Gli "hikikomori": quando il virtuale diventa la causa o il maldestro tentativo di cura

Gli "hikikomori": quando il virtuale diventa la causa o il maldestro tentativo di cura

di Salvatore Monaco
psicologo e responsabile della comunità Eden Il Delfino

COSENZA – Scrivo questo articolo sulle nuove forme di dipendenza, più con la preoccupazione di un genitore che con fare da esperto. Osservo molti dei comportamenti dei miei due figli adolescenti e cerco di capire, di entrare nel loro modo di pensare, di vedere il mondo oggi, magari come lo vedevamo noi quasi cinquantenni, circa 35 anni fa, magari con le stesse dinamiche di oggi, solo con  diversi  tempi e nuove  tecnologie.

Vorrei porre all’attenzione dei gentili lettori, un fenomeno che sta letteralmente caratterizzando la nostra epoca, ossia quello del cosiddetto “hikikomori”, che nella meravigliosa lingua giapponese, significa appunto, “isolarsi, stare in disparte”. 

Questo termine viene oggi menzionato da molti studi poiché rappresenta un triste fenomeno, ovvero quello del ritiro dei nostri adolescenti, ma anche tardo/adolescenti, dalla vita reale, confinati sempre più tra le quattro pareti della propria stanzetta, alle prese con vari aggeggi elettronici: pc, console di gioco, connessi tra di loro tramite skype, ma isolati dal resto del mondo. Non bisogna assolutamente generalizzare, poiché tra uso, abuso o dipendenza, vanno fatte dovute distinzioni. Tutti abbiamo usato e perché no, abusato di console di gioco specifiche dei nostri tempi.

Come non ricordare i primi videogiochi, il commodore 64, il Atari e molti altri. Si trascorrevano ore ed ore a smanettare su queste macchine, definite dai nostri genitori, diavolerie. Quanti pomeriggi e quante serate a collegare le nostre, all’epoca, tecnologiche e innovative console alla tv, a far arrabbiare il nonno o il papà che invece volevano vedere il telegiornale o le ballerine nei vari spettacoli di intrattenimento. Anche allora come oggi, quando la mamma chiamava che era pronto in tavola, si rispondeva allo stesso modo di adesso, ossia: “un attimo”.  Solo che questo attimo non finiva mai, come non finisce ora. La parola un attimo ormai è un concetto relativo. Anche negli anni ’80 però c’era chi abusava delle console di gioco, finendo col passare ore ed ore davanti al monitor, evitando di frequentare il mondo reale e sentirsi vivo in un mondo virtuale in cui non doveva confrontarsi con nessuno. L’adolescenza è una fase, definita da molti esperti, come una patologia nella norma, cioè una fase momentanea caratterizzata da instabilità dell’umore, ansia, angoscia, allontanamento dalle figure genitoriali ed idealizzazione degli estranei, crisi di identità e chi ne ha più ne metta.

I nostri ragazzi hanno bisogno di un contenitore che li supporti, spesso anche questi non bastano sempre ad evitare problematiche e turbe varie. È risaputo lo sconforto e la disperazione dei genitori che non riescono ad entrare nel mondo dei figli, nonostante il grande sforzo effettuato. L’abuso estremo delle nuove tecnologie, cosi come in passato per quelle in auge, porta oggi, in tutto il mondo a questo fenomeno dell’hikikomori, più volte evidenziato nei telegiornali in questi ultimi giorni. Molti dei sintomi possono sembrare simili a quelli di una depressione, molto comune in questa fase evolutiva, in cui si è quasi come una sorta di ibrido, né carne né pesce, né adulto, ma neanche più bambino. Anche in questo fenomeno, così come nella tossicodipendenza o nella patologia psichiatrica, personalmente credo molto nella teoria dell’interruttore che si accende in chi presenta una certa vulnerabilità, che nell’adolescenza può trasformarsi in disagio conclamato. Credo che il fenomeno dell’hikikomori prenda il sopravvento in quei ragazzi fragili, sensibili, anzi ipersensibili, che non hanno avuto contenitori adeguati e che non hanno  trovato nel prossimo un punto di riferimento importante. Magari sono quei ragazzi che sono rimasti vittime di bullismo o cyberbullismo, delusi estremamente da qualcosa o da qualcuno, che non siano riusciti ad elaborare il senso di colpa e la vergogna.

Gli esperti individuano proprio nella vergogna la causa principale del ritiro degli adolescenti tra le pareti della cameretta, riducendo al minimo il contatto col mondo. Le cause possono essere quindi caratteriali, familiari,  scolastiche e sociali: il rifiuto della scuola è uno dei primi campanelli d’allarme dell’hikikomori. L’ambiente scolastico viene vissuto in modo particolarmente problematico, da evitare. Ma queste situazioni le ricordo anche nel passato, quando internet, ancora non esisteva, e magari ci si isolava lo stesso, magari senza l’ausilio delle tecnologie ma ricorrendo ad altre forme di dipendenza. Quindi a mio avviso, dopo l’opportuna differenziazione fatta sopra, tra uso abuso e dipendenza vera e propria del mondo virtuale, occorre capire quale sia veramente il disagio e se internet o le console siano la causa o l’autocura individuata dai ragazzi delusi dalla società reale.

Alla stessa stregua delle dipendenze da sostanze, occorre fare molta prevenzione e riempire da subito i nostri ragazzi di modelli positivi come lo sport, la musica, l’associazionismo e tanto altro. Ovviamente per essere definito come situazione di dipendenza deve sussistere il requisito della totale assenza di relazione con il mondo reale e quindi l’assoluto isolamento e dipendenza dal mondo virtuale. Altre modalità di utilizzo del web e delle console deve essere assolutamente ponderato prima di un allarmismo inutile. Ovviamente il lavoro che aspetta al genitore di oggi non è semplice. Inevitabilmente i nostri figli incontreranno nelle loro tappe evolutive, il difficile mare in tempesta dell’adolescenza, fatto di onde altissime, di isole o arcipelaghi in cui approdare momentaneamente. Ma se si è forniti della giusta mappa e degli appositi strumenti, torneranno un giorno  a ritrovare la rotta, navigare e affrontare, nel miglior modo possibile, il mare della vita.

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