Giustizia riparativa: il mediatore, lo stratega del conflitto

giugno 6, 2018

Katya Maugeri

COSENZA – Un crimine determina inevitabilmente una crepa, un distacco e delle ombre nelle relazioni sociali, ma è necessario trovare il modo per risanare la frattura attraverso un nuovo modo di approcciarsi al reato e al detenuto. Si parla spesso di giustizia retributiva, riabilitativa ma quanto sappiamo della giustizia ripartiva? La “restorative justice” – giustizia riparativa, giustizia rigenerativa – nasce alla fine degli anni ’80 inizi anni ’90 nel mondo anglo-americano e si fa carico di riparare la vittima e di far assumere al condannato la piena responsabilità del suo gesto, superando l’idea della sanzione come pena e mira alla ricostruzione del legame tra le persone coinvolte, vittime e colpevole. Una corrente di pensiero che inaugura un nuovo modo di guardare la giustizia penale concentrato sulla riparazione del danno arrecato alla persona e sulla relazione tra autore e vittima del reato, e non sulla punizione del reato.

Per intraprendere questo percorso è necessario l’intervento di mediatori, che coinvolgano liberamente le vittime, i loro familiari, i rei, e la società civile. Tale prospettiva pone un netto cambiamento nel modo di concepire la sanzione penale: rappresenta, infatti, un invito a ripensare alle conseguenze del reato, un’apertura a un nuovo modello culturale.

“Occuparsi di giustizia riparativa e di mediazione non significa considerarsi alternativi alla giustizia penale tradizionale – spiega durante la nostra intervista la dottoressa Mariacristina Ciambrone, mediatrice familiare, penale minorile e scolastica. Consigliere regionale A.I.Me.F  ( Associazione italiana Mediatori Familiari )per la Calabria e presidente A.I.Me.Pe ( Associazione Italiana Mediatori Penali) – significa cercare di rispondere in modo diverso alle esigenze che scaturiscono dalla commissione di un reato. Nell’incontro di mediazione si lavora per cercare di attivare la capacità di entrambi i protagonisti di “vedere l’altro”. Lo scopo, come già detto non è di “risolvere” una controversia o di attivare percorsi di riconciliazione ma di consentire ad entrambi di assumere un punto di vista differente sull’esperienza. Inoltre, ritengo che la necessità di riparazione si basa sul principio che più gli esseri umani sono felici, produttivi, cooperativi, più alta è la probabilità di effettuare cambiamenti positivi nel loro comportamento”.

Nella cornice di una giustizia riparativa che cura e guarisce anziché punire, l’incontro di mediazione – basato sullo schema trilatere conflitto-dialogo (mediazione)-accordo – permette alle persone coinvolte nel conflitto di far emergere il proprio punto di vista, consentendo la condivisione completa di emozioni e l’allontanamento di pregiudizi.

Compito del mediatore, figura chiaramente diversa dal giudice, non è quello di accertare la colpevolezza ma analizzare e comprendere le concrete ragioni del reato, le esigenze della relativa risposta, mettendo in mano alle parti il potere di gestire in prima persona le conseguenze del fatto.

Tra le mediazioni penali più rappresentative emerge quella minorile, che rappresenta la massima espressione della giustizia ripartiva, “In questo periodo – continua Mariacristina Ciambrone  – sto lavorando ad alcuni progetti presso degli Istituti Penitenziari, nelle comunità terapeutiche dove l’utenza è caratterizzata da tossicodipendenti detenuti e da minori. Da questi incontri si evince tanta solitudine e  un senso di smarrimento, ma ciò che emerge sopra ogni cosa è il forte peso del pregiudizio che li accompagna quotidianamente. Ecco perché la figura del mediatore in questi contesti è particolarmente apprezzata, noi per deontologia professionale siamo tenuti alla sospensione totale del giudizio, a noi non importa quale reato è stato commesso, noi ci approcciamo come “specchio” accogliendo così le emozioni dei protagonisti per “rifletterle”.
Ci poniamo “tra”, ed è necessario per incontrare l’origine del conflitto. Nella mediazione il conflitto conduce, dunque, a toccare il cuore della sofferenza dell’uomo e a guardare l’altro con occhi diversi”.

Mediare, deriva dal latino e significa “aprire nel mezzo”, luogo in cui i pregiudizi vengono scardinati, abbattuti attraverso un nuovo modo di accogliere e riconoscere l’essere umano: nudo, senza alcun peso addosso, lontano dal contesto penale. Uno spazio in cui le sofferenze, il rancore, i conflitti riescono ad evolversi, superando e colorando così, l’oscurità del crimine commesso.

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