontare le mie sfide. Se guardo la mia vita penso che sia tutto da buttare, non ho mai concluso niente ho lasciato tutto andare, ed ora mi ritrovo con mezzo sogno in tasca e una lacrima che scende a tal punto che mi graffia, ma ho capito che il vero fallimento è quando smetti di lottare nonostante tu sia stanco. Io ho me, il mio unico amico. Io sono il risultato di ciò che mi è stato fatto, sono ciò che sono e non voglio più nasconderlo.

Cosa ti ha tolto la droga? Gli chiedo quasi sottovoce. Lui non risponde di impulso. Sospira e mi guarda. “La capacità di vivere lucidamente la vita. La mia adolescenza è annebbiata, senza la droga sarei sicuramente diverso”. E adesso chi sei? “Sono uno che cerca di vivere una vita che non conosce, sto cercando di conoscere una vita che non conosco. Da lucido. Perché la tossicodipendenza è una scelta, non una malattia”.

(settima puntata)

Si ringrazia per la collaborazione il presidente della Comunità il Delfino – centro Eden di Cosenza, Renato Caforio, il responsabile Salvatore Monaco e Cristina Ciambrone, mediatore penale.

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