Detenuti e droga, le loro storie: quella forza chiamata amor proprio

giugno 28, 2018

Katya Maugeri

COSENZA – “L’eroina la fumavo. È un passaggio progressivo: inizi a usare marijuana con gli amici, a sniffare cocaina durante i fine settimana, solo quando ne hai voglia e ben lontano da ogni forma di dipendenza, così credi. E invece ti ritrovi lì dinanzi la sostanza che la dipendenza non solo la crea ma ti lega a sé, giorno dopo giorno, silenziosamente”.

Credi di poter deciderne la quantità e l’utilizzo, invece lei si chiama eroina e il suo tunnel non prevede un tuo parere.

Questa è la storia di un uomo che in età matura si ritrova coinvolto nel mondo della tossicodipendenza e con provvedimenti penali:  nessun disagio sociale – è figlio di un professionista -, nessun problema economico, né conflitti familiari. Eppure, qualcosa ha distrutto questo equilibrio e adesso segue un percorso di recupero presso la Comunità il Delfino – centro Eden di Cosenza.

“Alla dipendenza fisica, a questo condanna l’eroina: se non ti fai non riesci ad alzarti dal letto dai dolori muscolari, hai brividi, e l’aspetto psicologico che si aggiunge al fisico è devastante. Dopo un po’ di anni dall’uso giornaliero, non riesci più a fare nulla senza prima aver assunto la tua “dose”, diventa la priorità”.

Si è incatenati, continua a ripete, essere tossicodipendente significa essere schiavo di una bustina che ti fa solo del male, non ti concede di essere riflessivo, lucido e ti illude di vivere in un contesto idilliaco. Una storia d’amore, tra te e lei. E invece intorno la gente le vede quelle certezze, i progetti, che si frantumano e crollano come castelli di sabbia.

“I miei erano all’oscuro della mia dipendenza – continua – chi fa uso di droga è quasi sempre un bipolare sa? Siamo bravi a nascondere quel marcio che stiamo vivendo. Si è davanti a una doppia personalità, e siamo in grado di vivere entrambe le realtà. Almeno, così crediamo. In quei momenti non si ha rispetto, per nessuno. Né per la società, nelle regole, dei propri cari. Perché si è egoisti, io ho perso tutto a seguito della sostanza. Ho rovinato un matrimonio, si pensa solo a fare i soldi: sono piccoli gesti che giorno per giorno senza valutarne le conseguenze annullano ogni obiettivo prefissato. Si vive in un mondo estraneo, parallelo”.

Ed è inevitabile addentrarsi in ambienti pericolosi: quelle cattive compagnie che ti conducono lì dove non avresti mai pensato di arrivare. Al carcere.

“Sono stato arrestato per spaccio di hashish, l’uso della sostanza lo induce spesso, è una conseguenza. Non avevo bisogno di soldi, sia chiaro, ma per garantirsi la qualità migliore è necessario acquistare un determinato quantitativo, che non potendolo consumare si inizia a spacciare. Quella  poi diventa la catena del delinquere, trascorro così tre mesi nel carcere di Cosenza causando un trauma alla mia famiglia perché la stampa ci tartassa in prima pagina. Uno scandalo. Non so ancora spiegarmi il perché, la scelta che mi ha condotto ad annullare tutto e mettere al centro delle mie giornate la droga, potrei dire le cattive compagnie, la curiosità, la depressione sociale. Sì, sono aspetti che possono anche aumentare le probabilità di rischio ad avere contatto con la sostanza, ma non credo esista un manuale uguale per tutti”.

Uscito dal carcere, però, decide di ricominciare la sua vita, inserendosi benissimo nel mondo lavoro, nel 2005 si sposa e apre delle agenzie immobiliari. Ma i guai non finiscono.

“Nel 2007 mi arrestano per usura e mi portano al carcere di Vibo Valentia. Un anno difficilissimo a causa del degrado riscontrato in quell’ambiente: serve una riforma per gli istituti di pena poiché vige un meccanismo di affiliazioni, di affari, di aggregazioni. Un delinquente, un mafioso diventa più forte all’interno di quelle mura, proprio per le alleanze instaurate. E non esiste alcuna forma e speranza di riabilitazione: ho avuto difficoltà persino a leggere, solo durante i colloqui con mio padre e mio fratello mi veniva dato un libro, una rivista. Nessuna attività didattica, così si rischia di incattivire il detenuto allontanandolo per sempre dall’idea di recupero. È un problema sociale. Ma lo sa qual è il ricordo più brutto? – cambia persino tono, e trema – la sera quando si faceva la conta. Sì, la conta. Nella sezione alta sicurezza si controlla che tutti siano presenti e quando finivano chiudevano il blindo. Una sensazione orribile: ci sentivamo degli animali, privati della nostra libertà”.

Il suo racconto tocca le corde dell’emotività, è una altalena di umori che si alternano a ricordi tristi, di incredulità “sono stato un folle: potevo morire, ho rovinato tutto, persino il mio ruolo nella società – continua a ripetere – all’epoca ci stavo bene però sa? Vivevo in un mondo tutto mio costruito da illusioni, non un mondo reale. Le cose peggioravano e si sgretolava la mia vita a frammenti e non riuscivo a percepirlo. Ho recuperato negli anni e con immensi sacrifici il rapporto con la mia famiglia”

È un uomo ottimista, adesso, in una realtà che gli appartiene e riconosce nell’uomo che è stato quell’anello debole, “sa perché per tanti anni sono stato un tossicodipendente? Perché ero sicuro che da solo avrei potuto gestire il mio distacco dalla sostanza, e trovavo sempre la scusa per rimandare: ed erano settimane, giorni, mesi, anni. Poi, all’improvviso ho scelto di lasciare tutto ed entrare in comunità, mi ero reso conto dopo tanti tentativi falliti, tante possibilità date a me stesso che meritavo una svolta. Troppe volte mi sentivo sicuro e  poi ricadevo nuovamente, a causa di stress eccessivo (ma erano solo scuse). Sono due anni che sto bene, stavolta davvero”.

Ha dei progetti importanti che vuole realizzare non appena sarà fuori dalla Comunità, portare la sua esperienza nelle scuole, lavorare a dei progetti destinati alle attività di prevenzione e informazione sulle dipendenze, ha iniziato la sua attività di volontariato presso l’associazione volontari ciechi, è in atto il secondo capitolo della sua vita.

“Adesso mi sento un leone – conclude – sento una voglia di vivere che mi dà forza. Il passato mi aiuterà ad affrontare il futuro con le condizioni giuste, mi ricorderà le conseguenze delle scelte sbagliate”. E ai giovani che credono di trovare nella droga un rifugio, una soluzione alla propria solitudine o semplicemente l’euforia per contrastare la noia consiglia con tono severo: “Trovate la forza di riconoscere il problema e di farvi aiutare: la droga non è un’amica, non è mai la soluzione, e non c’è cosa più bella – sorride – che divertirsi da lucidi”.

 

(Terza puntata)

Si ringrazia per la collaborazione il presidente della Comunità il Delfino – centro Eden di Cosenza, Renato Caforio, il responsabile Salvatore Monaco e Cristina Ciambrone, mediatore penale.

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