Donne e mafia, l’emancipazione in corso

luglio 22, 2019

 

Letizia Battaglia

di Katya Maugeri

«Mio marito era un mafioso e nel suo negozio si radunavano spesso i mafiosi di Alcamo e di Baucina. Parlavano, discutevano e io perciò li conoscevo uno ad uno. So quello che valgono, quanto pesano, che cosa hanno fatto. Mio marito poi mi confidava tutto e perciò io so tutto. Se le donne dei morti ammazzati si decidessero a parlare così come faccio io, non per odio o per vendetta ma per sete di giustizia, la mafia in Sicilia non esisterebbe più da un pezzo», ebbe coraggio e determinazione la prima testimone di giustizia, Serafina Battaglia che dopo l’uccisione del marito incoraggiò il figlio a vendicare il padre, così il giovane tentò di uccidere i due boss, Filippo e Vincenzo Rimi, ma l’attentato fallì e fu ucciso a sua volta.
Un messaggio chiaro e diretto quello di abbandonare l’atteggiamento omertoso e raccontare quello che silenziosamente le donne captano. Ma è davvero questo il ruolo delle donne di mafia? Subiscono una condizione in maniera passiva? Sono spettatrici di tragedie delle quali non conoscono nomi, sfaccettature e conseguenze?

Pregiudizi culturali hanno tenuto le donne ideologicamente lontane dalla sfera pubblica, rilegandole nella dimensione privata e domestica. Il divieto a loro di prendere parte al rito di iniziazione, racchiude il pensiero maschile che le donne debbano limitarsi a fare figli e a prendersi cura della casa. Per anni si è erroneamente pensato che loro fossero all’oscuro di tutto, ma non è così. Le donne hanno spesso il compito di assicurare la continuità nella attività della organizzazione nei non rari periodi di detenzione dei personaggi apicali assicurando le comunicazioni tra i detenuti e gli affiliati in libertà. Sono inoltre legittimate, in quei periodi, a ricevere i soldi del così detto “stipendio”. Ma l’evoluzione e l’emancipazione arriva anche dentro una realtà così articolata e complessa come quella di Cosa nostra. Soprattutto a Catania.

Chi sposa un mafioso sposa la mafia. È un accordo tacito, ma non passivo.

Le donne non ricoprono più il “semplice” ruolo di mogli mafiose, ovvero addette ad organizzare colloqui, oltre alla piena consapevolezza del contesto in cui vivono, sono di fatto parte integrante della famiglia. Agiscono da protagoniste facendo uso e abuso dei vari privilegi che gli “competono”, l’atteggiamento passivo e riservato di un tempo lascia spazio all’ostentazione del potere, gesti quotidiani danno voce al loro senso di appartenenza: entrare di un negozio e prendere il necessario senza dover pagare, senza chiedere alcun consenso. Un potere di cui vanno fiere, queste donne d’onore.

In che modo hanno conquistato, quindi, questo spazio da loro tanto ambito? In molti casi avviene quando i loro mariti, boss di spicco ai vertici, vengono arrestati. Ecco che le loro responsabilità ricadono sulle mogli. Donne che conoscono perfettamente le dinamiche del funzionamento delle famiglie mafiose: tutti i componenti e i loro ruoli. Perché quindi questa evoluzione, la scelta di affidare a una donna un ruolo così ambizioso, così delicato? Perché i controlli e la magistratura pressano in maniera più insistente, ecco che il marito sceglie di fidarsi delle donne della famiglia. Un esempio è quello della famiglia Laudani, le quali nuore entravano nel merito delle questioni perché a conoscenza di tutti gli aspetti, le guerre presenti, i nemici, i morti passati e quelli futuri. O la moglie di Orazio Privitera, boss dei Cappello, che riuscì totalmente a prendere le redini delle attività illecite della famiglia.

