È la terra un’unica finestra

Giuseppe Condorelli

CATANIA – Soli, emarginati. Ma straordinariamente poetici. Sono i personaggi di Franco Scaldati de “È la terra un’unica finestra” una sorta di antologica del drammaturgo palermitano che la Compagnia Scaldati con la regia di Matteo Bavera ha presentato nello spazio di Zo per la rassegna Altrescene.

Sono loro a muoversi sotto un “cielu sdirrubbatu”, a prendere voce e farsi ombra attraverso l’intensa e aggrumante interpretazione di Salvatore PizzilloSantino Imparato che, tra “munnizza e sasizza”, inclina il dialetto palermitano nella sua labirintica e barocca inflessione, facendone una “lingua” vera e propria fatta di suoni e di movimento. Un continuo, insistente squittio di topi fa da sottofondo alle quotidiane e crude atmosfere di questo retablo, tutte convergenti verso l’unica città possibile: Palermo. O meglio, le zone derelitte della città, moribonde e abbandonate, in cui l’unica luce che si accende è quella di un dialetto disperatamente primevo, la lingua “animale” di sgalambriana memoria, un dialetto sferzato dalla poesia.

Nel buio di una scena rigorosamente minimale – due tavoli un paio di sedie una mezza bottiglia di bianco appena rischiarate da fioche lampadine – si squaderna l’universo interiore di Scaldati: dal surreale dialogo con le tenebre, fisiche ed interiori, ai ricordi di guerra e di bombardamenti: quel passato e quelle macerie le cui impronta sono decisive nel teatro del “Sarto”; dalle lamentazioni in forma di canto (presentissimo in tutta la sua drammaturgia) ai dialoghi improbabili e alogici tra Spardaquasetta che tenta di vendere biglietti della lotteria ed un suo amico; dai vaneggiamenti di un vecchio ubriaco con cane (“Assassina”) a “Lucio” folle d’amore per la sua Illuminata.

Sono micro-episodi in bilico tra il grottesco e il tragico, in cui la componente e la compressione onirica – ogni personaggio sogna i suoi sogni peggiori – si alterna all’incessante ricerca di un dialogo con i morti. Tutti loro, tutte le loro storie – da “Totò e Vicè” a “Sul muro c’è l’ombra di una farfalla” – si aggrumano in un luogo concreto eppure assurto a topos metafisico, sorta di limes ultramondano ma concretissimo: quella “Locanda invisibile” spazio immaginario affollato di fame e di cibo, di ombre erranti, luogo della parola e del racconto nella forma della visione o dell’esperienza sulla quale poesia, elemento catalizzante, e comicità – una comicità scaturita da una esistenza crudele e difficile – edificano il senso stesso di questo teatro.

E se il senso della tragedia – per dirla con lo stesso Scaldati – attraversa un po’ tutti i suoi spettacoli “come un’operazione di riscatto”, alla fine del viaggio al termine del buio, pur tra pattume e rovine,  si alza un rimpianto, umano e luminoso, che non si spegne.

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