Fino a quando?


|Salvo Reitano |

Di tanto in tanto, quando gli avvenimenti politici, soprattutto a ridosso delle elezioni, mi preoccupano particolarmente e ho bisogno di una voce rassicurante vado a trovare o invito a cena un vecchio amico che conosco fin da bambino. Non vi allarmate. Lui non è un’esperto di politica e nemmeno uno dei tanti saloni che in Tv, sui giornali e nei social, pretendono di insegnarci la vita vera e giusta. Non è un grande banchiere che aspira alla poltrona della Banca d’Italia o della BCE, abituato a considerare ogni avvenimento a x e y variabili. Non è nemmeno un sociologo, un mago, un veggente. Non è un giudice nel senso più nobile della parola e nemmeno un professionista dell’antimafia, per dirla con Sciascia, che su questa professione vuole costruirsi una carriera come hanno fatto e continuano a fare in tanti.
Il mio amico non ha un lavoro, a tutte queste cose riconducibile, e comunque ha la fortuna di aver raggiunto l’eta della pensione contando i suoi anni otto decine e cocci. E’ un uomo elegante, nei comportamenti e nel pensare. Di una cultura sconfinata.
Non scrive non chatta e non frequenta il mare magnum di internet. Eppure discorre in maniera mirabile e trova le parole appropriate ad ogni interrogativo che scaturisce da un cuore e da una mente turbati.
Quando si presenta senza preavviso a casa mia la riempie di doni speciali: fiori e frutta fuori stagione, disegni naif di sconosciuti  pittori del nord Europa e profumi sottili e inebrianti che avrebbero estasiato perfino Baudelaire. Il mio amico è un’anima bella e felice.
Eppure l’altra sera a cena, sorseggiando un buon bicchiere di rosso dell’Etna, quando il discorso si è spostato sulle imminenti elezioni regionali e sui candidati la sua faccia ha fatto un ghigno di rabbia e disgusto.
E ha cominciato a tuonare. richiamando Cicerone: “Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? Nihilne te nocturnum praesidium Palati, nihil urbis vigiliae, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora voltusque moverunt? Patere tua consilia non sentis, constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos convocaveris, quid consilii ceperis, quem nostrum ignorare arbitraris?
Nel dubbio che io non avessi capito si è preso la briga di tradurre: “Fino a quando, Catilina, continuerai ad abusare della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora il tuo folle comportamento si farà beffe di noi? Fino a che punto si scatenerà questa tua temerità che non conosce freno? Non ti fanno nessuna impressione ne il reparto armato che di notte presidia il Palatino, né le pattuglie che svolgono servizio di ronda in città, né l’ansiosa preoccupazione del popolo, né il concorde accorrere di tutti i buoni cittadini, né questa sede così ben fortificata per la seduta del senato, ne l’espressione del volto dei presenti? Non t’accorgi che le tue trame sono palesi? Non vedi che la tua congiura, conosciuta com’è da tutti i presenti, è ormai tenuta strettamente sotto controllo? Chi di noi, a tuo avviso, ignora cos’hai fatto la notte scorsa e quella precedente, dove sei stato, chi hai convocato, che decisione hai presa?”.
“Il guaio – dice – è che oggi i Catilina si sono  moltiplicati, ma come l’originale non conoscono pudore alle loro scelleratezze. Li vedi capeggiare ai bordi delle nostre strade in manifesti sei per sei. Stesse facce. Stessi slogan. Nomi e simboli in contrasto con la loro storia. Un grande calderone a destra e a sinistra. Hanno rubato il nostro presente e ora si accingono a depredare il futuro dei nostri ragazzi”.
Come faccio a dargli torto. L’analisi è perfetta e la Storia è così prodiga, così generosa che non solo ci dà eccellenti lezioni sull’attualità di certi accadimenti del passato, ma pure ci trasmette, per regolarci, delle parole, delle frasi che, per un motivo o per l’altro, hanno messo radici nella memoria dei popoli.
La frase citata dal mio vecchio amico, fresca e vibrante, come se fosse stata appena pronunciata in questo istante, è una di queste e fa riflettere e pensare.
Cicerone preferì utilizzare un linguaggio che avrebbero potuto uscire anche dalla bocca di un padre che rimbrotta il figlio scapestrato. Con la grande differenza che quel figlio di Roma, il famoso Catilina, era un mascalzone della peggior specie, sia come uomo sia come politico.
La storia dell’Italia più in generale e quella Siciliana in particolare non smette mai di sorprenderci.  È una sequela lunghissima di geni: artisti, architetti, scultori, pensatori, filosofi, scrittori, poeti, musicisti, navigatori, trasmigratori, scienziati, esegeti. Un’infinità di gente straordinaria che rappresenta quanto di meglio l’umanità abbia potuto pensare, immaginare e fare.
Eppure i Catilina di maggiore o minore spessore non le sono mai mancati, e si sono riprodotti, hanno fatto scuola.  I Catilina odierni, nella Sicilia che si appresta al voto, non hanno bisogno nemmeno di dare l’assalto al potere perché è già nelle loro mani. Possono contare sull’appoggio di giudici, deputati e senatori. Sono riusciti nella prodezza di dividere la popolazione  in due: quelli che vorrebbero essere come loro e quelli che già lo sono. Cercano voti facendo leva sulla necessità della gente, sul lavoro che manca, sulla crisi che attanaglia, sugli immigrati che sbarcano sulle nostre coste. Hanno pure la faccia tosta di spostare il dibattito sui presentabili e gli impresentabili. Come se, per essere presentabili, bastasse non avere condanne o avvisi di garanzia. Come se i guasti provocati in decenni e decenni di malgoverno fossero tutti riconducibili alla fedina penale. Il Catilina storico, non avrebbe fatto di meglio.
La discussione si accende, corposa come il vino che stiamo sorseggiando in attesa degli arrosti. Il mio amico che conosce i classici ci mette il carico e mi ricorda il quadro dipinto nelle Historiae da Sallustio che riassumeva la situazione di Roma nel I secolo avanti Cristo.
“Ognuno afferrava quello che poteva, strappava, rubava. Tutto si divise in parti uguali e quelli dilaniavano lo Stato che stava tra loro. Lo Stato veniva governato dall’arbitrio di pochi. Avevano in mano il tesoro, le province, le cariche, le glorie e i trionfi. Gli altri cittadini erano oppressi dalla povertà, oberati dal servizio nelle legioni. I capi spartivano le prede con pochi, mentre ile persone venivano cacciatore dalle loro terre se, per disgrazia, queste erano desiderate da un potente vicino”.
Ma come, direte voi lettori in questo autunno del 2017  a poche settimane dal voto regionale, Tutto come oggi? Si, pare proprio di si. Tutto come oggi.
Ho detto prima che la Storia e sorprendente. Sorprende, per esempio, che nessuna voce italiana o siciliana, di quelle che contano, soprattutto nel mondo della cultura, abbia ripreso con un leggero adattamento, le parole di Cicerone: “Fino a quando, o signori politici, abuserete della nostra pazienza?”.
Ci proviamo noi, può darsi che dia risultato e che per un motivo o per l’altro,  il nostro Paese e la nostra Isola possano tornare ancora una volta a sorprenderci.

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