L’emancipazione, la conquista di questo nuovo incarico le investe di adrenalina dovendo quindi dimostrare alle famiglie di non essere inferiori agli uomini: loro conoscono ogni dettaglio e possono agire. Vengono definite feroci, meno propense alla mediazione, ben lontane dal dialogo proprio per dimostrare agli affiliati e alle famiglie esterne che non scherzano, quasi sempre danno incarichi immediati per omicidi cruenti per far capire che non sono da sottovalutare.
Diverse sono le intercettazioni, infatti, che evidenziano i numerosi incarichi dati da donne per commettere omicidi, tanto da intuire una reggenza femminile dalla quantità di morti elevata, perché durante questa escalation repentina di uccisioni c’è dietro il desiderio di non deludere e di mostrarsi degne del ruolo. Dimostrando una spiccata abilità, la capacità non comune nemmeno agli uomini intuitivi, una profonda sensibilità nel comprendere un eventuale traditore, posseggono delle caratteristiche molto più sottili alimentate da questo desiderio: quello di emergere come protagoniste, mettendo in pratica quanto hanno appreso durante tanti anni di silenzio e attenzione.

L’offensiva delle forze dell’ordine ha portato le famiglie criminali a trovare un modo efficiente per continuare le loro attività: affidare il comando alle donne. È questa la soluzione alle loro esigenze, con il risultato agghiacciante di quanto si siano dimostrate più mafiose degli uomini.

Qualche eccezione rimane, qualcuna c’è che non vuole sporcare le proprie mani di sangue e resta a fare la mamma, la moglie e si “limita” ad organizzare i colloqui, a vigilare dall’esterno gli affari familiari. Ma non si sentono certamente sottomesse dalla mafia, sono delle protagoniste indiscusse e orgogliose di mostrare la loro forza tanto da ripudiare coloro che scelgono di collaborare con la giustizia, ricordiamo la moglie di Navarria che ripudia il marito – collaboratore di giustizia – e il genero, o la moglie di Orazio Privitera “zia Tina”, dei Mazzei, che voleva uccidere il figlio perché aveva intenzione di pentirsi. La donna di mafia sconsiglia il pentimento, tenendo alta la reputazione e la dignità della famiglia.

Un altro esempio degli ultimi anni è quello di Maria Filippa Messina, giovane moglie di Nino Cinturino, boss di Calatabiano, in carcere dal 1992. Una donna “supplente”, in assenza del marito, che ha dimostrato di possedere l’ambizione e la freddezza di un capomafia. Arrestata nel 1995 nella sua abitazione a Calatabiano, perché sospettata di essere alla guida della famiglia del paese dopo l’arresto del marito, venne accusata di avere assoldato un killer per vendicare l’omicidio di un mafioso della cosca, ucciso insieme alla madre. In alcune conversazioni, intercettate dalla polizia, la Messina diceva che era venuto il momento “di pulire il paese”, per ottenere il controllo del territorio occupato dalla cosca rivale dei Laudani.

Sono varie le sfaccettature del ruolo di queste donne che sposano la mafia, c’è chi sceglie – pur essendo moglie di uomini al vertice – di starsene al loro posto, come la moglie del capo dei capi, Ninetta Bagarella o la moglie di Santapaola, Carmela Minniti, donne che hanno scelto di stare accanto ai mariti ricoprendo il ruolo di “mogli di mafia” senza prendere parte a decisioni, a ordini, facendo le consorti devote ubbidienti, seguendoli anche durante la latitanza. Totale adorazione. E poi ci sono quelle attive in prima linea: nel clan Laudani, alleato dei Santapaola – Ercolano, Concetta Scalisi, operativa nel gruppo di Adrano, arrestata per concorso in un duplice omicidio di mafia, commesso da affiliati alla organizzazione diretta dal nipote Giuseppe Scarvaglieri; arrestata anche Grazia Santapaola (sorella di Benedetto) per estorsione; la moglie di Santo Mazzei (capo del clan dei Carcagnusi) per il reato di partecipazione ad associazione mafiosa.

Le donne hanno un unico percorso consentito per entrare all’interno di Cosa nostra: il legame di sangue. Una carriera che non dà scampo, che non conosce volto, solo devozione. E conosce solo un colore: il rosso. E non quello dell’amore, ma del sangue, dei patti e delle vendette che tanto le rendono orgogliose e protagoniste di una storia che favola non è.

Donne che non lottano per i propri diritti, ma per un potere chiamato morte.

Una emancipazione, però, che non le vede presenti – ancora – all’interno della “commissione provinciale”, sarà forse questo il loro prossimo obiettivo?

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