Ernest Hemingway: la tenacia del coraggio

agosto 1, 2018

Katya Maugeri

«Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce».

Profondo, intenso, autentico, forte, delicato, vivo. Il vecchio e il mare è il cardine della letteratura moderna, un romanzo di pesca e filosofia, di vecchiaia e gioventù. Ernest Hemingway, considerato uno dei maggiori narratori del Novecento, pubblicò il romanzo per la prima volta nel 1952 sulla rivista Life, un’opera che gli fece ottenere il Pulitzer nel 1953 e il premio Nobel per la Letteratura nel 1954.

Ambientato a Cuba, il libro narra la storia di Santiago, conosciuto come il Vecchio, uomo coraggioso che  non ha paura di spingersi troppo in largo. Gli ottantaquattro giorni in cui non prende un pesce, deriso da tutti, non hanno demolito la sua forza, la sua determinazione, non si arrende, «sì ce la farai, disse a se stesso. Ce la farai sempre». Santiago avrà modo ancora una volta di dimostrare la sua tenacia, perché lui è un uomo che non cede al primo ostacolo, che non dà credito alle dicerie della gente, credendo in se stesso fino all’ultimo, resistendo alle avversità e alla solitudine. Decide, così, di prendere il mare, da solo perché il suo Manolin, il ragazzo che sin da bambino gli è stato accanto, si è trasferito su un’altra barca, a causa del disappunto dei genitori. Santiago, «magro e scarno, aveva rughe profonde alla nuca. Sulle guance aveva le chiazze del cancro della pelle provocato dai riflessi del sole sul mare tropicale e le mani avevano cicatrici profonde», continuerà a sfidare la corrente del Golfo vivendo così un’incredibile avventura nella quale riuscirà, finalmente a  prendere all’amo proprio un pescecane.

Inizia a questo punto una descrizione minuziosa della sua vitalità messa a dura prova contro questo essere che con tutte le sue forze, cerca di liberarsi da quell’amo. Le notti insonni, fredde, quelle trascorse nella sconfinata solitudine dell’oceano, descritte in maniera sublime, avranno come sfondo l’infrangersi delle onde contro la barca. Dolce e commuovente il rapporto tra Santiago e Manolin, che non rinuncia, malgrado tutto, a quella saggia amicizia e a quel mare imprevedibile. Il pescatore, dopo una massacrante lotta di tre giorni contro il pescecane vince, uccidendolo. Ma gli squali mangeranno la sua preda: la natura stessa porterà via il suo trofeo. L’uomo sfida la natura e questa gli si ritorce contro.

Ernest Hemingway utilizza un linguaggio semplice, ma arricchito da tecnicismi riguardanti la pesca, per quasi tutta la vicenda il lettore è accolto su quella barca a vela e segue con apprensione le vicende di questo pescatore che cattura l’attenzione entrando dritto nel cuore. È un romanzo necessario, che insegna a lottare fino alla fine senza mai mollare, attingendo energia da forze sconosciute, insite all’interno di noi, in quella parte dell’anima in cui si annida il coraggio. Latente, ma devastante. L’eterna lotta dell’uomo contro la natura, la sfida dell’uomo contro se stesso. Una volta giunto a terra, solo lo scheletro, che non risolleva certo la povertà di Santiago, ma gli concede un riscatto morale verso coloro che credevano fosse oramai un pescatore finito.

 

Hemingway fa parte degli autori della cosiddetta Lost Generation – generazione perduta – appellativo che sta ad indicare quella cerchia di scrittori americani rifugiatisi a Parigi negli anni Venti che raggiunse la maggiore età durante la Grande Guerra, luogo stimolante per giovani artisti, fonte di idee e stili di vita rivoluzionari e libertini. Un uomo che lotta tra il bene e il male e che decide di arruolarsi volontario nel servizio di autoambulanze della Croce Rossa in Francia, quando gli Stati Uniti entrano nel conflitto della prima guerra mondiale e nel 1918 venne gravemente sul fronte italiano. Rientrato negli Stati Uniti riprende il lavoro come giornalista e partecipa, come corrispondente, alla guerra civile spagnola. La sua fu una vita fatta di viaggi, amori e avventure quasi parallela a quella di alcuni suoi personaggi ancorato a quei temi che l’hanno accompagnato in ogni momento: l’amore per la pesca, il mare, l’ossessione per la morte, il sangue, la sfida e il coraggio. Amava le corride, gli sport pericolosi e i safari, toccava con mano l’essenza della propria esistenza senza riserva. Nell’ottobre 1953, durante un safari in Africa, rimase gravemente ferito in un incidente aereo. Indebolito nel fisico è soggetto per lunghi periodi a una depressione nervosa che nonostante le cure degli amici e della moglie, in una giornata estiva nel 1961, lo condurrà al suicidio.

Ne Il vecchio e il mare rende bene l’idea di quanto la vita sia lo specchio di noi stessi: l’amore verso le passioni non cessano di esistere, nemmeno dinanzi le inconvenienze del caso, nonostante il peso dell’apparente sconfitta. In un momento storico in cui l’apparenza e la vittoria – a ogni costo, anche illecito – sembrano ideali da seguire, leggere Hemingway è un viaggio all’interno di una umanità in via di estinzione, un percorso per accettare i limiti, i fallimenti e renderli punti di partenza e non pietre sopra il cuore.

Quando finirete la lettura di questo prezioso libro e scenderete dalla barca sentirete la mancanza di quel Vecchio e di quel mare.

«L’uomo non trionfa mai del tutto, ma anche quando la sconfitta è totale quello che importa è lo sforzo per affrontare il destino e soltanto nella misura di questo sforzo si può raggiungere la vittoria nella sconfitta».

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *